Parimente Amuratte Imperador de' Turchi, proseguendo l'istituto de' suoi antecessori non tralasciava di fare scorrere la sua armata ne' nostri mari; il suo famoso Comandante Uluziali cominciò in quest'anno 1576 a saccheggiare le nostre riviere di Puglia: ma ripresso da molte soldatesche a cavallo ed a piedi, che vi spedì il Vicerè, si rimase dall'impresa, ed incamminandosi verso Calabria, fece sbarco delle truppe presso Trebisaccia, rovinando il paese ed i luoghi contorni, con ridurre in ischiavitù molti. Ne furono parimente scacciati e costretti a lasciar il bottino; ma tutto si ascrisse alla vigilanza e prontezza e valore di Niccolò Bernardino Sanseverino Principe di Bisignano, il quale, come pure scrive il Tuano[323], essendo accorso opportunamente, mentre s'imbarcavano, con sessanta cavalli e duecento archibusieri, obbligò quelli a lasciar la preda, facendone da quaranta prigionieri e più di cinquanta restarono ivi estinti.
Ne' seguenti anni s'accrebbero i suoi disgusti, per due incontri che diremo: tal che venuto in odio non meno alla Nobiltà, che al Popolo, fu finalmente richiamato dal Re in Ispagna, per dove convenne partirsi nei maggiori rigori di quell'inverno. Il primo, per aver voluto dar orecchio ad un Frate, che adescato dalle promesse d'alcuni avidissimi Mercanti, insinuò al Marchese, che per la gente minuta poteva farsi il pane di farina di grano, mischiata anche con quella dell'erba che i Botanici chiamano Aron, ed il volgo chiama Piede di Vitello, la quale è stimata di cotanto nutrimento, che Giulio Cesare vi mantenne le sue milizie nell'Albania. Parve tal espediente molto vantaggioso ed utile, non meno per l'annona, che per li grandi profitti, che potevan ritrarsi dal Re: ma appena fu questo trattato scoverto da' popolari avvezzi a mangiar pane di frumento, che stimolati anche da' Nobili mal soddisfatti del Vicerè per le passate contese dell'aggregazione del Reggente Cutinari ne' loro Sedili, prorruppero in aperte dichiarazioni di non dovervisi pensare, perch'essi altrimente avrebbero negato in ciò d'ubbidirlo; onde veduta dal Vicerè la loro fermezza ed ostinazione, gli fu duopo sciorre immantinente il trattato per quietarli. L'altro più strepitoso che diede l'ultima spinta alla sua partita fu, ch'educandosi nel Monistero di S. Sebastiano D. Anna Clarice Caraffa, figliuola del primo letto di D. Antonio Caraffa, Duca di Mondragone e di D. Ippolita Gonzaga, costei per mancanza de' maschi essendo considerata come succeditrice di tutto lo Stato paterno, era stata destinata dal padre per moglie al Conte di Soriano primogenito del Duca di Nocera, ch'era della medesima famiglia; ma il Principe di Stigliano, avolo paterno della fanciulla, tollerando di mala voglia, che dovesse estinguersi la sua Casa, risolse, benchè vecchio, d'ammogliarsi con D. Lucrezia del Tufo de' Marchesi di Lavello, ed ebbene di questo matrimonio un maschio, che meditava dovess'esser il successore di quello Stato; ciò che fece dividere la famiglia Caraffa in due potentissime fazioni. All'incontro il Vicerè, lusingandosi da queste contese poterne ritrar profitto, era entrato nell'impegno di impalmar questa Dama a D. Luigi Urtado di Mendozza Conte di Tendiglia suo primogenito, e prevedendo le difficoltà, prese risoluzione, col pretesto d'esplorarne la volontà, di far uscire da quel Monastero la fanciulla, e porla in luogo opportuno per suoi disegni; ed a far questo, vedendo che gli sarebbe riuscito vano ogni altro modo, parvegli usare non meno la sollecitudine, che la forza; onde mandò tre Reggenti col Segretario del Regno e centocinquanta Spagnuoli a torre con effetto la Donzella dal Monastero. L'atto improvviso e scandaloso animò quelle monache a prendere una risoluzione bizzarra e generosa; poichè unite tutte insieme con D. Clarice ancora, che fecero vestir Monaca, in lunghi ordini divise, salmeggiando e con le reliquie in mano di quei Santi che conservavano, fecero aprir le porte della clausura, e si fecero tutte incontro a que' Ministri, i quali sorpresi da un cotale nuovo spettacolo, postisi inginocchioni, adorarono le reliquie, e partirono immantenente dal Monastero. D. Clarice fu segretamente condotta in casa di D. Giovanni di Cardona, ed eseguendo la deliberazione di suo padre, fu privatamente sposata al Conte di Soriano, come poscia dichiarò essa stessa al medesimo Collaterale. Questa azione del Vicerè, quantunque avesse offeso sol que' due principali rami della famiglia Caraffa, ch'erano in que tempi il Principe di Stigliano, ed il Duca di Nocera, oggi estinti; gli irritò nondimeno contra tutto il numeroso stuolo de' Nobili di quel Casato, i quali aggiungendo quest'offesa all'antiche, mandarono il Marchese della Padula Giannantonin Carbone in Madrid a dolersene col Re Filippo.
(Di questa Missione del Marchese della Padula e della maniera da tenersi in ispedire alla Corte persone per far ricorso al Re, si legge una lettera di Filippo II spedita al Principe di Pietra Persia Vicerè sotto li 4 decembre 1579 presso Lunig[324]).
Fu la missione favorita anche dal Cardinal di Granvela, il quale agevolò l'impresa; onde esposte queste querele al Re, si risolse tosto di richiamarlo; ed ordinò a D. Giovanni di Zunica, il quale lungo tempo era stato suo Ambasciadore in Roma, che senza perder tempo passasse al Governo di Napoli; donde convenne, al Marchese agli 8 di novembre del 1579 partire, ed esporsi ad un viaggio di mare nel maggior rigore di quell'inverno. Partì su due Galee, accompagnato più dal proprio pentimento e dalle lagrime dei congiunti, che dalle benedizioni de' Napoletani, appo i quali, secondo che narra il Summonte[325] Scrittor contemporaneo, lasciò di se malissimo nome.
Pure ne' quattro anni e quattro mesi che durò il suo governo, ancorchè i mentovati successi gli avessero concitato l'odio comune, lasciò fra noi qualche memoria, non meno commendabile per Napoli, che per lo maggior servigio, ch'egli prestò al suo Re. Nel suo tempo furon fatti al Re tre donativi: uno pochi mesi dopo il suo arrivo in novembre del 1575, quando per l'avviso del nascimento di D. Diego secondo figliuolo del Re Filippo, si congregò in S. Lorenzo il Parlamento, dove presedè per Sindico Gianfrancesco di Gaeta nobile della Piazza di Porto, e dove si fece donativo al Re di un milione[326]: l'altro di febbrajo del 1577 dove fu Sindico Giangirolamo Mormile del Seggio di Portanuova, che fu d'un milione e ducentomila ducati: ed il terzo d'altrettanta somma conchiuso nel Parlamento tenuto a' 23 aprile del 1579, per supplire alle grosse spese della guerra di Fiandra, essendone Sindico Fabrizio Stendardo della Piazza di Montagna.
Cominciò ancor egli nel 1577 la fabbrica del nuovo Arsenale nella spiaggia di S. Lucia, ove al presente si vede, con la guida di Frate Vincenzo Casali Servita, famoso Architetto di que' tempi. Avea ancora cominciato le provvisioni necessarie per porre in mare un'armata contra gl'Infedeli, al qual effetto da Fr. Vincenzo Caraffa Prior d'Ungheria, e da Carlo Spinelli, assoldavansi tremila pedoni e quattromila guastadori a fin d'unirli a tutte le forze d'Italia, e farne un corpo sotto il comando di Pietro de' Medici, fratello del Gran Duca di Toscana, restandone il bel disegno estinto per l'improvvisa sua partenza. Ne' suoi tempi furon celebrate con grande magnificenza e pompa le feste per la natività di Filippo, quarto figliuolo del Re, natogli a' 27 aprile del 1578 dalla Regina Anna, che gli fu poi successore, siccome poco da poi fu pianta la morte del Principe D. Ernando, del quale il Re suo padre, forse per l'età sua infantile, avendo appena passati i sette anni, non fece celebrare nè in Napoli, nè altrove, nè funerali, nè esequie.
Ci lasciò ancora questo Ministro ventiquattro Prammatiche, nelle quali si leggono più provvedimenti molto saggi e commendabili. Proibì sotto gravissime pene le Case di giuoco e baratterie, nelle quali vietò a qualunque persona il potervi giuocare; represse i controbandi; diede norma a' Tribunali per le suspezioni dei Ministri; comandò che non potessero questi contrarre parentela spirituale, facendosi compari nel battesimo o nella cresima; e diede altri regolamenti salutari per l'abbondanza e politia della Città e del Regno: le quali, secondo il tempo nel quale furono stabiliti, possono vedersi nella Cronologia prefissa al tomo primo delle nostre Prammatiche, secondo l'ultima edizione del 1715.
CAPITOLO III. Delle cose più notabili accadute nel governo di Don Giovanni di Zunica, Commendator Maggiore di Castiglia, e Principe di Pietrapersia: sua condotta e leggi che ci lasciò.
Don Giovanni Zunica, secondogenito della Casa de' Conti di Miranda, di cui sovente nel precedente libro si è avuta occasione di favellare, quando, trovandosi Ambasciadore in Roma, trattò gli affari più gravi di giurisdizione occorsi nel governo del Duca d'Alcalà, s'acquistò nell'esercizio di quella carica, che tenne per molti anni in Roma, fama di gran prudenza, e per l'occorrenze di allora, di sufficiente perizia delle cose del Regno; tanto che trascelto dal Re Filippo per nostro Vicerè, non ebbe egli a star lungo tempo ad istruirsi prima de' nostri istituti e costumi. Fu per ciò l'elezione intesa con applauso, e ciascuno dalla sua capacità e nota prudenza se ne prometteva un ottimo governo. Nè la sua condotta fu contraria all'espettazione si avea di lui; poichè giunto egli in Napoli a' 11 di novembre di quest'anno 1579, diede in questo principio saggi ben chiari della sua magnificenza e pietà; poichè ricusando quella vana pompa del Ponte solito farsi a tutti i Vicerè, fu quello da lui donato all'Ospedale degl'Incurabili, dono che alla Città era costato 1500 scudi[327].