Al Duca d'Alcalà finalmente noi dobbiamo, che l'animo del Re Filippo II già dubbio e vacillante per le continue istigazioni e sinistri informi del Nunzio del Papa residente in Madrid, si rassodasse e stesse fermo e costante, e finalmente ributtasse pretensione cotanto fastidiosa ed insolente. Il Duca non tralasciava con sue Consulte spesso avvertirlo, che non cedesse a questo punto, ch'era il fondamento della sua regal giurisdizione e la maggior prerogativa, ch'egli tenesse in questo Regno, per la qual cosa il Re ebbe da poi sempre questa avvertenza, quando vedeva drizzati a lui questi ricorsi insino a Spagna, di mettersi in sospetto, e di non risolvere cos'alcuna, ma rimetter l'affare al Vicerè di Napoli e suo Collateral Consiglio.
Si vide ciò nella promulgazione della Bolla De Censibus, stabilita in quest'anno dal Pontefice Pio V, dove regolava a suo talento questo contratto, e pre tendeva che dovesse quella osservarsi, non meno nello Stato della Chiesa Romana, che in tutti i Dominj dei Principi Cristiani. Non istimò la Corte di Roma tentar questo a dirittura col Duca d'Alcalà, ma fece dall'Arcivescovo di Napoli mandar al Re a dirittura la Bolla, dimandandogli, che la facesse eseguir ciecamente nel Regno. Ma il Re sospettando quel ch'era, e riputando l'affare di molta importanza, non volle risolver da se cos'alcuna; onde a' 3 marzo del 1569, scrisse una lettera drizzandola al Duca Vicerè, al suo Collaterale ed al Presidente del S. C, nella quale dava loro notizia della dimanda fattagli dall'Arcivescovo, e che riputando egli l'affare degno di matura riflessione e di molta importanza, voleva per ciò, che esaminassero e discutessero questa Bolla, nella discussione della quale intervenissero non solo i Reggenti della Cancelleria, ma anche Giannandrea de Curtis, Antonio Orefice e Tommaso Altomare allora Regj Consiglieri; affinchè, quella esaminata, lo avvisassero di ciò, che poteva occorrere sopra di quella, e se v'era alcuno inconveniente, affine di poter pigliare la risoluzione, che conviene; replicando il medesimo in un altra sua regal carta de' 13 luglio del medesimo anno.
Il Duca d'Alcalà, in esecuzione di questi ordini regali, fece esaminar la Bolla, e si vide, che in quella il Papa s'arrogava molte cose, ch'eccedevano la sua potestà spirituale, e si metteva a decider quistioni, che non s'appartenevano a lui, ma s'appartenevano alla potestà temporale de' Principi: che quella conteneva alcuni capi, che volendoli eseguire portavan degl'inconvenienti, e sopra tutto si notò, che facendosi quella valere nel Regno, si sarebbe impedito il libero contrattare de' sudditi; onde, sebbene l'Arcivescovo di Napoli avesse nell'istesso tempo presentato altro memoriale al Vicerè, dimandando sopra la suddetta Bolla l'Exequatur Regium, si stimò bene non concederlo, e che per ciò quella non si dovesse ricevere, nè presso noi eseguire, come pregiudiziale al pubblico bene, ed al commercio. Anzi avendo l'Arcivescovo di Chieti l'arto intendere al Governadore d'Apruzzo, che il Cardinal Alessandrino aveagli scritto, che facesse pubblicare nella sua Diocesi la Bolla, e che per ciò egli intendeva pubblicarla, il Governadore ne avvisò il Duca, il quale a' 7 aprile del medesimo anno 1569, scrissegli una lettera Regia, incaricandogli, che parlasse all'Arcivescovo con farlo intero, che contenendo quella Bolla alcuni capi, li quali eseguendosi, saria l'istesso, che levare il contrattare, per ciò quella si stava esaminando, per potersi pigliare resoluzione; e quando quella sarà presa in Napoli, se ne darebbe notizia per tutto il Regno: e che intanto l'esorti da sua parte, che non voglia a patto veruno pubblicarla, o farla da altri pubblicare; e ch'egli stesso avvertito a non consentire, che si pubblichi, così questa, come altra Bolla, o provvisione di Roma senz'il solito e consueto Exequatur, con avvisarlo di quanto sarebbe occorso[281]. Nè durante il suo governo la fece egli qui valere; ed il Cardinal di Granvela successore all'Alcalà ne fece ancor egli, a' 31 luglio del 1571, Consulta al Re, con avvertirlo, che quella eseguendosi nel Regno partorirebbe di molti e gravi inconvenienti. Quindi è che presso di Noi non fu giammai questa Bolla ricevuta, nè praticata, siccome ora non si pratica nè ne' Tribunali, nè altrove[282]; ed osservasi la Bolla del Pontefice Niccolò V, come quella che fu dal Re Alfonso I inserita in una sua Prammatica, perchè acquistasse fra noi forza di legge, altrimente nè meno avrebbe potuto obbligarci all'osservanza; poichè dar regola e norma a contratti è cosa appartenente alla potestà temporale de' Principi, ed è cosa appartenente ali Imperio, non già al Sacerdozio; e consimili Bolle avranno tutta l'autorità nello Stato della Chiesa di Roma, ma non già fuori di quello ne' Dominj degli altri Principi d'Europa.
L'ordine del tempo richiederebbe, che si dovesse finir qui di parlare di questo Exequatur Regium; ma io reputo serbarne uno migliore, se per non esser obbligato a venire di nuovo a parlare di questa materia, con proseguirla dopo la morte del Duca d'Alcalà nei tempi degli altri Vicerè suoi successori insino ad oggi, perchè tutta intera, quanto ella è, sia collocata sotto gli occhi di tutti, e particolarmente di coloro, che avranno parte nel governo di questo Reame, acciò che conoscendo per tanti successi, quanto fosse stato questo Exequatur sempre odioso alla Corte di Roma, e che non si tralasciò pietra, che non fu mossa per abbatterlo, comprendano all'incontro, che tanti sforzi non si facevano per altro, che per isvellere il principal fondamento della Giurisdizione Regale e la maggior preminenza, che tengono i Principi ne' loro Reami; donde sia loro un solenne documento di dovere invigilar sempre, che non sia quello in minima parte tocco; ma proccurino, tenendo innanzi gli occhi il vigore e la costanza del Duca d'Alcalà, far in modo, che rimanga quello per sempre saldo e vie più fermo e ben radicato, a tal che qualunque furia d'impetuoso vento non vaglia a farlo un punto crollare.
Morto il Pontefice Pio V, i suoi successori seguitando, come per lo più sogliono, le medesime pedate contrastarono non meno di lui l'Exequatur. Infra gli altri, que' che più si distinsero, furono Papa Gregorio XIII e Clemente VIII.
Papa Gregorio, riputandolo come una disautorazione della Sede Appostolica, non meno che reputollo il Pontefice Pio, l'ebbe sempre in orrore, e pose ogni studio ed opera col Re Filippo II, perchè affatto si levasse dal Regno. Trovando però durezza nel Re, fece che la cosa si ponesse in trattato, e che il Re destinasse suoi Ministri in Roma per trovare almeno qualche onesto temperamento e moderazione, già che tentare di levarsi affatto, vedeva essere impresa, non che dura e malagevole, ma affatto disperata ed impossibile. Fu lungamente trattato in Roma fra i Ministri del Re e del Papa, infra l'altre differenze giurisdizionali, di questo punto; ma toltone le promesse de' nostri Ministri, che si sarebbe usato un modo più pronto, affinchè il medesimo, senza molta cognizione di causa, si spedisse tosto, e senz'alcuna dilazione e con poca spesa e tedio delle Parti, i Ministri del Papa non ne avanzarono altro. Qualunque Bolla, o altra provvisione, che veniva di Roma, si esponeva all'esame, nè si eseguiva, se non con permissione regia. Questo Pontefice, a cui dobbiamo la riformazione del nuovo Calendario, sperimentò ancora, che dal Principe di Pietra Persia D. Giovan di Zunica, il quale si trovava allora nostro Vicerè, non si volle permettere mai la pubblicazione ed accettazione di quel Calendario nel Regno, sino che il Re con sua particolar carta scrittagli a' 21 agosto del 1582[283] non glie lo ordinasse: nè si fece eseguire assolutamente, ma con alcune riserbe e moderazioni, come diremo nel libro seguente, quando ci toccherà più diffusamente ragionare di questa nuova Riforma del Calendario, fatta da Gregorio.
Il Duca d'Ossuna nel 1584 ripresse l'arroganza ed ardire de' Vescovi di Gravina, di Ugento e di Lecce, il primo de' quali avea avuto ardimento di pubblicare alcuni monitorj venutigli da Roma senza Exequatur; e gli altri due d'aver parimente pubblicate due Bolle senza questo indispensabile requisito. Gli chiamò tutti tre in Napoli, e ne fece due Consulte al Re, rappresentandogli, come perniciosi abusi questi attentati, a' quali dovea dar presto ed efficace rimedio per ovviare maggiori pregiudicj e disordini; perchè s'era la Corte di Roma avanzata sino a spedir da Roma un Cursore ad intimare un monitorio a Madama d'Austria senza Exequatur[284].
Non minor vigilanza ebbe sopra di ciò il Conte di Miranda successore dell'Ossuna, al quale avendo, nel 1587, scritto l'Ambasciador di Roma sopra il darsi l'Exequatur ad una Bolla del Papa, per la quale volendo formare in Roma un Archivio, pretendeva, che si dovessero mandare dal Regno Inventarj e tutte le scritture de' beni, rendite e giurisdizioni di tutte le Chiese ed Ospedali di esso: gli fu dal Conte risposto, che quello non poteva concedersi, mandandogli una relazione degl'inconvenienti che ne sarebbon seguiti, dandosi a quella Bolla esecuzione.
Nel Pontificato di Clemente VIII essendo Arcivescovo di Napoli il Cardinal Gesualdo si ripresero col medesimo vigore le contese, coll'occasione che diremo. Questo Pontefice nel 1596 avea drizzato al Cardinale un Breve, per cui ordinava, che tutti i Monasterj di Monache di S. Francesco dell'Osservanza non stassero più sotto la sua immediata protezione, ma riconoscessero gli Ordinarj, levando i Monaci, che vi erano, ed assistevano ne' Divini ufficj, con ponervi de' Preti: nel qual Breve erano anche inclusi i Monasterj di S. Chiara, dell'Egiziaca e della Maddalena di Napoli, che sono di patronato regio: il Cardinale avea fatto intimare il Breve a' Monaci e Monache senza Exequatur; onde il Vicerè Conte d'Olivares mandò il Segretario del Regno a fargli ambasciata regia, perchè s'astenesse d'eseguire il Breve, e fece poner le guardie a' Monasterj; e nell'istesso tempo ne fece Consulta al Re, ne avvisò il Duca di Sessa Ambasciadore in Roma, e volle anche scriverne egli a dirittura al Papa. Poteva ben il Conte antivedere qual risposta dovesse aver da Clemente, il quale non meno che i suoi predecessori, avea in odio l'Exequatur. La risposta del Papa, oltre di distendersi a biasimare i rilasciati costumi di que' Monaci e Monache, conteneva che l'Exequatur era un abuso, introdotto nel Regno ne' tempi turbolenti di guerra, quando l'un pretensore spesso cacciava l'altro: che ora non ve ne era più bisogno, lodando perciò la condotta del Cardinale, che, senza ricercarlo, avea intimato il suo Breve. Il Vicerè replicò al Papa con altra sua lettera, facendogli vedere quanto giusto fosse e quanto non men antico, che non mai interrotto quest'uso dell'Exequatur nel Regno: ch'essendo una delle maggiori prerogative del Re e 'l principal fondamento della sua regal giurisdizione, non avrebbe permesso, che in conto veruno vi si pregiudicasse. Scrissene anche al Duca di Sessa, risoluto di venire a' rimedj più estremi per ripulsare ogni altro attentato, ed in gennajo del seguente anno 1597 ne fece altra Consulta al Re.
Il Cardinal Gesualdo, come Prelato di molta prudenza, prevedendo, che continuandosi la via intrapresa, era per capitar male, pensò un espediente per togliere ogni briga: fece che i Monaci rinunziassero il governo di que' Monasterj in sue mani, e da lui, come Ordinario, fu la rinunzia ricevuta, eccettuati però i Monasterj, ch'erano di patronato regio: fatta questa rinunzia per pubblico istromento, il Cardinale scrisse due biglietti al Vicerè, ne' quali dandogli di tutto ciò ragguaglio, dichiarava, ch'egli come Ordinario, senza aver bisogno del Breve di Roma, e con ciò d'Exequatur, intendeva governarli; e che perciò, esclusi i Monasteri, ch'erano di protezione regia, nelli quali non pretendeva innovare cos'alcuna, volendo visitare, ed entrar di persona ne' Monasterj del Gesù, di San Francesco, di S. Girolamo e di S. Antonio di Padova, pregava il Vicerè, che restasse servito comandare, che se gli dasse ogni ajuto e favore, acciò, come Ordinario, potesse fare l'ufficio suo senz'impedimento alcuno. Il Vicerè in vista di questi viglietti, ordinò al Reggente della Vicaria, che subito facesse levare le guardie poste di suo ordine in que' quattro Monasteri, e diedegli licenza, che potesse entrarvi: ed in cotal guisa fu terminato quest'affare con molta lode, non meno del Vicerè, che del Cardinale.