Ma mentre questo Cardinale dimorava in Roma presso Paolo III, fu scoverto, che egli, non meno che il Pontefice, era quanto avverso a Cesare ed alla Nazione spagnuola, altrettanto affezionato del Re di Francia, allora nemico di Carlo. L'odio che portava il Cardinale alla Nazione spagnuola, era nato da antiche cagioni: poichè avendo molti de' Caraffeschi, nell'invasione di Lautrec, seguitato il partito franzese, ne furono alcuni, quietato il Regno, aspramente castigati; onde Giovan Pietro non tralasciava odiarla. Anzi gli Spagnuoli tennero allora per certo, che ne' tumulti del 1547, insorti per l'occasione già detta dell'Inquisizione, egli avesse proccurato con tutti gli sforzi possibili (con promettere non pur il suo ajuto, offerendosi d'essere di persona in Napoli, ma anche de' suoi parenti) di persuadere al Pontefice di non lasciar perdere sì opportuna occasione d'occupare il Regno, e che dovea darne stretto conto a Dio, trascurando un tanto acquisto per la sua Chiesa. Ciò che non mancò il Duca d'Alba di rinfacciarglielo, essendo Papa, nella lettera che gli scrisse, prima di moversi questa guerra, la quale vien rapportata tutta intiera nella sua Istoria dal Summonte[117]. Per la qual cosa avendo gli Spagnuoli fatto avvertito Cesare dell'inclinazione del Cardinale verso i Franzesi, e dell'avversione agli Spagnuoli, fecion sì, che Cesare lo cassasse dal numero de' suoi Consiglieri. Ed oltre a ciò, avendo l'istesso Pontefice Paolo III, a preghiere del Cardinale, conceduto il Priorato Gerosolimitano di Napoli a Carlo Caraffa suo nipote, gli fu dal Toledo, allora Vicerè, proibito poterne prendere il possesso.
Ma essendo nell'anno 1549 per la resignazione fatta da Ranuccio Farnese, vacata la Chiesa di Napoli, Paolo III tosto la concedè al Cardinale, il quale avendosi fatte spedir le Bolle, si credette di doverne tosto esser posto in possesso; il Vicerè Toledo negò alle Bulle l'Exequatur Regium, e non volle mai permettere, che se gli si fosse dato; ed essendosene pochi giorni da poi morto il Pontefice Paolo, e rifatto in suo luogo, a' 8 febbrajo del nuovo anno 1550, Giulio III, questi scrisse una ben calda e pressante lettera all'Imperador Carlo V, pregandolo a non far differire più la possessione al Cardinal Caraffa della Chiesa di Napoli: esagera fra l'altre cose in questa lettera, che si legge presso il Chioccarello[118], che fu tutta calunnia ed impostura, ciò che di lui s'era falsamente divolgato d'aver pensato in proximo Neapolitano tumultu, illud tuum Regnum nostro praedecessori tradere: nec vero nos (e' testifica) quid tale de hoc viro andivimus, etc. Nec is tantum rem moliri; tantos motus concire, pertenuibus ipse facultatibus, ausus esset. Lo pregava perciò a non fargli impedire il possesso, e gli mandò a questo fine un Nunzio a trattar di questo affare.
L'Imperadore, che col nuovo Pontefice non avea quell'inimicizia, che passava col suo predecessore, diede orecchio alle preghiere di Giulio; ed avendo fatto mettere in trattato questo affare, non meno in Roma, che in Ispagna ed in Napoli, dopo lungo pensare provando il Cardinale, quanto fosse tediosa la solita tardità degli Spagnuoli, finalmente ottenne alle sue Bolle l'Exequatur Regium, e venne ordine da Cesare, che se gli fosse dato il possesso.
Ma il Cardinale conoscendo, che venendo a Napoli, gli Spagnuoli non gli avrebbero data molta soddisfazione, mandò a prendere possesso il Vescovo Amicleo, che fece suo Proccuratore, il quale lo prese a' 2 luglio del 1551, e lo creò anche suo Vicario. Resse in questa maniera la Chiesa di Napoli per quattro anni per mezzo di questo Vicario, nè mai volle egli venire a risedere. Di che accortisi gli Spagnuoli, non lasciarono al suo Vicario di contrastargli spesso, e movergli sovente quistioni di giurisdizione, tenendolo sempre agitato ed inquieto.
Essendo a Giulio III succeduto Marcello II, che poco tempo tenne quella Sede, costui morto, venne il Caraffa a' 23 maggio del 1555 assunto al Pontificato col nome di Paolo IV. Fu maravigliosa cosa ad udire, come appena giunto a quella dignità, quella severità de' costumi la cangiasse tosto in superbia ed alterigia; e dimandato, come restava d'esser servito intorno al modo di vivere egli co' suoi nipoti, rispose, come conviene ad un Principe[119]. Gli Spagnuoli rimasero mal soddisfatti dell'elezione; onde il Re Filippo reputò far trattenere il Cardinal Pacecco in Roma, non permettendogli, che tornasse al suo governo di Napoli, affinchè colla sua prudenza ad accortezza proccurasse, o di raddolcire l'animo del nuovo Papa, ovvero scorgendo più da presso i suoi andamenti, farlo avvertito di ciò, che si meditava, per prevenirsi, in caso d'insulto, alla difesa.
Ma non passò molto tempo, che si scovrì l'animo del nuovo Pontefice essere tutto rivolto a vendicarsi degli Spagnuoli, ed a meditar nuove leghe con Errico Re di Francia per l'impresa del Regno, di che avvisato il Re Filippo, opportunamente mandò al governo di Napoli D. Ferdinando Alvarez di Toledo Duca di Alba, che allora essendo Governatore di Milano, avea il comando supremo delle armi spagnuole in Italia: quel famoso Capitano, che per le tante sue famose gesta si rese glorioso non meno in Germania ed Italia, che in Fiandra ed in Portogallo.
Il Duca d'Alba giunto in Napoli in qualità di Vicerè nella fine di quest'anno 1555, si pose ad osservar più da presso gli andamenti del Pontefice; il quale non meno per ingrandire i suoi nipoti; che per maggiormente premunirsi all'impresa, che meditava sopra il Regno di Napoli, avea, con pretesto che teneva pratiche segrete con gli Spagnuoli, tolto a Marcantonio Colonna lo Stato di Palliano in Campagna di Roma, concedendone l'investitura a Giovanni Caraffa Conte di Montorio suo nipote, con titolo di Duca di Palliano, e ciò quasi nel medesimo tempo, che avea investito Antonio Caraffa altro suo nipote del Contado di Bagno, e datogli titolo di Marchese di Montebello; ed a Carlo Caraffa, altro suo nipote, di Cavaliere Gerosolimitano creatolo Cardinale. Abbassava tutti coloro, ch'erano dipendenti di Spagna, ed esaltava quegli di contraria fazione; anzi accarezzava tutti i fuorusciti del Regno, e mal contenti del Re, che si ricovrarono da lui in Roma; siccome infra gli altri accolse Bartolommeo Camerario nostro famoso Giureconsulto. E passò tanto innanzi, ch'essendo state intercettate alcune lettere, fece carcerare e crudelmente tormentare Giovanni Antonio de Tassis Maestro delle Poste, privandolo di quell'Ufficio, che i Re di Spagna erano stati sempre soliti mantenere in Roma: ed oltre a ciò, fece carcerare Garcilasso della Vega Ambasciadore di Filippo, come Re d'Inghilterra, in Roma, siccome faceva vegghiare addosso a tutti gli amici e servidori del Re e de' suoi ministri, ch'erano in Roma.
E fu cotanta la sua imprudenza, che mal sapendo covrire il suo astio e mal talento contra il Re, e contra gli Spagnuoli, pubblicamente minacciava, che l'avrebbe privato del Regno, come decaduto alla S. Sede. Era Paolo IV secondo ciò, che ne scrisse anche Bacon di Verulamio,[120] un uomo superbo ed imperioso, e di natura aspro e severo, e perciò frequentissimamente passava a parole piene di vituperio contra il Re e l'Imperadore, in presenza d'ogni sorta di persona, e ritrovandosi alcun Cardinal spagnuolo presente, le diceva più volentieri, comandando anche, che gli fossero scritte. Ed un dì in pubblico Concistoro fece far istanza dal suo Proccurator Fiscale, e da Silvestro Aldobrandino Avvocato Concistoriale, dimandando doversi il Regno dichiarar devoluto alla S. Sede: alla quale istanza egli rispose, che a suo tempo vi avrebbe data provvidenza[121]. Ciò che il Duca d'Alba, come d'un temerario attentato non lasciò di rinfacciarglielo in quella lettera[122], che gli scrisse, dicendo: Ha permettido V. S., que en su presencia el Procurador, j Abocado Fiscal de essa Santa Sede hà hecho en Concistorio tan injusta, iniqua, y temeraria instancia, y domanda: que al Rey mi Senor fuesse quitado el Reyno, accettando, y consentiendo a quella F. S. con dezir, proveheria à su tiempo. Ma questo fatto non si rimase nella sola istanza del Fiscale, poichè si procedè più innanzi con farsene processo, e si venne insino alla sentenza.
Il Presidente Tuano[123], ed il Soave rapportano, che la cagione, onde si mosse il Papa a dichiarar devoluto il Regno fosse, perchè Filippo avea, secondo lui, commesso delitto di Maestà lesa, per aver favoriti e ricevuti sotto la sua protezione li Colonnesi di lui ribelli. Ma il pretesto, che si fece apparire, e sopra il quale appoggiossi la sentenza, fu per cagione di censi non pagati. Il Re Filippo, prima che fossegli giunta la notizia dell'elezione del Papa in persona del Cardinal Caraffa, avea scritta una lettera a' 25 giugno del 1555 al suo Ambasciatore di Roma, nella quale gl'incaricava di dover trattare col Papa che sarà eletto, di dovergli rimettere i censi de' ducati settemila l'anno pretesi dalla Sede Appostolica; poichè nel Concordato fatto tra Clemente VII coll'Imperador Carlo V suo padre, fra l'altre cose fu pattuito, che facendo l'Imperadore restituire alla Sede Appostolica dalli Vineziani, e dal Duca di Ferrara alcune città e Terre, che tenevano occupate, delle quali la Sede Appostolica n'era stata spogliata, non dovesse più egli, nè i suoi successori pagare il suddetto censo di ducati settemila l'anno; ma solo consignare alla Camera Appostolica ogni anno un'Achinea bianca in segno di ricognizione; e già che l'Imperadore avea adempito alle sue promesse, e fatto rilasciare da' Vineziani e dal Duca di Ferrara quelle città e Terre, ch'erano della Sede Appostolica, se gli dovea osservare detta promessa, e rimettere il censo; incaricandogli di vantaggio, che non essendo ancora eletto il nuovo Papa, e durando la Sede vacante, facesse deposito del censo di quell'anno, già che si accostava il tempo del pagamento, con protesta di doversegli restituire, per non essere tenuto[124].
Qualunque altro de' Cardinali, che fosse stato eletto Papa, avrebbe riputata la dimanda ragionevole; ma a Paolo IV questa pretensione di Filippo servì opportunamente per pretesto di quel, che intendeva di fare: poichè rifiutandola come ingiusta, non solo pretese i censi decorsi, non ostante il Concordato di Clemente VII, ma quelli non essendosi, contra il suo volere, pagati, fece far la riferita istanza dal suo Fiscale, per dichiararsi Filippo per ciò decaduto dal Regno; e fabbricatosi il processo, promulgò egli sentenza nel nuovo anno 1556, colla quale dichiarò il Regno di Napoli devoluto alla S. Chiesa Romana, per non essersi per molti anni pagati i censi suddetti, e ne fu stesa Bolla[125]. Non fu però la sentenza pubblicata, nè mai uscì fuori, poichè, come vedremo, il Duca d'Alba strinse colle armi sì bene il Papa, che ebbe a gran favore, colla mediazione de' Vineziani, di deporre la sua boria, e starsi in pace. Alessandro d'Andrea[126] rapporta, che quella non fu pubblicata per consiglio di Bartolommeo Camerario da Benevento, il quale, come si è detto, esule dal Regno, dimorava allora in Roma protetto dal Papa.