Non passò lungo tempo, che ciascuno s'accorse del suo genio serio e severo, e lontano da' passatempi. Non curava molto, che i Nobili lo corteggiassero nelle anticamere: diede bando alle danze, alle commedie, ed alle feste, solite farsi in Palazzo da' suoi predecessori. Tutta la sua applicazione era in dar udienza ad ogni ora; soprantendere con vigilanza alla retta e rigorosa amministrazione della giustizia: e quello, che lo distinse sopra tutti gli altri fu lo studio grande, che pose nell'economia del Governo, cosa non molto curata dagli Spagnuoli, anzi dell'intutto da loro sempre trascurata.
A questo fine pubblicò molte Prammatiche, colle quali riformò molli abusi, e particolarmente la vanità de' Titoli, che in iscritto, ed a voce molti superbamente arrogavansi, ed i lussi smoderati negli abiti delle donne. Al suo genio severo s'accoppiò quello di Lodovico Acerbo, Giureconsulto genovese di nazione, da lui creato Reggente di Vicaria, il quale non meno delle gravi, che delle colpe leggiere era giusto vendicatore. Si sterminarono per ciò i ladri ed i giocatori, e le campagne furono in riposo. Vegghiava, perchè nella città e nel Regno l'abbondanza non mancasse, dandovi provvidi ordinamenti, facendo a tal fine costruire quel Palazzo, che chiamiamo la Conservazione delle farine, per riporvi li frumenti e le farine, che vengono per via del mare, per servigio della pubblica annona; e poste in assetto queste due importantissime faccende, s'applicò ad abbellire la Città, colla scorta del Cavalier Domenico Fontana famoso Architetto di que' tempi. Egli fece appianare la strada, che dal Molo grande conduce al picciolo, ed ergervi una fontana: diede principio all'altra, che dalla marina del vino conduce alla Pietra del Pesce, ridotta poi a perfezione dal Conte di Lemos suo successore. Fece appianare ed allargare e porre in linea retta la strada, che dal Convento della Trinità di Palagio conduce a S. Lucia, volendo che dal suo cognome si chiamasse Via Gusmana. Egli diede l'ultima mano all'ampio edificio del maggior Fondaco, o sia Regia Dogana di Napoli, ed oltre molte altre magnifiche sue opere, che adornano questa città, rialzò il tumulo di Carlo Martello Re d'Ungheria, e lo ridusse in quella magnificenza, che ora veggiamo sopra la porta del Duomo di Napoli.
Ma la morte accaduta a' 13 di settembre del 1598 del Re Filippo II (della quale diremo più innanzi) di cui egli in gennajo del nuovo anno 1599 fece celebrare pompose e superbissime esequie, abbreviò gli anni del suo governo; poichè non avendo trovato presso il nuovo successore Filippo III quella grazia, della quale egli interamente godeva con suo padre, diede a' suoi emoli campo di querelarlo al nuovo Re, per un'occasione che diremo. Per li fallimenti seguiti di diversi Banchieri con grandissimo danno di non poche persone, che tenevano il denaro nelle loro mani, fu proposto al Vicerè dal Mercatante Salluzzo genovese l'espediente di istituire in Napoli una Depositaria generale, nella quale si dovessero fare tutti i depositi della città e del Regno: vi si opposero i Deputati della città, affermando, ch'essendovi molti Banchi fondati da' Luoghi Pii, e governati con sommo zelo, ne' quali potevano farsi sicuramente simiglianti depositi, non era ragionevole violentare l'arbitrio dei Cittadini a confidare il denaro in mano de' forastieri. Ma perchè l'espediente pareva al Vicerè, che fosse molto profittevole al pubblico, interpetrando l'opposizione de' Deputati per un emulazione invidiosa alla sua gloria, fece imprigionare il Principe di Caserta, Alfonso di Gennaro, ed Ottavio Sanfelice, come quelli ch'erano stimati fra Deputati di maggiore autorità. Offese da ciò le Piazze di Capuana, Porto e Montagna, dopo avere eletti altri Nobili per empire i luoghi de' prigionieri, spedirono segretamente alla Corte di Madrid Ottavio Tuttavilla de' Conti di Sarno, affine di rappresentare al Re le violenze usate dal Conte per opprimere nelle persone de' Deputati le ragioni della città. Il Vicerè informato, che ogni cosa era cagionata da' consigli di D. Fabrizio di Sangro Duca di Vietri, allora Scrivano di Razione, fece imprigionarlo, pigliando il pretesto dell'accuse fattogli promovere contra dal Marchese della Padula Giovan-Antonio Carbone nemico del Duca. La nuova carcerazione del Sangro accrebbe alla Corte le querele contra il Vicerè, e diede maggiormente spirito al Tuttavilla d'esclamare a' piedi del Re, e dipingere a suo modo i rigori e le violenze, ch'e' diceva praticarsi dal Conte contra la Nobiltà e suoi fedeli vassalli, per soddisfare alla propria vendetta con pregiudizio della giustizia. Il Re nuovo al governo de' suoi Regni, deliberò per tanto di rimuoverlo, e gli destinò per successore il Conte di Lemos, il quale venuto in Napoli all'improvviso, obbligò l'Olivares a partirsi tosto, e ritirarsi in Posilipo nel Palagio del Duca di Nocera. donde, a 18 di luglio dell'anno 1599, s'incamminò alla volta di Spagna. Fu creduto, che il suo governo sarebbe stato più lungo, se non fosse accaduta la morte del Re Filippo II; poichè non poteva desiderarsene uno più giusto, ed una provvidenza più saggia, ed una applicazione più indefessa di quella, che ammirossi nel Conte. Lo dimostrano le leggi, che ci lasciò, avendo egli in questi quattro anni del suo governo promulgate intorno a trentadue Prammatiche, tutte utili e sagge, le quali potranno leggersi nella tante volte mentovata Cronologia prefissa al tomo primo delle nostre Prammatiche.
CAPITOLO VII. Morte del Re Filippo II, suo testamento, e leggi che ci lasciò; e delle varie Collezioni delle nostre Prammatiche.
Intanto il Re Filippo grave già d'anni e da molte e varie infermità travagliato, scorgendo non dover essere molto lontano il fine de' suoi giorni, cominciò seriamente a pensare alla partita, ed a provvedere, per quanto l'umana prudenza può giungere, a' mali, che dopo la sua morte avrebbero potuto sorgere, cadendo la Monarchia in mano di Filippo suo figliuolo. Era già morto il Principe D. Diego, e sol rimaneva per successore di una sì ampia Monarchia Filippo, giovane, e ch'egli ben conosceva inesperto, non meno al maneggio degli affari di Stato, che a trattare le armi. A questo fine e' sollecitò la pace col Re di Francia Errico IV, affinchè mancando, non lasciasse il figliuolo nel principio del suo Regno intrigato in una guerra con un Principe cotanto allora invitto e potente: fu conchiusa questa pace a Vernin li 2 maggio di quest'anno 1598, l'istrumento della quale è rapportato da Lionard nella sua Raccolta[359], onde nel mese di giugno del medesimo anno, imitando l'Imperador Carlo suo padre, cominciò a disporsi a tal passaggio e ad abbandonare le cure moleste del Regno, e sentendosi per li continui dolori d'artritide molto debilitato, ancorchè i medici fossero di contrario parere, egli in ogni modo volle, che vivo fosse trasferito nel Monastero di S. Lorenzo dello Scuriale, lontano da Madrid sei leghe, dove avrebbe dovuto portarsi, morto che fosse. Quivi giunto se gli accrebbero i dolori della chiragra e pedagra: nè questi bastando, se gli aggiunsero altri mali, e fra gli altri s'osservò nel ginocchio destro un doloroso tumore, che aperto, ancorchè si mitigasse il dolore, non per ciò s'ebbe speranza di sua vita; anzi poco da poi se ne videro quattro altri nascere nel petto, che parimente aperti, diffusero per tutto il corpo un così pravo umore, che cangiossi in una colluvie sì grande di pidocchi per tutta la persona, che quattro uomini, di continuo a ciò impiegati, appena bastavano a mondarlo di tanta sporcizia: se gli aggiunsero da poi una febbre etica terzana, più ulcere alle mani, ed agli piedi, una disenteria, un tenesmo e finalmente una manifesta idropisia, non cessando intanto la colluvie de' pidocchi, la quale non meno d'uno miserando spettacolo, serviva per un gran documento a tutti delle umane cose. In questo stato però, cotanto spietato e doloroso, serbò egli sempre una somma costanza e fortezza d'animo; finchè assalito da un parossismo, avendo già preso il Viatico, si dispose agli ufficj estremi: fece per tanto, prima di rendere lo spirito, chiamarsi il Principe Filippo e Chiara Eugenia Isabella sua dilettissima figliuola; e dall'Arcivescovo di Toledo in loro presenza e degli altri Grandi della sua Corte, prese la penitenza: è questa penitenza una spezie di consecrazione, già da molti anni solita usarsi in Ispagna tra' Principi e Grandi, della quale S. Isidoro nella Cronica prefissa alle leggi de' Westrogoti fece menzione, distinta dall'Estrema Unzione, che usa la Chiesa. Poi voltatosi a Filippo gli raccomandò caldamente la sua sorella, e diegli alcuni avvertimenti, ch'egli in vita avea scritti e tenevagli serbati per darglieli nell'estremo di sua vita. Si prescrisse egli stesso la pompa dei suoi funerali; ed aggravandosi l'agonia, benedisse i figliuoli, e quelli licenziati, finalmente rese lo spirito a' 13 di Settembre di quest'anno 1598 nel settantesimosecondo anno di sua età dopo averne regnato quarantaquattro.
Fu Filippo di statura breve, ma venusta, di volto grave, ma giocondo, ben fatto di membra, e di biondo crine. Fu d'ingegno elevato e sagace: nell'ozio desideroso d'affari: accurato nel trattargli e dalle altrui calamità cercava trar profitto, colle quali arti seppe conservare, ed accrescere ciò che il padre aveagli lasciato, esperimentò quanto grande, altrettanto varia e difforme fortuna. Quattro anni prima si trovò avere in Madrid fatto il suo testamento. In quello, prima d'ogni altro, ordinò, che si soddisfacessero con buona fede tutti i suoi creditori: si rifacesse il danno cagionato a' privati per le cacce, che aveasi riserbate nelle selve ed altri luoghi, ch'egli aveasi chiusi a questo fine. Lasciò molti maritaggi da dispensarsi a povere vergini di buona fama: altri Legati fece per redenzione de' cattivi Cristiani, ch'erano in ischiavitù in mano de' Turchi: molte elemosine e Legati pii lasciò a varie Chiese, imponendo a' suoi Esecutori, che vendessero tanti suoi mobili per soddisfarli, li quali, se non bastassero, ordinò, che il rimanente si supplisse dalle gabelle e dazj de' suoi Regni.
Raccomandò il culto e venerazione, che deve prestarsi alla Chiesa Romana, comandando, che gli Ufficiali dell'Inquisizione, destinati per estirpare le nascenti sette, siano stimati ed avuti in pregio e che se mai accadessero controversie intorno all'interpetrazione di questo suo testamento, quelle si commettessero alla decisione de' Giureconsulti e Teologi periti.
Ordinò, che tutto il suo regal patrimonio, con le ragioni, privilegi e gabelle de' suoi Regni, Stati e città, sia diligentemente conservato: non si alienassero, non s'impegnassero, o si dividessero; ma tutte unite si serbassero al suo erede, acciò con più vigore possa difendere la grandezza del suo Imperio e la Religione Cattolica.
Che parimente il Regno di Portogallo, per succession legittima novellamente a lui pervenuto, con tutte l'Isole nel Mare Atlantico, e nell'Oriente a quello appartenenti, resti unito al Regno di Castiglia, di maniera che da quello per niun tempo o cagione possa separarsi.
Istituisce poi suo erede universale ne' Regni di Castiglia, d'Aragona, di Portogallo e di Navarra, Filippo suo carissimo figliuolo. Nel Regno di Castiglia come a quello uniti, comprende i Regni di Lione, di Toledo, di Galizia, di Siviglia, di Granata, di Cordova, di Murcia, Jaën, Algaria e Cadice, le Isole Fortunate, le Indie, l'Isole, e 'l continente del Mare Oceano, del Mare Settentrionale e Meridionale: quelle che si sono già scoverte, e quelle, che in avvenire si scovriranno.