Il Conte di Miranda non per ciò tralasciò d'impiegarvi per estirparli tutti i suoi talenti, e vennegli fatto d'avere in mano quel famoso bandito Benedetto Mangone, di cui rimane ancora l'infame memoria per le tante scelleratezze commesse nella Campagna d'Eboli. Fu, per altrui spaventoso ed orribile esempio, sopra un carro fatto tirare per le strade della città, strappandosegli con tenaglie le carni, e poi condotto al Mercato a' 17 aprile del seguente anno 1587 sopra una ruota a colpi di martello gli fu tolta la vita. Ma niente giovò questo terribile spettacolo; non guari da poi s'udirono le incursioni d'un altro famoso ladrone detto Marco Sciarra Apruzzese, che imitando il Re Marcone di Calabria, si faceva anche chiamare il Re della Campagna: avea egli unita una comitiva di seicento ladroni, a' quali comandava. E per la vicinanza d'Apruzzo collo Stato della Chiesa teneva corrispondenza con gli banditi di quello Stato, col quali davansi scambievolmente la mano: il Vicerè non trascurò ripararvi: proccurò in prima col Pontefice Sisto V, successor di Gregorio, che in vigor degli antichi concordati tra la Santa Sede ed il Regno di poter perseguitare i Banditi ne' loro Territorj, e scambievolmente ajutare in ciò l'un l'altro, se gli accordasse di poter mandare Commessarj nello Stato Ecclesiastico a questo fine, senza richieder ad altri licenza; e Sisto a' 14 maggio di quest'anno 1588 ne gli spedì Breve, nel quale gli dava potestà, che tanto esso quanto i Commessarj da lui destinati per la persecuzione de' Banditi e delinquenti, potessero entrare nello Stata della Chiesa, e quelli perseguitare e pigliare per tre mesi senza cercare ad altri licenza[356]. Oltre a ciò mandò più Commessarj forniti di soldatesche per sterminarli; ma furono inutili tutte queste spedizioni e cautele; poichè per le carezze, colle quali lo Sciarra generosamente trattava i naturali delle Terre dove dimorava, era fedelmente avvertito dell'imboscate, che gli si tendevano dalle genti di Corte: e la sua vigilanza era grandissima, poichè alloggiava sempre in siti inaccessibili, distribuiva le guardie, piantava le sentinelle e ripartiva la gente in luoghi proprj ed opportuni. Erasi per ciò reso poco men che invincibile, onde in molti cimenti si disbrigò sì bene, che il danno de' suoi fu poco, e la strage degli aggressori era molta.

Sopraggiunsero in questi tempi non leggieri sospetti conceputi per le stravaganti e boriose azioni del Pontefice Sisto V, il quale essendo d'un ingegno agreste, come lo qualifica il Presidente Tuano[357], non la preghiera, o la sommessione il piegava, ma solo il timore, o la forza. Quindi il Re Filippo avea date istruzioni al Conte di Miranda, che usando di questi ultimi mezzi il tenesse a freno. Il Vicerè per tanto presa quest'occasione di perseguitare i banditi, con animo per altro impegnato di sterminare Sciarra, fece ammassare quattromila soldati tra fanti e cavalli, e datone in quest'anno 1590 il comando a D. Carlo Spinelli, lo spinse contra colui per sterminarlo, ma pure riusciron contrarj gli effetti alle concepute speranze; poichè in quella azione mancò poco, che lo Spinelli stesso non vi lasciasse la vita; onde in vece d'abbatterlo, crebbe tanto il suo ardire, che senza contrasto saccheggiò la Serra Capriola, il Vasto e la città istessa di Lucera, dove restò miseramente ucciso il Vescovo Colpito in fronte da una archibugiata, mentre affacciavasi ad una finestra del Campanile, dov'erasi posto in salvo. Resesi vie più baldanzosa la sua insolenza, per la corrispondenza, che a dispetto del concordato di Sisto col Vicerè, e' coltivava co' banditi dello Stato del Papa, co' quali davansi scambievoli ajuti: a tutto ciò s'aggiungeva la protezione, che dava loro Alfonso Piccolomini ribelle del Gran Duca di Toscana, il quale ricovratosi nello Stato di Venezia, militava sotto gli stipendi di quella Repubblica nella guerra, che allora avea mossa contro gli Uscocchi.

Ma nuovi accidenti, poco da poi seguiti, tolsero alle Sciarra tutti questi sostegni. Il Gran Duca di Toscana, perchè i Vineziani discacciassero da' suoi Stati il Piccolomini, avea loro proposto, e assiduamente inculcavagli, che meglio era servirsi dello Sciarra contra gli Uscocchi, che del Piccolomini; ma avvenne, che ciò, che per questa via non potè ottenere, gli riuscì per un'altra; polche il Piccolomini, per avere in certa occasione arditamente risposto a' Capi di quel Governo, fu scacciato dallo Stato di Venezia, ed inciampato negli aguati tesigli dal Gran Duca, fu fatto in fine da costui violentemente morire. I Vineziani perciò chiamavano lo Sciarra per ispedirlo contra gli Uscocchi; ma egli non molto curava i loro inviti. Finalmente morto il Pontefice Sisto, e succeduto in suo luogo Clemente VIII, questi nutrendo i medesimi sentimenti del Conte nostro Vicerè, e tutto inteso contra i banditi dello Stato della Chiesa, vi spedì Gianfrancesco Aldobrandini per estirparli.

Il Vicerè dall'altra parte, richiamato lo Spinelli dal governo delle armi, sperimentate sotto la sua condotta poco felici, diede la cura di questa impresa con assoluta potestà a D. Adriano Acquaviva Conte di Conversano; il quale uscito da Napoli nella Domenica delle Palme del 1592 con fresche milizie, ne ammassò altre paesane, come più pratiche della campagna: ed astenendosi d'alloggiar in luoghi abitati, per non aggravarli, si conciliò totalmente gli animi de' Paesani, che tutti cospirarono con esso alla sterminazione dei banditi. Così lo Sciarra, spogliato della protezione del Piccolomini, e vedendosi stretto non meno dalle genti del Vicerè, che del Pontefice, deliberò finalmente di abbracciare il partito che gli offerivano i Vineziani; onde traghettando il mare con sessanta de' suoi sopra due Galee della Repubblica, portossi in Venezia. Ma non per ciò coloro, che rimasero, s'astenevano di danneggiar la campagna, guidati da Luca fratello di Sciarra, e fomentati dallo stesso Sciarra, che da Venezia di quando in quando ritornava ad animarli, finchè, una volta, giunto alla Marca con parte della sua Comitiva, non fosse stato ucciso da un suo compagno chiamato Battimello, che in premio del tradimento ottenne dall'Aldobrandini per sè e per altri tredici suoi compagni il perdono. Questo fine ebbe lo Sciarra, che per lo spazio di sette anni continui avea travagliato lo Stato della Chiesa ed il Regno. Cessarono con la sua morte le scorrerie de' banditi, sterminati poi interamente dal Conte di Conversano, che ritiratosi con molto onore in Napoli, fu dal Vicerè molto ben visto e careggiato. Ma se cessarono al presente, non fu però, che non pullulassero ne' seguenti anni, travagliando il Regno sotto altri Capi, non men di quello che aveano fatto sotto lo Sciarra e Mangone. La gloria di doversi affatto estirpare e di perdersene fra noi ogni memoria, l'avea riserbata il Cielo all'incomparabile D. Gaspare di Aro Marchese del Carpio, a cui il Regno, fra tanti, deve questo inestimabile e grande beneficio.

Non meno per queste incursioni, che per le continue premure, che venivan di Spagna per denari e per gente, riuscì travaglioso al Conte il suo governo. L'impegno, nel quale il Re Filippo era entrato contra l'Inghilterra e la Francia, finì d'impoverire il Regno, per tante spese e donativi, che fu d'uopo somministrare. In quella grande Armata, che con infelice successo spinse egli contra l'Inghilterra, vi ebbe ancor parte il nostro Regno: nel nostro Arsenale furono fabbricate quattro Galeazze, che dal Conte di Miranda furon mandate nel Porto di Lisbona per accrescere quella armata, la quale dissipata dalle tempeste nel 1588, e assorbita dal mare, rovinò la Spagna, e sparse tutti i suoi disegni al vento, e le mal concepite sue vaste idee. Per la guerra che i Franzesi aveano accesa in Savoja, furono parimente dal nostro Regno nel 1593 inviati dal Conte quattromila e cinquecento pedoni sotto il comando del Prior d'Ungheria, acciò che nella Savoja fossero impiegati contra i Franzesi. Per supplire adunque alle spese di tante spedizioni ne' nove anni di questo suo governo, nel 1586, 1588, 1591, 1593 e finalmente nel 1595, si estorsero dal Regno cinque donativi, ciascuno de' quali fu d'un milione, e ducentomila ducati[358].

Non meno da Francia e da Inghilterra, che da Costantinopoli vennero in questi tempi al Conte ed a noi i mali e le travagliose cure. L'apparecchio d'una potentissima armata, che facevasi in Costantinopoli, pose il Regno in molti timori, ed in grave costernazione: per prevenire il male, il vigilante Vicerè fece tosto provedere di munizione, e di gente le Piazze più gelose del Regno, e particolarmente i Castelli di Brindisi, d'Otranto, di Taranto e di Gallipoli: fece radunare anche la Cavalleria e Fanteria de' Battaglioni, e pose alcune Fregate in que' mari, che vegliassero a' disegni dell'inimico. Ed in effetto queste precauzioni, ancorchè dispendiose, non riuscirono infruttuose: poichè nell'anno 1593, tentatasi in vano da' Turchi l'invasione della Sicilia, s'avvicinarono alla Catona, luogo della Calabria vicino a Reggio, dove subitamente accorso Carlo Spinelli, dichiarato Capitan a guerra dal Vicerè, convenne loro partirne, se bene con preda d'alcuni, e di qualche danno recato alla campagna: ma ritornati a' 2 di settembre al Capo dell'Armi, diedero fondo con cento vele nella Fossa di S. Giovanni, saccheggiarono Reggio, e quattordici Terre di quel contorno: e comparsi ne' Mari di Taranto e di Gallipoli, scorgendo di non potere in quelle spiagge tentar cosa di loro profitto, per la vigilanza delle soldatesche che le guardavano, si ritirarono alla Velona.

Ma con tutte queste fastidiose cure e travagliose occupazioni, non mancò con perenni monumenti, che si ammirano ancora, di beneficare la Città e Regno ad imitazione de' suoi predecessori. A lui dobbiamo quel maestoso piano, che si vede fino al dì d'oggi davanti al Regio Palagio, il qual serve non meno alle milizie di Piazza d'armi, che d'Anfiteatro dignissimo alla Nobiltà, in occasione di giostre, giuochi di tori, tornei ed altri spettacoli. A lui dobbiamo la strada, che da Napoli conduce in Puglia fatta di suo ordine spianare per maggior comodo de' Viandanti. A lui si deve l'ingrandimento del Ponte magnifico della Maddalena su il fiume Sebeto; e 'l ristoramento dell'altro, che conduce dalle radici del Monte d'Echia al Castello dell'Uovo. Alla sua magnificenza parimente si dovea il prospetto della Chiesa di S. Paolo de' PP. Teatini, ove era il Tempio dedicato a Castore e Polluce, riducendolo in quella forma, che si vedeva prima che l'abbattesse il tremuoto accaduto a' 5 giugno del 1688, ed alla sua pietà dobbiamo il ristoramento delle tombe e sepolcri de' Re Aragonesi posti nella Sagrestia di S. Domenico, i quali, coperti di broccati, fece riporre nel medesimo luogo sotto ricchissimi baldacchini. Egli in fine con maggiore utilità fece edificare quel palagio, che diciamo la Polveriera, per evitare il pericolo degl'incendj tante volte accaduti, facendolo perciò costruire in luogo disabitato fuori la Porta Capuana, per uso della fabbrica della polvere.

Durò il suo governo nove anni, ne quali pubblicò intorno a cinquantotto Prammatiche, donde si vide quanto gli fosse stata a cuore la giustizia, la emendazione de' Magistrati, q la uguale distribuzion delle Cariche a proporzione del merito. Tolse egli molti abusi introdotti nel Tribunale della Vicaria, e del S. C. e fece molte ordinazioni per la sollecita spedizione delle cause, e diede varj provvedimenti intorno alla pubblica annona, li quali possono vedersi nella Cronologia prefissa al tomo primo delle nostre Prammatiche. Partì da Napoli per la venuta del successore a' 25 novembre dell'anno 1595, accompagnato dalle benedizioni de' popoli, lasciando in Napoli, quasi per pegno del suo amore, D. Giovanna Pacecco sua nipote, maritata con Matteo di Capua Principe di Conca e G. Ammiraglio del Regno.

CAPITOLO VI. Del Governo di D. Errico di Gusman Conte di Olivares: Sue virtù, e leggi che ci lasciò.

Il Conte di Olivares fu uno de' più savj e prudenti Ministri ch'ebbe in questi tempi la Spagna, e per la grande perizia e facilità che avea nell'espedizione degli affari politici e più gravi della Monarchia, s'acquistò presso gli Spagnuoli il soprannome di Gran Papelista. Fu egli perciò dal Re Filippo II, savio discernitore dell'abilità de' soggetti, impiegato nelle cariche di maggior confidenza e più gravi, avendolo in tempi cotanto difficili mandato suo Ambasciadore nella Corte di Roma, appresso la persona del Pontefice Sisto V, con cui, per l'ingegno di questo Papa cotanto stravagante e bizzarro, per lo spazio di molti anni ebbe a trattare affari molto fastidiosi e difficili. In tempo di questa sua ambasceria gli nacque D. Gaspare di Gusman, chiamato poscia il Conte Duca: quegli che sotto il Regno di Filippo IV governò con titolo di privato per lo spazio di ventidue anni la Monarchia. Di Roma passò poi a governar la Sicilia, donde dal Re Filippo fu destinato successore del Conte di Miranda. Giunse egli in Pozzuoli nel mese di novembre di quest'anno 1595, e dopo alcuni giorni entrò in Napoli ricevuto con molto applauso, e con le solite cerimonie del Ponte, Sindico e Cavalcata.