Il Regno di Napoli per ciò era sopra tutti gli altri riserbato per supplire a tante spese: quindi le premure e continue dimande di donativi e tasse: quindi in decorso di tempo si venne a tale estremità, che vendute le gabelle, impegnati i dazj, le dogane, e tutto, al Re poco rimanesse: onde avvenne, che dovendosi all'incontro supplire a' pesi, che porta seco la conservazione del Regno, s'imponessero nuovi pesi e gabelle, e che i nostri Cittadini si comprassero le proprie catene da non potersene mai prosciogliere: che si fossero le Signorie e' Feudi e' Titoli posti in ludibrio e conceduti non per merito di virtù, ma per denaro; e che ne nascessero in fine que' tanti mali e disordini, che si noteranno ne' seguenti libri di quest'Istoria.

Fra le principali cure adunque che angustiavano i nostri Vicerè, non era meno di quella del Turco, considerabile questa, vedendosi spesso premuti dalle pressanti richieste del Re di proccurar da questo Reame denari per sostenere le tante guerre. Nè erano agitati meno dalle fastidiose cure, che gli Ecclesiastici lor davano per le sorprese, che si tentavano sopra la Giurisdizione del Re e sue regali Preminenze.

Il Cardinal di Granvela intanto venuto al governo di questo Regno, per quanto la sua condizione e quella di questi tempi comportavano, non trascurò in tutte e tre queste occorrenze d'impiegarvi tutti i suoi talenti e tutto il suo vigore e prudenza.

La potenza Ottomana in questi tempi erasi resa formidabile e tremenda, non meno a' Principi vicini, che a' remoti, e l'Italia era in pericolo di cadere nella sua virtù; quindi i più gran sensati politici, e coloro, che più a dentro penetravano le forze di sì potente nemico, e l'estensione smisurata del suo Imperio, non tralasciavano esclamare co' Principi Cristiani per scuoterli dal lungo sonno, e facendo lor vedere così da presso i loro pericoli, gl'incoraggiavano ad una gloriosa unione per reprimere tanta potenza. Infra gli altri leggiamo tra le opere di Scipione Ammirato[315] un lungo discorso drizzato a' Principi della Cristianità, dove gli fa tutto ciò vedere, animando loro alla lega. Ma niuno fu di ciò più zelante e caldo del Pontefice Pio V, il quale dopo varie Legazioni, conchiuse quella famosa Lega, della quale fu eletto Generalissimo D. Giovanni d'Austria figliuol naturale dell'Imperador Carlo V, il quale, ancorchè giovane di ventun'anno, avea però dato gran saggio del suo valore contra i Mori nel Regno di Granata.

Giunse questo Principe in Napoli a' 9 d'agosto di quest'anno 1571 dove dal Cardinal di Granvela fu ricevuto con molti segni di stima, e da' Napoletani con quegli onori, che ad un tanto personaggio si convenivano. S'unirono alla sua armata le Galee di Sicilia e di Napoli, ed oltre molti Signori spagnuoli, vollero seguirlo in così celebre espedizione i primi Baroni e molti Nobili della città e del Regno. I Turchi dall'altra parte scorrevano con una potentissima armata l'Arcipelago, e dopo avere saccheggiate le città di Budua, Dolcigno, ed Antivari, erano passati sino a vista di Cattaro. Perchè dunque non s'inoltrassero maggiormente in quel Golfo, sollecitando il Pontefice ed i Vineziani l'unione dell'Armata, partì D. Giovanni da Napoli nel vigesimo giorno d'agosto, e giunse a' 24 a Messina, dove trovò le Galee del Papa e de' Vineziani, alcune dei Genovesi e tre de Maltesi, ed altrettante di Savoia. S'intese poco da poi la perdita di Famagosta; onde fu determinato, senza perder più tempo, di combattere coll'inimico; ciocch'essendosi parimente risoluto da' Turchi, si posero con questo proposito le due Armate alla vela, senza che l'una sapesse il pensiero dell'altra. Così andavansi scambievolmente rintracciando, fin che il settimo giorno di ottobre furono a vista, e s'incontrarono, mentre i Cattolici uscivano dagli scogli de' Curzolari, ed i Turchi dalla punta delle Peschiere, che i Greci chiamano Metologni. Vennero le due Armate con uguale ardire al cimento, e dopo un ostinato combattimento riuscì a' nostri disfare l'armata nemica, con inestimabile loro perdita e scorno. Questa fu quella famosa vittoria che accaduta nella prima Domenica d'ottobre, nella quale i Frati Domenicani solevano con processioni celebrar il Rosario, diede occasione al Pontefice Pio dello stesso Ordine ed a Gregorio suo successore, in memoria di così gloriosa giornata, d'istituire per tutto l'Orbe Cattolico una festa solenne del Rosario, da celebrarsi ogni anno in quel dì: la quale vediamo mantenuta sino a' tempi nostri con molto maggior pompa ed apparato; e fu ancora occasione d'essersi eretti poi in Napoli Tempj ed Ospedali sotto il titolo di S. Maria della Vittoria.

La sconfitta fu considerabile, poichè oltre la prigionia del Bassà e degli altri Generali di conto, di un'Armata di poco meno di trecento vele, appena ne scamparono quaranta, ne rimasero più di cento affondate, ed altrettante in potere de' vincitori. D. Giovanni fece ritorno in Italia, ed entrato trionfando in Messina, quivi si trattenne, proseguendo gli altri Capitani il lor cammino verso Napoli, dove a' 18 del seguente mese di Novembre approdarono, conducendo prigioni Maometto Sangiacco di Negroponte, con due figliuoli d'Ali Capitan Generale del Mare, rimaso estinto nella battaglia. Il Bassà col minore de' due fratelli, giacchè l'altro morì in Napoli di cordoglio, furono condotti in Roma al Pontefice, e rinchiusi nel Castel di S. Angelo, furono sempre cortesemente trattati.

L'anno che seguì 1572 non fu cotanto prospero al Collegati, siccome ognuno si prometteva da questa vittoria; i sospetti, che s'aveano, di potersi accendere una nuova guerra colla Francia per le rivoluzioni di Fiandra, non permisero al Re Filippo ed al suo Capitano D. Giovanni di soccorrer tanto a' Collegati, quanto sarebbe convenuto. S'aggiunse ancora la perdita del Pontefice Pio, il quale nel primo di maggio di quest'anno trapassò[316]. Successegli nel Pontificato Ugo Boncompagno, detto Gregorio XIII, il quale se bene avesse non minor desiderio del suo predecessore per la continuazion della Lega, con tutto ciò, e per esser nuovo all'impresa, e perchè i Turchi sfuggivano ogni incontro di combattere, si passò l'anno senza far que' progressi, che si credevano.

Intanto per la morte del Pontefice Pio, essendo convenuto al Granvela portarsi in Roma al Conclave, rimase D. Diego Simanca Vescovo di Badajos per Luogotenente nel Regno; ma pochi giorni durò la sua amministrazione, per ciò che, seguita a' 13 di maggio l'elezione del nuovo Pontefice Gregorio, ritornò il Cardinale in Napoli a' 19 del medesimo mese, ed a ripigliarne il governo, insieme con le fastidiose cure: poichè appena giunto, fu duopo spedire a Messina la squadra delle Galee del Regno con gli Spagnuoli della guarnigione di Napoli e cinquemila Italiani comandati da D. Orazio Acquaviva figliuolo del Duca d'Atri per opporsi a' Turchi. S'avviarono parimente da Napoli molti nobili venturieri di diverse Nazioni, frai quali ve ne furono settanta Napoletani sotto il comando del Duca d'Atri lor Generale. Intanto avanzandosi la stagione, e fatti certi i nostri della resoluzione de' nemici di non combattere, D. Giovanni d'Austria, nel mese di novembre di quest'anno ritornò in Napoli, dove in quell'inverno fu trattenuto in continue feste e giuochi di tornei, giostre e barriere; sinchè approssimandosi la primavera del nuovo anno non convenne pensare agli apparecchi d'una nuova espedizione.

Mentre D. Giovanni col Cardinal di Granvela erano, in questo nuovo anno 1573, tutti intesi di fornire l'armata del bisognevole per continuar l'impresa in Levante, s'intese che per la mediazione del Re di Francia, i Vineziani aveano conchiusa la pace col Turco, con vergognose condizioni: ciò che recò sommo rammarico al Pontefice Gregorio e non picciola gelosia al Re Filippo, il quale vedendo che gli Ottomani s'affaticavano non poco per far cadere la Corona di Polonia sopra la testa del Duca d'Angiò, fratello del Re di Francia, dubitava non i Vineziani e' Franzesi si collegassero contra di lui. I Vineziani, per iscusare co' Collegati il fatto, mandarono suoi Ambasciadori al Pontefice ed al Re Filippo rappresentando loro la necessità, che gli avea costretti alla pace.[317].

Il Re, pubblicata che fu quella pace, non volendo tener oziose le sue arme, tosto si rivolse alle cose d Affrica, cotanto alla Spagna unite; onde comandò a D. Giovanni d'Austria di far l'impresa di Tunisi. Partissi questo Principe da Napoli colla sua armata verso Messina, dove in due giorni approdò: indi proseguendo il suo cammino giunse alla Goletta; quivi posti a terra i suoi soldati per cammin dritto s'avviò verso Tunisi, della qual città (essendo sfornita di presidio) si rese tosto padrone senza combattere; ma non per questo la risparmiò dal sacco, che vi diedero i suoi soldati; ed avendo disegnato di costruire ivi una nuova Fortezza, come fece, vi lasciò con titolo di Vicerè Maometto figliuolo d'Assano, fratello d'Amida e fece prigioniero Amida, meritamente sospetto agli Spagnuoli e più sospetto a' Turchi, e mal veduto da' Tunesini, per avere con grande scelleratezza ammazzato Assane suo padre. Mandò in Palermo prigioniero Amida con due suoi figliuoli, il quale, per via, avendo inteso, che Maometto suo fratello cotanto da lui odiato, era stato lasciato per vicerè di quel Regno, venne in tanta rabbia, che se non era impedito da Amida suo figliuolo voleva, dalla Galea, che lo portava, buttarsi in mare. Intanto, per maggiormente porre in sicurezza quel Regno, Biserta fu anche presa; ed avanzandosi la stagione, essendosi approssimato l'inverno, D. Giovanni tornò in Sicilia, donde si restituì a Napoli, dove fece condurre Amida co' suoi figliuoli, che fece porre nel Cartello di S. Ermo sotto sicura custodia. Narra il Presidente Tuano[318], che nel seguente anno 1574 essendosi egli accompagnato con Paolo de Foix, mandato in Italia a render le grazie a' Vineziani, al Papa ed agli altri Principi d'Italia, che aveano mandato loro Ambasciadori in Francia a congratularsi col Re del nuovo Principato di Polonia di suo fratello, dopo avere scorse le città più cospicue d'Italia, venne anche in Napoli, dove giunto, ebbe vaghezza di vedere questo Amida co' suoi figliuoli. Fu da quel Castellano cortesemente introdotto, e vide esser un uomo molto vecchio, e siccome dell'aspetto potè egli conghietturare, s'accostava agli ottanta anni, ed avendo al Castellano con molta curiosità dimandato de' costumi di colui, gli disse, che ancorchè fosse così vecchio, non perciò s'asteneva ogni notte di dormire con una Mora sua concubina. Di que' due suoi figliuoli amava il più brutto, ch'era anche zoppo, ritenendolo sempre seco nella sua camera, odiava l'altro, ancorchè molto avvenente e spiritoso, al quale, entrato per ciò in somma grazia degli Spagnuoli, se gli permetteva andar libero per la città, cavalcare ed armeggiare: e se le cose non si fossero da poi mutate, era stato disegnato successore di Maometto suo zio nel Viceregnato di Tunisi, che si credeva poter lungamente durare sotto la Monarchia di Filippo.