Si vide allora quanto valesse la forza, quando in particolare veniva spinta dalla passione; poichè in momenti rimessa l'armata, e raccolte le truppe, riuscita al Cardinale sospetta la condotta del Principe Tommaso, ne consegnò il comando a' Marescialli della Melleraye e di Plessis Plarin, li quali con ugual premura apprestandosi, sciolsero speditamente da' Porti. Appena in Italia se n'era divulgato il disegno, che l'armata comparve, e subito sforzato Piombino, dove erano a guardia soli ottanta soldati, sbarcò sopra l'Elba, ed investendo Portolongone non mal difeso, ma scarsamente munito, l'obbligò ad arrendersi a' 29 d'ottobre di quest'anno 1646. Con tal acquisto si rallegrò il Cardinale, che avesse con larga usura cambiato Orbitello per Portolongone: il quale, come fortissima cittadella del Mediterraneo, separando la comunicazione della Spagna co' Regni d'Italia, dava Porto all'armata Franzese, e ricoverò a' legni, che infestassero la navigazione a' nemici. Il Papa ora atterrito, vedendo muoversi di nuovo le armi, chiamato a se il Cardinale Grimaldi parzialissimo della Francia, gli accordò il perdono per li Barbarini, e la restituzione delle cariche e de' beni, rivocando le Bolle, e le pene, a condizione, che si restituissero nello Stato d'Avignone e di là rendessero con lettere il dovuto ossequio al Pontefice. Ma la speranza da lui concepita di preservare con ciò lo Stato al nipote, fu dal Mazzarini delusa, il quale conoscendo col Papa poter più il timore, lasciò correr l'impresa, scusandosi, che partiti i Marescialli non avea potuto a tempo rivocare le commessioni.
La perdita di Portolongone attristò grandemente il Duca d'Arcos, vedendo i Franzesi annidati in un luogo, donde con facilità potevano assalire il Regno; onde gli convenne applicarsi a fortificare le Piazze di maggior gelosia, ed a far grosse provvisioni, per accingersi a riacquistare il perduto. A questo fine fece nuove fortificazioni intorno Gaeta, imponendo per far ciò una tassa a' benestanti: e diede fuori patenti per arrolare dodicimila persone. Dovevano fra queste trovarsi cinquemila Tedeschi, che con grossi stipendj si fecero venire d'Alemagna. Chiamò in Napoli le milizie del Battaglione del Regno; ma queste si dichiararono, che essendo esse destinate per guardia del proprio paese, non intendevano uscirne. Ma mentre il Vicerè sopra galee e vascelli era tutto inteso per far imbarcar le milizie per l'espedizione di Portolongone e di Piombino; i Capitani Franzesi, che comandavano queste Piazze, meditavano altre spedizioni per invadere i Porti del Regno, e spezialmente il Porto di Napoli ed incendiar le Navi, che vi si trovavano. Con tal disegno partitosi il Cavalier Pol dal Canale di Piombino con una squadra di cinque navi e due barche da fuoco, giunse nel Golfo di Napoli nel primo giorno d'aprile di questo nuovo, e funestissimo anno 1647. Fece egli preda a vista della città d'alcune barche: ciò che pose Napoli in non picciolo scompiglio; ma trovandosi allora nel Porto tredici vascelli, e dodici galee, fecer sollecitamente partire di que' legni armati, sopra i quali montativi molti nobili Napoletani, usciti dal Porto, fecero ritirare le navi Franzesi; ma poichè le nostre sciagure eran fatali, ciò che i francesi non fecero, fece contra di noi il caso, o la malizia; poichè accesosi fuoco nell'Ammiraglio delle navi Spagnuole alle 3 della notte de' 12 maggio, si consumò tutte le munizioni, che v'erano, con rimaner abbruciati quattro cento soldati, e quel ch'è più, si perderono trecentomila ducati contanti, che ivi erano. Quest'incendio di notte, ed a vista della città, per lo strepito e rumor grande, apportò agli abitanti un terrore, ed uno spavento grandissimo, e fu reputato un infausto ed infelice presagio d'incendj più lagrimevoli, per le rivoluzioni indi a poco seguite delle quali saremo ora brevemente a narrare.
CAPITOLO II. Sollevazioni accadute nel Regno di Napoli, precedute da quelle di Sicilia, ch'ebbero opposti successi: quelle di Sicilia si placano: quelle di Napoli degenerano in aperte ribellioni.
Gli avvenimenti infelici di queste rivoluzioni sono stati descritti da più Autori: alcuni gli vollero far credere portentosi, e fuor del corso della natura; altri con troppo sottili minuzie distraendo i Leggitori, non ne fecero nettamente concepire le vere cagioni, i disegni, il proseguimento ed il fine: noi perciò, seguendo gli Scrittori più serj e prudenti, gli ridurremo alla loro giusta e natural positura.
De' due Regni d'Italia sottoposti alla Corona di Spagna, quello di Sicilia più quietamente soffriva la dominazione Spagnuola, perchè la terra bagnata dal sangue Franzese inspirasse in que' popoli col timore delle vendette, l'avversione a quel nome, ovvero, perchè non erano cotanto premuti ed oppressi, quanto l'opulenza di queste nostre province invitava gli Spagnuoli a praticare co' Napoletani. Non era nemmeno in alcuni de' nostri Baroni cotanto odiosa la Nazion Franzese, poichè alternato più volte il dominio di questo Regno tra le due Case d'Aragona e d'Angiò, restavano ancora le reliquie dell'antiche fazioni, e l'inclinazioni per ciò vacillanti; onde avveniva, che la Francia nutrisse sempre l'intelligenze con alcuni Baroni; ed i Ministri Spagnuoli, ora dissimulandole, ora punendole, proccuravano di regger con tal freno, che divisi gli animi, impoveriti i potenti, introdotti ne' beni e nelle dignità gli stranieri, non conoscessero i Popoli le forze loro, nè sapessero usarle.
Nell'animo de' Popoli alla Monarchia Spagnuola soggetti, era a questi tempi, per tedio di sì lunghe avversità, scaduto il credito del governo; ed il nome del Re, nella felicità e nella potenza già quasi adorato, restava vilipeso nelle disgrazie e per gli aggravj della guerra poco men che abborrito. Si considerava ancora, che essendo morto in età giovanile il Principe D. Baldassare, dal Re Filippo IV procreato colla defunta Regina Isabella Borbone figliuola d'Errico IV e sorella di Lodovico XIII, Re di Francia, era facile, che la Monarchia rimanesse priva d'eredi; onde i sudditi perderono quel conforto, ed insieme il rispetto, con cui l'attesa successione del figlio al padre, suole, o lusingare i malcontenti, o raffrenare gl'inquieti; e per ciò gli spiriti torbidi sopra ciò promoveano discorsi frequenti ed i più quieti con taciti riflessi deploravano la fortuna maligna, che ciecamente trasferirebbe que' nobilissimi Regni ad incerto dominio, tanto più duro, quanto più ignoto.
I Popoli non men dell'uno che dell'altro Regno si dolevano delle imposizioni rese pesanti dal bisogno non solo, ma dall'avarizia de' Vicerè, e de' Ministri, pe' quali erano stati ridotti a tale stato di miseria e di carestia, che non bastando la fertilità de' nostri campi, nè la Sicilia istessa, che si reputa il Regno fertile di Cerere, ed il granajo d'Italia, potendone esserne esente, si cominciò da per tutto a patirsene penuria. Certamente, che non mai con più chiare pruove si conobbe esser vero, che per stabilire gl'Imperj Dio suscita lo spirito degli Eroi; ma per abbattergli si serve de' più vili e scellerati, quanto che per questi successi.
In Sicilia cominciava la plebe a mormorare per la penuria, che sofferiva di frumenti; ma non curate le sue querele, anzi invece di rimediarvi, impicciolito il pane per nuovi aggravj, diede ella in furore, e dal furore passando all'armi, riempì la città di Palermo di confusione e di tumulti. Il Marchese de los Velez, che governava quel Regno, non ebbe in quel principio forze per reprimerla, nè consiglio per acquietarla; onde lasciando pigliar animo a quella vilissima plebe, vide arder i libri delle gabelle, scacciare gli esattori, levar da' luoghi pubblici l'armi, e fin da' bastioni l'artiglierie; ed udì gridarsi per tutto, che l'imposte s'abolissero, e che nel governo si concedesse al Popolo parte uguale a quella, che teneva la Nobiltà. Il Vicerè accordava ogni cosa, e molto più prometteva; ma il Popolo prima contento, poscia irritato traboccava ad eccessi maggiori ed a più impertinenti domande; o perchè la facilità d'ottenere gli suggerisse pensieri di più pretendere, o perchè non mancassero istigatori, che spargevano essere simulata l'indulgenza e pericolosa la pietà di Nazione, per natura severa e contro i delitti di Stato implacabile per istituto. Se dunque un giorno, accarezzata, deponeva l'armi, l'altro, furiosa, le ripigliava con maggiore strepito, dilatandosi il tumulto anche per lo Regno.
Mancava però un Capo, che con soda direzione regolasse la forza del volgo, il quale se cominciava con rumore, presto languiva, contento d'assaggiare la libertà con qualche insolenza. Ma la nobiltà, poco amata dal popolo, nemmen ella poteva fidarsi di tant'incostanza, e se pur alcuno volle applicar l'animo a servirsi dell'occasione, fu poi fuori di tempo. Tra l'istesso popolo, i più benestanti, esposti agli strazj de' più meschini, da' quali a capriccio venivan lor arse le Case, e saccheggiate le sostanze, sospiravano la quiete primiera. Alla plebe più vile s'univano i delinquenti, da' quali aperte le carceri si cercava franchigia de' debiti ed impunità de' delitti. Fu detto, che in una taverna gettassero alcuni le sorti di chi assumer dovesse la direzione della rivolta, e che toccasse a Giuseppe d'Alessi uno de' più abbietti. Costui molte cose ordinò, e molte n'eseguì d'importanti. Discacciò il Vicerè dal Palazzo, e lo costrinse ad imbarcarsi sopra le Galee del Porto; poi si compose con un trattato solenne, che al popolo concedeva tali privilegj ed esenzioni sì larghe, che anche in Repubblica libera sarebbero stati eccedenti; ma in fine mentre l'Alessi sta con guardie, e tratta con fasto, invidiato da tutti e resosi odioso a' suoi stessi, fu dal popolo ucciso. È però vero, che dal suo sangue di nuovo sorse la sedizione, perchè alcuni credendo, che dagli Spagnuoli gli fossero state tessute l'insidie, altri ambindo quel posto, fluttuarono grandemente le cose, e molto più furono agitate dappoi, che il Vicerè caduto infermo per afflizione d'animo, terminò la sua vita.
Lasciò los Velez il governo al Marchese di Monteallegro, che tutto tollerò per sostenere alla Spagna almeno l'immagine del comando, e guadagnar tempo, sino all'arrivo del Cardinal Trivulzio, che il Re gli avea destinato per successore. Giunto il Cardinale in Palermo mantenne in fede i Siciliani, ed acchetò i romori; tanto che portatosi poi a Messina D. Giovanni d'Austria coll'armata, confermò in quel Regno la quiete, e ridusse le cose in una total calma e tranquillità.