Al Cardinal Alessandrino suo nipote, figliuolo di sua sorella, che mandò a Madrid, fra le altre istruzioni dategli, fu questa, e le dimande, che costui fece al Re Filippo II furono: Col quale abuso furono accumulati quelli di Napoli, ove in moltissimi capi non si osserva il Concilio Tridentino, ed in infinite maniere s'impedisce l'esecuzione delle lettere, ed espedizioni Appostoliche, a quali abusi, e particolarmente a quello dell'Exequatur Regio, è obbligata la Maestà Vostra per proprio giuramento a rimediare e rimovere, come potrà vedere dalle clausole dell'investitura di Giulio II in persona di Ferdinando il Cattolico, e di Giulio III in persona della Maestà Vostra da lei giurata[272].

Il Duca d'Alcalà nostro Vicerè, che il buon destino lo portò al governo di Napoli in questi tempi appunto, ove vi era maggior bisogno della sua fortezza e vigore per resistere a' sforzi del Pontefice Pio, per combatterlo alla prima, non si contentò di seguitare lo stile degli altri Vicerè suoi predecessori; ma imitando il Re Ferdinando ed il costume degli altri Reami, dove i Principi con perpetue e perenni leggi ed editti, aveano ciò stabilito ne' loro Stati per via di legge scritta, così volle far egli ancora nel Regno di Napoli.

In Francia è pur troppo noto, che vi sono molti editti de' loro Re, come di Lodovico XI del 1475, e di molti altri suoi successori, che possono vedersi ne' volumi delle Pruove delle libertà della Chiesa Gallicana[273]. Parimente nelle province della Fiandra se ne leggono moltissimi di Filippo il Buono Duca del Brabante del 1447, degli Arciduchi Massimiliano e Filippo del 1485 e 1495, e di altri rapportati da Van-Espen[274]. E così nella Spagna ancora, secondo ci testifica Salgado, da cui il nostro Vicerè Duca d'Alcalà prese l'esempio.

Perciò egli a' 30 agosto del 1561 fece promulgare Prammatica, colla quale ordinò, che non si pubblicassero Rescritti, Brevi ed altre provvisioni Appostoliche senza Regio Exequatur e licenza sua in scriptis obtenta, a fine che quelli, che usassero tale temerità, si possano castigare; e se si pubblicasse alcuno di detti Rescritti, Brevi, o altre provvisioni Appostoliche senza sua licenza e consueto Regio exequatur, se ne pigli diligente informazione, e subito se gl'invii, acciò si possa procedere a severo castigo contra coloro, che presumeranno d'usare tal temerità.

Questa Prammatica la vediamo oggi il giorno impressa nelle volgari edizioni sotto il titolo De Citationibus[275], la quale fu sottoscritta anche da' famosi Reggenti Villano e Revertera; e si legge parimente nel 4 volume de' M. S. Giur. del Chioccarello, fu anche impressa nell'antiche, e viene allegata da molti Scrittori. Nella Consulta che fece il Consiglio del Brabante nell'anno 1652 all'Arciduca Leopoldo, che vien rapportata da Van-Espen nell'Appendice[276], si cita questa Prammatica del Duca d'Alcalà con queste parole: Quant au Royaume de Naples, il y a Ordonnance expresse in Pragmatica Regni Neapolitani, tit. De Collation. prag. 6 (volendo dire De Citationib. prag. 5). Viene anche allegata da Van-Espen[277] e de' nostri Italiani lungo catalogo ne tessè il Reggente Rovito ne' suoi Commentarj[278].

In esecuzione di questa legge furono da poi da lui dati varj ordinamenti, perchè esattamente s'osservasse. Nel 1566 scrisse una lettera a tutti gli Arcivescovi del Regno, anche a quello di Benevento, coll'occasione d'una Bolla fatta trasmettere dal Papa nel Regno, con seriamente esortarli, che sapendo, che simili Bolle, o altre provvisioni di Roma non possono essere pubblicate ed eseguite senza il Placito Regio, avvertissero molto bene a non farla in modo alcuno pubblicare, e che a tal fine ordinassero a' Vescovi loro suffraganei ed altri Prelati, che facessero il medesimo. E ne' seguenti anni, particolarmente nel 1568, castigò con carceri e più severamente coloro, che trasgredendo la legge, ardivano valersi di scritture di Roma senza Exequatur.

Dall'altro canto il Pontefice Pio gridava ad alta voce col Commendator Maggiore di Castiglia, Ambasciador del Re Filippo II in Roma: che questi erano gravi abusi in disonor di Dio e della Santa Sede, e ch'egli non poteva tollerarli; siccome in fatti dal Cardinal Alessandrino suo nipote nell'istesso anno 1568 fece scrivere in suo nome una lettera a tutti i Vescovi e Prelati del Regno, nella quale diceva loro che la mente di Sua Santità era, che le Bolle ed altri rescritti, che erano da lui mandati nel Regno, avvertissero a non sottoporli ad alcuno Exequatur Regium, ma che prontamente li eseguissero. Ma il Duca d'Alcalà, avvisato di tutto ciò dal Commendator Maggiore, il quale gli mandò copia di questa lettera, proseguì costantemente il medesimo tenore, e fattane di tutto ciò Consulta al Re, egli intanto invigilava con sommo rigore, che non fosse ricevuta o pubblicata in Regno scrittura alcuna senza prima presentarsegli, e senza che, prima esaminata, non fosse a quella dato l'Exequatur.

Ed è notabile insieme e commendabile la sua vigilanza, che insino a' Giubilei, che venivano da Roma era da' Nunzi richiesto il Regio Exequatur; ond'è, che a' 14 e 15 decembre del medesimo anno mandò lettere circolari a tutti i Governadori delle province del Regno ed altri Capitani d'alcune città principali, facendoli consapevoli, come il Nunzio di sua Santità residente in Napoli gli avea presentato memoriale, dimandandogli il Regio Exequatur ad un Giubileo mandato dal Papa nel Regno, acciò che lo potesse pubblicare, e che da lui gli era stato conceduto; per ciò ordinava, che con tal notizia permettessero per le città e luoghi delle dette province la pubblicazione di quello.

La Corte di Roma, usando delle solite arti, vedendo che gli ufficj e minacce col Duca d'Alcalà erano senz'alcun frutto, tentò la via della Corte di Spagna: onde diede incombenza al Nunzio residente in Madrid presso la persona del Re Filippo, che proccurasse a drittura col Re far argine al rigore del Duca, mandandogli tre Brevi intorno alla riforma de' Frati Conventuali di San Francesco, che intendeva far pubblicare nel Regno, affinchè non ne fosse dal Duca impedita l'esecuzione. Ma il Re Filippo scrisse sì bene al Duca, che il suo desiderio era, che s'adempisse a quanto si conteneva in quelli Brevi; ma nell'istesso tempo, con ammonimento scritto di sua propria mano in una postdata, gl'insinuò, che facesse eseguire i Brevi colla solita forma dell'Exequatur[279].

Si tentò parimente dal Nunzio in Ispagna doversi togliere quest'uso in Napoli, così perchè erano cessate le cagioni, perchè prima ne' tempi turbolenti di guerra, quando l'un pretensore cacciava l'altro, era forse necessario, come anche perchè presentemente non serviva per altro, se non per estorquer denari nell'interposizione di quello. Il Re nel seguente anno 1569 ne diede al Duca per sua lettera di tutto ciò ragguaglio, dimandando da lui esserne informato, con avvisargli quanti denari si esigono per la spedizione di quello ed a chi toccano, affine di potersi trovar modo, che si spedissero gratis, e con ciò serrargli totalmente la bocca. Il Duca d'Alcalà, con sua Consulta fece accorto il Re di quanto era stato sinistramente informato dal Nunzio: che questo Exequatur era la maggior prerogativa e preminenza, che tenevano i Re in questo Regno: che per costume antichissimo, avvalorato anche per Prammatica fatta dal Re Ferdinando I nel 1473, era stato in tutti i tempi osservato che non s'estorquon denari per la spedizione di quello, ma alcuni pochi diritti, de' quali (per sua istituzione) ed a chi si pagassero ne gli mandava per ciò notamento particolare e distinto: anzi, per togliergli ogni pretesto, ordinò, che gli diritti, che spettavano al Cappellan Maggiore, suo Consultore e Maestrodatti non si esigessero dalle Parti, ma che si ponessero a conto della Regia Corte per la vita di quelli, che tenevano questi Uffici, e di vantaggio diede provvidenza, che il tutto si spedisse tosto e senz'alcuna dilazione e tedio delle Parti[280].