Ma tosto andar vote sì belle speranze; poichè nell'istesso tempo che per lo ritorno di D. Giovanni e per la nascita del primogenito del Re Ernando, si facevan celebrare in Napoli dal Cardinal di Granvela pompose feste, con giuochi di Tori, di Caroselli e di Lancie, s'intese, che i Turchi scorrendo vie più formidabili i nostri mari, s'erano avvicinati al Capo di Otranto, ed aveano saccheggiata la picciola città di Castro; ed in questo nuovo anno 1574 avendo discacciati i nostri da Tunisi, s'eran impadroniti di quel Regno; poichè a' 23 agosto di quest'anno, caduta in lor mani la Goletta, presero la città di Tunisi con la Fortezza quivi innalzata da D. Giovanni, la quale fu da' medesimi superata a' 13 di settembre colla prigionia di Pietro Portocarrero e di Gabriele Sorbellone; e demolirono tosto amendue queste Piazze da' fondamenti, per torre a nostri la speranza di riacquistarle. Ed ecco il fine di tanti travagli sostenuti per questo Regno di Tunisi, che conquistato da Carlo V, e mantenuto con tante spese e travagli per lo spazio di quarant'anni dal Re Filippo suo figliuolo, finalmente si perdè senza speranza di poterlo più riacquistare.
Queste fastidiose cure resero il governo del Cardinal di Granvela assai travaglioso; poichè a riparare i mali, che da sì potente nemico si temevano, bisognò usare tutta la sua vigilanza e providenza. Egli fu il primo, che pose in effetto nel Regno la nuova milizia detta del Battaglione, istituita dal Duca d'Alcalà suo predecessore; era quella composta di soldati che a proporzione de' fuochi eran tenute l'Università del Regno somministrare: non aveano soldo in tempo di pace, ma solo alcune franchigie, ed in occasione di guerra tiravano le paghe, come tutti gli altri: il lor numero era considerabile, arrivando a venticinque e talora a trentamila persone: aveano i loro Capitani, ed altri Ufficiali minori: ma ora di questa milizia appena sono a noi rimasi vestigi. Non abbiamo più soldati, tutti siamo pagani, e la milizia è ora ristretta negli stranieri, che ci governano: in mano di costoro sono le armi, ed a noi solamente è rimasa la gloria d'ubbidire.
Per somministrar le spese a tanti bisogni era duopo che da dovero vi si pensasse: premeva il Re al Cardinale, e lo richiedeva spesso di sovvenzioni e donativi. Il Vicerè per adescar i popoli, e trovar modo di ricavarli dal Regno senza molta lor difficoltà e ripugnanza, fece dar prima esecuzione a tutte le grazie e privilegi, che nell'anno 1570 furono dal Re Filippo conceduti alla città ed al Regno. Poi avvalorato dalla presenza di D. Giovanni d'Austria, avendo insinuato a' Baroni il bisogno della guerra, che da dura necessità costretti era d'uopo sostenere contra un sì formidabile nemico, che minacciava porre in servitù il Regno, fece nel primo di novembre del 1572 convocare in S. Lorenzo un general Parlamento, nel quale intervenne per Sindico Cesare di Gennaro Nobile di Porto, e si fece un donativo al Re d'un milione e centomila ducati[319]. Avutosi da poi l'avviso della perdita di Tunisi e sue Fortezze, di nuovo per soccorrere il Re, fu unito nel 1574 un altro Parlamento, ove fu Sindico Gianluigi Carmignano Nobile di Montagna, e si donò al Re un altro milione e ducentomila ducati. Fu fama, che D. Giovanni pretendendo anche per se un particolar dono dalla città, il Cardinale commiserando la strettezza de' Napoletani, avesse destramente impedito, che non gli si fosse fatto, e che per ciò nascessero fra loro que' disgusti, che partorirono la chiamata del Cardinale in Ispagna, come diremo. Cotanto afflissero queste spedizioni di Tunisi e queste guerre contra i Turchi i Napoletani. Narra il Summonte Scrittor contemporaneo a questi successi, che per mantenere la Fortezza della Goletta costava a Napoli prezzo di sangue; poichè ogni volta, che in questa città era penuria di qualsivoglia sorte di roba tutta la colpa si attribuiva al mantenimento di questa Fortezza, e per ciò, se s'alzava il prezzo de' grani, se incariva il vino, se non si trovavano salami, l'olio si pagava a caro prezzo, tutto si diceva avvenire, per essersi fornita la Goletta, e così di tutte le altre cose del vitto umano, e per insino a' carboni incarivano, tal che pareva, che questa Fortezza inghiottisse ogni cosa; poichè per ingordigia de' Ministri tiranni, tutte le cose si mandavano fuori di questa città, sotto pretesto di servire alla Goletta, ma poi altrove si portavano.
Ebbe in fine il Cardinal di Granvela, come successore d'Alcalà, a sostenere anch'egli ed opporsi all'intraprese della Corte di Roma sopra la giurisdizione e preminenze del Re. Proseguiva ella con tenore costante le sue imprese, e come l'esperienza ha sempre mostrato, che morto un Pontefice, l'altro successore entra nel medesimo impegno, e forse con maggior emulazione del suo antecessore, così morto Pio V, Gregorio, che gli successe, seguitando le medesimo pedate, non mancò d'imitarlo; ma in ciò fu commendabile la costanza del Vicerè Granvela, il quale ancorchè Cardinale, seppe resistergli con vigore. In tutti gli altri punti giurisdizionali di sopra rapportati fu imitatore d'Alcalà, ma in quello de' casi misti, per un'occasione che gli si presentò, si distinse sopra di costui assai più. Il Sacrilegio vien riputato dagli Ecclesiastici un delitto di misto Foro, e che perciò debba darsi luogo alla prevenzione: accadde che un ladro, dopo aver commesso un furto nel Duomo di Napoli d'alcune sagre suppellettili, riuscitogli felicemente questa volta, volle provarsi la seconda nella Chiesa di S. Lorenzo; ma i Frati di quel Convento, coltolo in sul fatto, dopo averlo arrestato, e ben concio di bastonate, lo diedero nelle mani de' Bargelli dell'Arcivescovo, allora Mario Caraffa, il quale postolo nelle sue carceri pretendeva, ancorchè il ladro fosse laico, di conoscere egli del delitto per aver prevenuto. Il Granvela fece richiedere più volte all'Arcivescovo ed al suo Vicario, che rimettessero il ladro nelle mani de' Giudici Regj, a' quali s'apparteneva la cognizione di quel delitto; ma riuscivano inutili queste richieste, onde ostinandosi l'Arcivescovo a non consignarlo, fu costretto il Vicerè a mandare l'Avvocato Fiscale Pansa con famiglia armata a rompere le carceri dell'Arcivescovado, ed a prendersi il ladro. L'Arcivescovo fece scomunicar dal Vicario tutti coloro, che aveano avuta parte nell'accennata esecuzione, i mandanti, i consenzienti e tutti coloro, che erano intervenuti in quell'atto, facendo affiggere i Cedoloni per li luoghi pubblici della città. Ma gli fu risposto dal Cardinale con maggior giunta, perchè fece imprima covrire di carta e d'inchiostro i cedoloni: fece sbrigar subito la causa del ladro, e lo fece appiccare a' 10 marzo del 1573 nella piazza di S. Lorenzo: ordinò, che il Vicario fra 24 ore uscisse fuori di Napoli, e continuando il suo cammino fosse uscito dal Regno, e non ritornasse in quello fin ad altro ordine suo o del Re, come fu tosto eseguito: si fecero imprigionar i Cursori, che aveano affissi i Cedoloni; i Consultori e l'Avvocato di quella Arcivescoval Corte, i Mastrodatti ed il Cancelliere, tutti laici, furono parimente carcerati; ed in fine furono sequestrate all'Arcivescovo tutte le sue entrate, anche le patrimoniali. Ciò eseguito, ne fece il Cardinale con sua Consulta de' 25 dell'istesso mese di marzo distinta relazione al Re Filippo, il quale a' 13 luglio del medesimo anno gli rispose, non solo approvando, quanto egli avea per la conservazione della sua chiara giustizia adoperato, ma gli incaricò, che per l'avvenire mirasse sempre, che la sua regal giurisdizione fosse mantenuta in modo, che per niuna via o causa fosse pregiudicata, e che colla sua destrezza e prudenza si governasse in modo di non permettere che niuno de' Reggenti, nè i suoi Ufficiali, pretesi scomunicati per quella causa, andassero in Roma per l'assoluzione, conforme avea preteso il Pontefice passato con quelli del Senato di Milano. Parimente l'istesso dì scrisse a D. Giovanni di Zunica suo Ambasciadore in Roma, il quale avealo ancora ragguagliato di questo successo, dicendogli, che passasse col Pontefice con vigore gli uffici, che si convenivano alla qualità dell'affare; e quando si dovesse cedere al punto dell'assoluzione, si contentasse sì bene, che i censurati si assolvessero, ma che non si pensasse di dovere per ciò andare in Roma alcuno de' Reggenti di Napoli e suoi Ufficiali; poichè questo sarebbe diroccare dal suolo l'autorità de' suoi Ministri[320].
Il Pontefice Gregorio, dall'altra parte, fece dal suo Nunzio residente in Napoli passare col Cardinale aspre doglianze miste di minacce, ma per la mediazione dell'Ambasciadore Zunica, e per la opera d'altri personaggi di autorità, e sopra d'ogni altro del Presidente del S. C. Giovan Andrea di Curte, Ministro di grande efficacia e prudenza, fur sedati gli animi, e trovato questo temperamento: che tutti coloro, ch'erano stati scomunicati per tal cagione, fossero privatamente assoluti nella camera del Tesoro, ed in cotal guisa questo affare terminossi.
Dopo avere così bene adempito il Cardinal di Granvela le sue parti nel governo di questo Reame, e sperandosene da lui ora, che le cose erano alquanto in riposo, un migliore, per la sua integrità e prudenza civile, fu a noi involato per un ordine del Re Filippo, che lo richiamò in Ispagna alla sua Corte a più supremi onori, avendolo creato suo Consigliere di Stato e Presidente del supremo Consiglio d'Italia. Fu fama, che avesse D. Giovanni d'Austria, per le cagioni di sopra rapportate, proccurata la sua remozione, per farvi in suo luogo sostituire il Duca di Sessa: ma il Re tolse sì bene a sua richiesta il Granvela dal Regno, ma ingelosito dell'autorità di D Giovanni, per lo supremo comando che avea dell'armata, in vece di mandarvi suoi partigiani, vi spedì il Marchese di Mondejar, che era di D. Giovanni poco amorevole. Partì il Cardinale da Napoli nel principio di luglio di quest'anno 1575, avendo governato il Regno pochi mesi più di quattro anni. Ci lasciò 40 Prammatiche tutte sagge e prudenti, che rendono sempre ragguardevole la memoria de' suoi talenti. Egli severamente proibì qualunque sorte d'asportazion d'armi corte: comandò, che gli atti tra vivi, come delle ultime volontà non potessero stipularsi, che da Notari Regj: impose rigoroso secreto a' Ministri; ed ordinò, che niun portiere, trombetta o servidore di Palazzo, o di qualunque altro ministro andasse per la città cercando mancie, imponendogli pena di quattro tratti di corda: proibì a Ministri di dimandare, nè per suoi congiunti, nè per altri, beneficj o prebende Ecclesiastiche, nè ufficj da' Baroni, senza espressa licenza del Vicerè. Vietò alle persone Ecclesiastiche, ancorchè fossero Cavalieri Gerosolimitani, di potere esercitare in Napoli e nel Regno Ufficj Regj o Baronali: che niuna persona potesse giocarsi più di diece ducati in un giorno; proibì tutte le sorte di contratti usurari, e diede altre leggi salutari, le quali secondo l'ordine de' tempi possono con facilità osservarsi nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.
CAPITOLO II. Di D. Innico Lopez Urtado di Mendozza Marchese di Mondejar; sua infelice condotta, e leggi che ci lasciò.
Il Marchese di Mondejar giunto appena in Napoli ne' 10 di luglio di quest'anno 1575, non avendo fatto buono scrutinio di coloro che offerendogli il loro ajuto e consiglio nell'amministrazione del Regno, s'introdussero in sua grazia, fece tosto comprendere, che il suo governo dovea riuscire pur troppo diverso da quello prudente e saggio del suo predecessore; poichè non tardò guari, che per insinuazione di quei che l'adulavano, rivocò molte belle ordinazioni fatte dal Cardinal di Granvela, già divenuto nella Corte Presidente del Consiglio d'Italia: imprudentissima condotta, poichè costui offesosi di queste riforme, per l'affetto, che ciascun suol portare a parti del proprio ingegno, divenne un vigilante fiscale di tutte le sue azioni. Accortosi però egli di questo gravissimo errore volle ripararlo; ma vi applicò un rimedio, che riuscigli più pernizioso del primo malore. Era in que' tempi nella Corte per Reggente provinciale di questo Regno Scipione Cutinari, originario d'Aversa, uomo, ancorchè dotato di buone lettere, assai vafro però ed ambizioso: costui, corrotto dal Marchese, avvisava al medesimo i più secreti trattati, che passavano in quel Consiglio, e quanto usciva dalla bocca del Cardinale contro alla sua persona; in premio di ciò aveane dal Vicerè estorta una relazione falsa, diretta a S. Maestà, della sua favolosa e vantata nobiltà; in vigor della quale ottenne dal Re molte grazie e prerogative ed in particolare la facoltà d'eleggersi uno de' cinque Seggi per goderne gli onori. Ma ciò non gli servì ad altro che per far scovrire al Consiglio ed al Re l'impostura; poichè avendosi egli eletto il Seggio di Nido, ed il Vicerè, ripugnando tutti que' Nobili, impiegando la sua forza a farlo ricevere, diede a costoro occasione di spedire in Madrid persona, che facesse conoscere le favolose genealogie contenute nella relazione del Vicerè. Il Cardinal Granvela favorì la missione, ed informatone pienamente il Re rimase stomacato non meno dell'inganno, che del Vicerè, onde rivocò il privilegio, comandò, che il Reggente fosse rinchiuso in un carcere, dove indi a poco si morì, e che il fratello si ritenesse nel Castel Nuovo, donde uscito dopo molti anni di angustie, esiliato dalla città, finì i suoi giorni nella Torre del Greco.
Ma oltre a ciò la poca corrispondenza, che il Mondejar passava con D. Giovanni d'Austria, diede più certi presagi d'un infelice e non molto lungo governo. Trattenevasi per anche D. Giovanni in Napoli in giuochi e tornei, e come a colui, che avea il supremo comando dell'armata, erangli da' Napoletani resi i primi onori; tal che la luce del Vicerè da un più grande splendore veniva quasi ad oscurarsi: ciò che il Marchese mal potendo simulare e peggio soffrire, vennero fra di loro in maggiori urti e disgusti, i quali giunsero a tale estremità, che D. Giovanni non ebbe riparo in presenza di molti Nobili in un certo incontro di chiamarlo mancator di parola; avendo voluto il Vicerè rispondergli, che di tanta baldanza ne avrebbe egli dato avviso a Sua Maestà, gli corse D. Giovanni dietro, cavando fuori il pugnale per offenderlo; come sarebbe senza fallo accaduto se dagli astanti con preghiere e scongiuri non fosse stato raddolcito.
Questi incontri infelici e queste inimicizie, che vi erano tra lui col Cardinal Granvela Presidente del Consiglio d'Italia e con D. Giovanni d'Austria, seco portarono, che di tutto ciò, che di avventuroso accadde in tempo del suo governo, fosse imputato non già alla sua vigilanza, ma, o alla fortuna o all'accortezza e valore altrui, o, quando tutto mancasse, a miracolo. Ciò si conobbe chiaro in due occorrenze. Quest'anno del Giubileo 1575, per la gran frequenza di stranieri, che da tutte le parti concorrevano in Roma, s'introdusse in Italia una pestilenza così fiera, che dopo quella, che nell'anno 1528 in tempo della spedizione di Lautrech afflisse cotanto Napoli, non s'era veduta maggiore. Da Trento, ove cominciossi prima a sentire, passò il contagio a Verona, indi a Venezia, e finalmente si diffuse per tutto insino a Sicilia. I più famosi Medici di que' tempi, come Andrea Graziolo Salonense, Alessandro Canobio Scrittore della peste di Padova ed Antonio Gliscens di Brescia, riputarono, non già dalla positura delle stelle o dalla malignità dell'aria o dal concorso de' forestieri venuti in quell'occasione in Italia, essere cagionato il male, ma nato nelle città istesse dalle immondizie e sordidezze delle private case. Che che ne sia, Trento rimase quasi desolato, Verona con pochi abitatori, ed in Venezia, nel seguente anno 1576, fece stragi cotanto crudeli e lagrimevoli, che per tutto quell'anno, si conta, avesse in quella città consumati più di settantamila uomini. Di tanto esterminio ne furono incolpati quei due celebri Medici Girolamo Mercuriale da Forlì e Girolamo Capovacca da Padova, i quali richiesti dal Senato della loro opera e parere, riputando il morbo non pestilenziale, ma che potesse curarsi, fecero, che gli appestati non si portassero più, come erasi cominciato, fuori della città in un luogo separato, ma si ritenessero, esponendosi essi (siccome dal loro esempio fecero gli altri Medici e Cerusici di quella città) alla lor cura[321]. Ma il male crebbe in guisa, che attaccandosi più furiosamente, in breve spazio uccise non pur gli ammalati, ma cinquantotto fra Medici e Cerusici destinati alla lor cura. Non curarono il Mercuriale e 'l Capovacca il proprio pericolo, ed intrepidamente per qualche tempo infra gli appestati proseguirono la cura: ma a lungo andare, dimandata licenza dal Senato, scapparono via. In Milano, Cremona e Pavia si rese per ciò commendabile la pietà e vigilanza de' Cardinali Carlo Borromeo, Niccolò Sfondrato ed Ippolito Rosso Vescovi di quelle città, i quali con grande zelo e intrepidezza visitavano gl'infermi, e davan loro soccorsi. Lo stesso, ad imitazione del Borromeo, fece in Verona Agostino Valerio Vescovo di quella città, la quale non men, che Padova era miseramente travagliata ed afflitta. Si diffuse il male insino a Sicilia, ed in Messina fece strage sì crudele, desolandola in guisa, che si fece il conto esserne estinti più di quarantamila suoi Cittadini. Già la vicina Calabria cominciava a contaminarsi, e per lo continuo traffico tutte le altre nostre province erano in pericolo. Rilusse per ciò la provvidenza del Marchese di Mondejar, il quale con severissimi editti proibì l'entrata nel Regno a ciascuno, che veniva da luogo non sano: fece chiudere le porte della città, nè si permetteva far entrar alcuno, senza le necessarie fedi di sanità del luogo donde veniva: usò rigore estremo, anche ne' più leggieri sospetti: fece bruciare in Napoli molte balle di cotone venute di fuori, e dentro il Porto fece ardere una barca venuta di Calabria, ancorchè carica di balle di seta, senza riguardo dei gravissimi danni, che si recava per ciò a' Mercatanti. Tanto che Napoli ed il Regno restò libero ed immune da sì spaventoso male, che in Italia non s'estinse affatto, se non nel seguente anno 1577. Ma tutto ciò fu imputato, non già alla provvidenza del Vicerè, ma parte a' provvedimenti dati dalla città, e molto più all'intercessione di San Gennaro e degli altri Santi suoi Protettori[322].