FINE DEL LIBRO TRENTESIMOTERZO.
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI
LIBRO TRENTESIMOQUARTO
Le nozze del Re Filippo II, con la Regina Anna sua nipote, ancorchè fossero state celebrate in Ispagna con magnifica pompa e grande allegrezza, non è però che a' più savj non recassero maraviglia insieme ed indignazione: stupivano, come dice il Presidente Tuano[311], come un Re reputato cotanto saggio, senza necessità che lo stringesse, senza che da quelle avesse potuto promettersi qualche buon frutto per lo bene della pace, senza speranza di stendere il suo Imperio, e dalle quali niuno emolumento e molto d'invidia poteva ritrarne, le avesse con tutto ciò cotanto ambite e desiderate. Si scandalizzavano ancora del pessimo esempio, ch'e' diede d'aver voluto, essendo il primo fra' Principi Cristiani, prendersi con dispensazione dal Papa per moglie la figliuola d'una sua sorella. E ben l'evento 'l dimostrò, poichè quest'esempio, che cominciò da lui, si vide poi nella sua famiglia ripetuto nel 1580 da Ferdinando d'Austria, figliuolo dell'Imperador Ferdinando, il quale prese per moglie Anna Caterina, figliuola di Guglielmo Duca di Mantua e d'Elionora sua sorella[312]; ma ciò che portò in appresso maggiore scandalo, si fu, che da poi quest'istesso si vide esteso nella Nobiltà, e dalla Nobiltà infine arrivato, non senza indignazione de' buoni, insino alla plebe[313]. Ma che che ne sia, da questo matrimonio, il quale fu dopo diece anni disciolto per la morte della Regina, nacque il Re Filippo III, che gli fu successore al Regno; poichè se bene quattro figliuoli avesse da lei generati; due, cioè, Ermando e Giovanna, ancor infanti, premorirono alla madre, e l'altro D. Diego ancorchè sopravvivesse a lei, morì non molto da poi nell'età d'otto anni, rimanendo in vita sol Filippo, che gli fu erede.
Intanto per la morte del Duca d'Alcalà, avea preso, secondo il costume, il governo del Regno il Consiglio Collaterale, al quale presedeva allora il Marchese di Trivico; ma lo tenne pochi giorni, poichè giunta la novella della morte al Cardinal di Granvela, che si trovava in Roma, questi per la facoltà, che ne teneva dal Re, portossi subito in Napoli. Per gli avvisi continui, che teneva il Re Filippo dell'infermità del Duca, e che poca speranza poteva, a lungo andare, aversi di sua salute, faceva trattenere il Granvela in Roma con ordine, che seguendo la di lui morte, tosto si portasse in Napoli al governo di quel Regno, siccome sollecitamente eseguì; onde giunto a' 19 aprile di quest'anno 1571, fu ricevuto nel Molo con la solita pompa del Ponte, e con molta espettazione, come d'uomo assai rinomato per saviezza e prudenza; il cui governo saremo ora a raccontare.
CAPITOLO I. Del Governo di D. Antonio Perenotto Cardinal di Granvela, e de' più segnalati successi de' suoi tempi: sua partita, e leggi che ci lasciò.
Questo Ministro, di cui altrove abbiam ragionato sotto il nome del Vescovo d'Arras, fu figliuolo di Niccolò Perenotto Signor di Granvela, Borgognone di nascimento, e primo Consigliero dell'Imperador Carlo V. Nella sua giovinezza essendosi dato allo studio delle scienze, riuscì in quelle assai rinomato: onde col favore dell'Imperador Carlo V, per la sua letteratura, e per li meriti del padre, fu fatto Vescovo d'Arras nel Paese d'Artois. Per la sua grande attività e saviezza fu poi impiegato nell'Ambasciarie d'Inghilterra e di Francia; ed entrò in tanta grazia e stima di Cesare, che quando rinunziò al Re Filippo suo figliuolo la Corona, gli diede per guida questo Prelato, per la buona condotta del suo Regno. Fatto poi Cardinale, ed Arcivescovo di Malines, ebbe il peso degli affari più gravi de' Paesi Bassi sotto il governo della Duchessa di Parma sorella naturale del Re; ma entrato in odio di que' Popoli, i quali mal soffrivano il suo rigore, che non ben conveniva usare in que' tempi cotanto difficili, riputò bene il Re Filippo richiamarlo in Ispagna alla sua Corte. Quivi per la grande capacità che avea delle cose di Stato, fu impiegato nei negozj più gravi e rilevanti della Monarchia. Passò poi in Roma, dove, come s'è detto, era dal Re trattenuto, affinchè, poco sperandosi della salute del Duca d'Alcalà, potesse passar subito, come fece, al governo del Regno.
Niuna altra più tormentosa cura agitava in questi tempi l'animo di questo Vicerè e de' Napoletani, quanto i continui timori per le scorrerie del Turco: onde per prevenirle, bisognava rivolgervi ogni studio ed ogni pensiero. Non vi erano più sospetti di spedizioni d'altri Principi: molto meno dalla Francia, cotanto allora occupata nei suoi proprj mali e rivoluzioni. Non si temevano moti interni, e le Province libere da' fuorusciti, erano tutte tranquille e pacate: solo tenevano in agitazione le minacce e le frequenti sorprese, che nelle nostre marine facevano i Turchi implacabili e fieri nostri nemici.
Si aggiungeva ancora un altro fastidioso pensiero: il Re Filippo, oltre la guerra, che per difesa de' suoi Stati d'Italia era obbligato mantenere col Turco, si vide in questi tempi per una condotta molto rigida e boriosa de' suoi Ministri intrigato in un'altra guerra non meno fiera e crudele, che dispendiosa ne' Paesi Bassi, ove per sostenerla, non v'era denaro, che bastasse. La Spagna cominciava a perdere le sue forze, e tuttavia s'andava desolando per li tanti Presidj, che nelle proprie Città ed altrove manteneva, come nella Sicilia, nel nostro Regno, nel Ducato di Milano e sopra tutto in Fiandra, dove, oltre i Presidj, dovea mantenere numerosi eserciti armati. Vedevasi desolata ancora ed esausta per le tante Colonie, che si mandavano nell'Indie: per la poca attitudine degli Spagnuoli di proccurare ne' loro Porti traffico e commercio, e molto meno nelle sue città mediterranee: per la minor cura, che i suoi naturali prendevansi dell'agricoltura, tanto che i loro terreni, ancorchè ampi e feraci, e per la rarità de' coloni, e per la poca inclinazione che vi aveano, non erano coltivati abbastanza. Da ciò nasceva un'estrema penuria di denaro, e la mancanza delle forze per supplire a tante spese. Per queste cagioni il Re Filippo, dovendo sostenere il peso di tanta guerra, cominciò a dar di mano a' fondi del suo regal patrimonio, a vendere le gabelle, ad impegnare le dogane e tutti gli altri emolumenti delle supreme sue regalie agli Italiani, ed in particolare a' Genovesi, ai quali, per l'impronti fattigli di rilevantissime somme, pagava grossissime usure[314]. Quindi per soddisfare anche a' creditori cominciarono le distrazioni delle città e terre de' Regni di Sicilia e di Napoli, e ad esporsi venali gli onori ed i titoli di Contado, di Marchesato, di Ducato, insino a quello di Principato, proccurando con questi nomi senza soggetto, e con queste vane apparenze, niente dando di fermo e di stabile, nel miglior modo che poteva quietare i creditori, dando ombre ed onori, in vece di denari.
Si aggiungeva, che gli Spagnuoli per sostenere le guerre che il Re Filippo teneva accese fuori della Spagna, in Fiandra ed in Italia, non permettavano, che uscisse fuori di Spagna un soldo, nè contribuivano a cosa veruna, ma solo contribuivano alle spese, che bisognavano per difesa de' loro proprj confini. Le miniere, e le fodine dell'Indie erano quasi che esauste e mancate per loro avarizia, e molto più per non sapersene ben servire. Dalla Fiandra non vi era che sperare, ardendo ella d'una crudele e fiera guerra, e posta in iscompiglio, impedito ogni commercio, appena le forze di quelle province bastavano agli stipendj dei soldati, che ivi militavano. A tutto ciò s'aggiunse alcuni anni da poi la guerra di Portogallo, per la quale pure il nostro Reame fu costretto far donativi, ed il Re a proseguire vie più che mai le alienazioni del suo regal demanio, e gli emolumenti delle supreme sue regalie.