Ma contenendosi in quel Calendario alcune cose pregiudiziali alle sue preminenze, scrisse nel medesimo tempo un'altra lettera a parte al suddetto Principe, avvertendogli di mirar molto bene, che se in quel che tocca alla proibizione, che s'aggiunge in quello, cioè che non lo possa imprimere altri, che Antonio Lilio, o altri di suo ordine, vi fosse cosa da notare di pregiudizio alla sua Regal Giurisdizione, o ritrovandosi altro inconveniente, o novità di considerazione, trattenga l'impressione, e ne l'informi, ed aspetti da lui nuova risposta[350]. In cotal maniera e con tali moderazioni fu il nuovo Calendario appo noi ricevuto ed osservato; e narra il Summonte[351], che per ciò in quest'anno li 4 d'ottobre furon contati per 14 e li pagamenti di tutti gli affitti si fecero per tanto meno, quanto era la valuta di que' diece giorni. Parimente fu osservato, che conservandosi nella Chiesa di S. Gaudioso una caraffina di Sangue di S. Stefano portata in Napoli, secondo che scrive il Baronio[352], da S. Gaudioso Vescovo Affricano, la quale era solita liquefarsi da se stessa il dì terzo d'Agosto secondo il Calendario antico: da poi che Gregorio fece questa emendazione non bolle il sangue, che alli 13 d'agosto, nel qual dì, secondo la nuova riforma, cade la festa di S. Stefano; onde Guglielmo Cave[353] scrisse, che questa sia una pruova manifesta, che il Calendario Gregoriano sia stato ricevuto in Cielo, ancor che in Terra alcuni paesi abbiano ricusato di seguitarlo.
(Lo stesso narrasi esser accaduto nel bollimento del sangue di S. Gennaro a' 19 settembre. E Panzirolo in prova della verità dell'emendazione Gregoriana rapporta nel cap. 177 de Clar. Leg. Interp. una Istorietta che merita esser trascritta colle sue stesse parole: Haec anni emendatio divinitus est comprobata; quoddam enim Nucis genus reperitur, quod tota hieme usque ad noctem D. Joannis Baptistae foliis, ac fructibus velut arida caret; mane ultro ejus diei, more aliarum foliis, fructibusque induta reperitur. Haec post ejus anni correctionem decem diebus priusquam antea consueverat, id est eadem nocte D. Joannis quae retrocessit, et non ut antea virescere coepit.)
§. III. Fine del Governo del Principe di Pietrapersia, e leggi che ci lasciò.
Da questi tempi in poi osserviamo, che il Re Filippo II avesse stabilito e prefisso il tempo de' governi de' suoi Vicerè di Napoli, prescrivendo, che non dovesse regolarmente durare, che per tre anni; poichè prima era riposto nell'arbitrio del Re, nè era circoscritto dentro tali confini; onde terminato, che fu ai 11 novembre di quest'anno 1582 gli convenne partire per Ispagna, e dar luogo al Duca d'Ossuna suo successore. Partì con dolore di tutti, lasciando di se, per le sue commendabili doti di pietà, mansuetudine ed assiduità nell'audienze, fama d'un ottimo Vicerè. Nel suo triennio oltre delle cose memorabili di sopra scritte, accadde a' 23 d'ottobre del 1580 nella città d'Elves la morte della Regina Anna moglie del Re Filippo, lasciando di se al Re due figliuoli D. Diego d'anni otto e D. Filippo di due, essendo gli altri due Ernando e Giovanna premorti. Egli terminò la fabbrica dell'Arsenale, e vi fece quella magnifica Porta, che guarda su 'l Molo. Fondò nelle carceri della Vicaria l'infermeria per comodo degli ammalati prigioni; e finalmente per perenne monumento della sua prudenza civile, ci lasciò intorno a trentatrè Prammatiche, ricolme di savi provvedimenti, le quali possono osservarsi nella Cronologia prefissa nel primo tomo delle medesime.
(Non solo dalla rimozione del Principe, finito il triennio, ciò si rende manifesto, ma dal diploma del Viceregnato; che da Ferdinando II fu spedito a D. Pietro di Giron Duca d'Ossuna, successore, ristretto ad unum triennium, a die captae possessionis computandum. Questo Diploma si legge presso Lunig[354]).
CAPITOLO IV. Governo di D. Pietro Giron D'Ossuna, e sue leggi.
Per compensare in parte alle esorbitanti spese, che in servizio della Corona di Spagna avea fatte il Duca d'Ossuna, nelle guerre di Granata, nella conquista di Portogallo, ed altrove, piacque al Re Filippo II gratificarlo con uno de' maggiori governi, che si possa dare da qualunque Principe d'Europa, qual è quello del nostro Regno di Napoli. Giunse D. Pietro in questa città dopo la Legazione di Portogallo, con gran pompa e magnificenza nel mese di novembre di quest'anno 1582. Il suo natural contegno, ed un genio soverchio altiero e disprezzante, lo fece tosto cadere nel biasimo della Nobiltà; ciò che resegli il governo un poco difficile e non cotanto commendabile; di che egli molto tardi accorgendosi, cercando togliere il concetto, che s'avea di lui, che poco stimasse la Nobiltà, fecesi annoverare tra' Nobili della Piazza di Nido. Ma il successo di Starace cotanto celebre e rinomato per tutta Europa, che fu stimato degno di essere anche narrato nella sua Istoria dal Presidente Tuano[355], rese il suo governo molto più torbido ed inquieto. Non accade di quello far qui nuovo racconto, essendo stato (oltre a Tommaso Costo, di cui si valse il Tuano) minutamente descritto dal Summonte, dove questo Scrittore termina la sua Istoria, avendo qui ancora finita la sua il di lui traduttore Giannettasio.
Le continue istanze, che venivan di Spagna, perchè dal Regno si mandasse denaro per le continue spese per li bisogni del Re, agitavano non poco l'animo del Duca. Si pose in trattato d'imporre per ogni botte di vino un ducato; ma non acconsentendovi tutte la Piazze, restò quello escluso: ad ogni modo, colla promessa di nuove grazie e privilegi, si fecero al Re in tempo del suo governo due donativi: l'uno d'un milione e ducentomila ducati nel Parlamento celebrato a' 2 gennajo del 1583, dove intervenne per Sindico Muzio Tuttavilla Mobile di Porto; l'altro d'ugual somma in ottobre del 1584 essendone Sindico Scipione Loffredo di Capuana, e con effetto nell'una e nell'altra congiuntura s'ottennero quelle grazie, che si leggono nel volume de' nostri Capitoli. Pure il zelo, che egli avea di far amministrare, senza distinzione di Nobile, o di plebeo, ugualmente la giustizia a tutti, e la sollecitudine che praticava nella spedizione dei negozj, gli fecero meritare la benivolenza del Popolo. Maggiori encomj e benedizioni se gli resero per li molti beneficj, che Napoli ed il Regno ritrasse dalla sua vigilante cura ed applicazione ne' quattro anni che ci governò. Egli fu quello, che fece riparare l'Acquedotto, che dalla Villa della Polla conduce l'acqua ne' formali di Napoli. Più magnifico fu l'edificio della Real Cavallerizza, che dalle rive del Sebeto presso il Ponte della Maddalena, ov'era stato da' Re di Aragona di Napoli collocata, per la corruzione dell'aria cagionata dalle Paludi, che ivi eransi multiplicate, trasportò fuori la Porta Costantinopoli, vicino il palagio de' Duchi di Nocera. Egli fece spianare le strade, innalzare più ponti sopra fiumi, che trovansi nel cammino di Puglia, acciocchè con più sicurezza e facilità condur si potessero le vettovaglie ed altre merci per l'abbondanza di Napoli. Egli in fine ci lasciò molte prudenti ordinazioni, che si leggono in quarantasei Prammatiche, le quali ancor ci restano, e che si possono vedere nella Cronologia prefissa al primo tomo delle medesime.
CAPITOLO V. Governo di D. Giovan di Zunica, Conte di Miranda reso travaglioso per l'invasione degli sbanditi. Suoi monumenti e leggi che ci lasciò.
All'espettazione d'un prudente governo, che per la fama precorsa delle sue virtù, s'avea del Conte di Miranda, non difforme dell'altro Zunica suo zio, ben corrisposero i successi: e dal vedersi, d'essere stato egli mantenuto per nove anni continui dal Re Filippo in questo governo, si fece manifesta la soddisfazione, ch'egli incontrò non meno del proprio Principe, che de' popoli a sè soggetti. Fu ricevuto egli in Napoli dopo la partenza del Duca d'Ossuna, nel mese di novembre di quest'anno 1586 con molta contentezza ed applauso. Ma nuovi accidenti resero pur troppo faticosi e molesti gli anni del suo governo. Ancorchè ne' tempi de' suoi antecessori avesser gli sbanditi cominciato ad inquietare le province del Regno; nientedimeno il male ne' suoi principj non riputandosi cotanto grave, se non fu trascurato, almeno non s'usarono que' rimedj, che si convenivano per toglierlo affatto, ed in su lo spuntare dalle radici estirparlo. Questo fece che tuttavia crescendo, si videro a schiera que' masnadieri rinselvarsi ne' boschi, assassinare i viandanti, e svaligiare i Regj Procacci; e sempre più avanzandosi la loro audacia e ribalderia, arrivarono sino a saccheggiare le Terre anche murate, e metter tutto in desolazione e ruina, tal che il traffico non era sicuro, e 'l commercio impedito. A tutto ciò s'aggiungeva la difficoltà di praticare il rimedio, che sovente riusciva peggiore del male, poich'essendo pur troppo multiplicati, per dissiparli, si mandavano soldatesche, le quali apportavano maggiori incomodi e desolazione a' luoghi ove capitavano, e sovente inutilmente, e senza buon successo; poichè tra' monti e balze niente giovavano le milizie regolate, ed erano bene spesso deluse, e sovente anche malmenate.