Poco da poi nell'anno 1609 vennero a noi i Cherici Regolari Barnabiti di S. Paolo Decollato. Ci vennero da Milano, dove nell'anno 1526 furono istituiti da Giacomo Antonio Moriggia e Bartolommeo Ferrario Milanesi, e Francesco Maria Zaccaria Cremonese, mossi dalle prediche di Serafino Firmano Canonico regolare. Furon chiamati Cherici Regolari di S. Paolo, perché fra gli altri loro istituti era di predicare su l'epistole di S. Paolo; ed i loro regolamenti furon da poi confermati da più Brevi Appostolici nell'anno 1528, e nel 1533. S. Carlo Borrommeo Arcivescovo di Milano li favorì pure, e concedè loro in Milano la Chiesa di S. Barnaba, donde presero anche il nome di Barnabiti. Sparsi poi per molte città di Lombardia e d'Italia, capitarono finalmente in Napoli in quest'anno 1609 dove si diede loro ricetto nella chiesa di S. Maria di Portanova, detta in Cosmodin, anch'ella antica, ed una delle quattro principali parrocchie di questa città[49].

Furono pure in questo secolo, nell'anno 1610, istituite da S. Francesco di Sales, Vescovo di Ginevra, le Monache della Visitazione della Vergine, per visitare i poveri e gl'infermi. Ridotte poi a clausura, eran per ciò tenute ricevere quelle donzelle infermicce, che non sarebbero state ammesse in altri monasteri. Queste vennero a noi più tardi, e sopra la Chiesa di S. Maria della Pazienza Cesarea v'han fondato un ben ampio e comodo monastero.

S'introdussero ancora altre riforme d'antiche Religioni. I Riformati di S. Bernardo fondarono una magnifica Chiesa fuori la Porta di S. Gennaro, sotto il nome di S. Carlo. I Riformati di S. Francesco, soccorsi da varj Signori napoletani e spagnuoli, fondarono in amenissimo sito un ben ampio Monastero, con ben architettata Chiesa sotto il nome di S. Maria degli Angeli. I Riformati Carmelitani Scalzi ne fabbricarono un altro nel Borgo di Chiaja, sovvenuti dal Conte di Pennaranda, che somministrò alla fabbrica della Chiesa tremila scudi, e che nell'apertura che se ne fece agli 11 di marzo dell'anno 1664, volle egli intervenire con l'assistenza de' Regj Ministri, tenendovi Cappella Regale. Non meno che i Conti di Lemos coi Gesuiti fu questo Vicerè profuso co' Teresiani. Per la sua pietà, non solo contribuì alle spese del Convento di questi Padri, ma anche sovvenne le Monache Teresiane Scalze per l'ingrandimento del lor Monastero di S. Giuseppe in Pontecorvo.

I Gesuiti, dall'altra parte, accrebbero pure a questi tempi maravigliosamente i loro acquisti. Erano i direttori, non men delle coscienze, che delle case del Signori e de' popolani. Per mezzo delle loro Congregazioni, che d'ogni qualità di persone e di mestiere istituirono ne' loro Collegi e Case professe, tirarono a se la devozione e l'ossequio di ogni sorta di gente. S'intrigavano in tutti i loro affari, regolandoli (per l'opinione che s'avean acquistata di uomini da bene e prudenti) a loro arbitrio e volere. Insino le liti più gravi e di momento, per via d'amicabili composizioni eran rimesse al loro giudicamento; ed il Reggente Marinis nelle sue Resoluzioni, rapporta più arbitramenti di Gesuiti fatti in cause gravissime e di somma importanza. Niun Vicerè, quanto il Conte di Pennaranda, ebbe tanta e sì grande inclinazione alle fabbriche o ristoramenti delle Chiese: non vi fu quasi luogo sagro, che non ricevesse da lui per ciò larghe e copiose limosine. Egli soccorse i Carmelitani nel ristoramento che fecero, e separazione che ottennero del lor Monastero col Torrione del Carmine, perchè non fossero inquietati dalle soldatesche spagnuole che ivi dimoravano. Egli contribuì abbondanti soccorsi per ridurre a fine la fabbrica del Romitorio di Suor Orsola e della Chiesa di S. Maria del Pianto, dove furono seppelliti i cadaveri di coloro che rimaser dalla contagione estinti. Egli soccorse la Chiesa di S. Niccolò al Molo. Ed essendosi in tempo del suo Governo, per le note contese insorte fra Domenicani e Francescani intorno all'Immacolata Concezione (donde per quietar questi romori, fu di mestieri a più Papi stabilire per ciò più Costituzioni e Bolle) dagli Spagnuoli, ch'erano del partito de' Francescani, molto più esaltata la divozione di Nostra Signora sotto questo titolo, egli avidamente ne prese l'opportunità, e fece con molta pompa e solennità in tutte le Chiese sotto questo nome celebrar feste magnifiche; onde s'accrebbe presso i popoli tal divozione, in maniera che non vi fu Chiesa di questo titolo, che non ricevesse abbondanti e profuse limosine dalla pietà de' devoti.

L'esemplo del Capo mosse e Nobili e Popolari a far lo stesso. Molte altre Chiese per ciò o di nuovo si fondarono, ovvero ruinate si ristabilirono. S'aggiunse ancora, che avendo la crudel pestilenza lasciata quasi che vota, la città ed il regno d'abitatori, molti non avendo a chi lasciare i loro patrimonj, gli lasciavano alle chiese ed a monaci, onde vie più crebbero le loro ricchezze. Altri crucciati co' loro congiunti, li quali mal seppero coltivarsi la loro benevolenza, per odio e per far ad essi dispetto, lasciavano i loro averi alle chiese. Vi contribuì non poco eziandio la dottrina de' monaci stessi disseminata e ben radicata a questi tempi, che coloro, i quali aveano rubato in vita, con lasciar in morte i loro beni alle chiese, saldavan con Dio ogni conto; ond'è, che alcuni riflessivi Viaggianti, che stupidi ammirano l'infinito numero delle nostro Chiese e Conventi, e le loro ampie ricchezze, in vece da ciò prenderne argomento di pietà, maggiormente si confermano nel mal concetto, ch'essi hanno de' Napoletani, d'esser gente a rubar sin dalla cuna avvezza; e che per ciò siano in morte cotanto profusi in lasciare alle Chiese morte, perchè in vita molto rubarono alle Chiese vive[50].

Per queste cagioni si multiplicarono presso noi le Chiese ed i Monasteri, in guisa, che da ora innanzi non si può più di loro tener minuto ed esatto conto. Pietro di Stefano credea aver fatto un compiuto novero delle Chiese della sola città di Napoli, quando nell'anno 1560 diede fuori il suo volume della descrizione de' luoghi Sacri della Città di Napoli. Ma non passarono sessant'anni, che Cesare d'Engenio, per le tante altre nuovamente costrutte, fu spinto a compilarne un altro, che diede a luce in Napoli nell'anno 1624 sotto il titolo di Napoli Sacra. Ma che perciò? non passarono trent'altri anni, che bisognò a Carlo de Lellis stamparne nell'anno 1654 un terzo volume col titolo: Aggiunto alla Napoli Sacra, ovvero supplemento. E ciò nemmeno ha bastato, perchè ora sono vie più cresciute, sicchè possono somministrare sufficiente materia di tesserne un quarto volume.

Conferirono eziandio in questi tempi agli acquisti delle chiese le stravaganti dottrine de' nostri Dottori, li quali mal adattando le regole antiche a tempi presenti, stravolgendo i sensi delle leggi non ben da essi capite, e niente curando le circostanze de' tempi e la mutazione dello stato delle cose, spinti da imprudente e mal'intesa pietà, favorivano colle loro penne a tutto potere tali acquisti, ed eran tutti inclinati in ampliarne i modi e le cagioni, con detrimento notabile della società civile, e pregiudizio gravissimo del dominio, che ciascun tiene sopra la sua roba. Insegnavan essi, come per indubitato, che i padroni delle case alle chiese vicine, potevan costringersi lor mal grado a venderle alle chiese, se servissero per loro ampliazione: e di vantaggio, che nel prezzo non doveste riguardarsi l'incomodo, o l'affezione del forzato venditore, ma ciò che puramente la cosa sarebbe da' periti valutata. E questo favore non già solo era conceduto alle chiese, ma l'estesero agli atrj, a' portici, alle sacrestie, a' cimiterj, a' chiostri, alle scale, a dormitorj, insino alle cucine, ed a' giardini de' monasterj. Si stese parimente, anche se fra la chiesa e la casa vicina vi frammezzasse una pubblica strada e quel che parrà più strano, sino per far una gran piazza, ed un largo campo avanti l'edificio. Nella famosa lite, che il Cardinal Filomarino nostro Arcivescovo mosse alle Monache del Monastero di D. Regina, per cui Giulio Capone[51] che difendeva il Prelato, ne compilò due allegazioni, si pretese dall'Arcivescovo, che dovesser le monache forzarsi a vendergli alcune case, che tenevan davanti al suo palazzo, ancorchè vi frammezzasse una pubblica strada, intendendo abbatterle per slargar ivi un gran campo, perchè quello, che era, non era così ampio sicchè con facilità potessero entrarvi le Carrozze a sei. Il Cardinal di Luca, ch'essendo allora avvocato in Roma, prese la difesa delle monache, stupiva della pretensione, e con sua allegazione, rapportata dal medesimo Capone, confutò quanto da costui erasi allegato in contrario. Ma che prò? fu deciso a favor dell'Arcivescovo, furon le case abbattute ed adeguate al suolo, e la piazza per ciò ampiamente allargata, sicchè ora le carrozze a sei possono avervi in quel palagio comoda e facile entrata ed uscita.

Quindi è avvenuto, che i Conventi, ancorchè nei loro principj assai piccioli, siansi veduti poi occupar tutta una Contrada, dall'un lato all'altro, finchè si giunga alla strada, che discontinui le case, e potendosi con difficoltà trovare in Napoli strada, nella quale non vi sia qualche convento, se non si ripara ad un così grave e ruinoso abuso, potranno per tal mezzo i monaci a lungo andare giungere a comprarsi l'intera città. Nè finirono qui gli acquisii delle chiese e dei monaci; vie maggiori, a proporzion del tempo, se ne videro appresso, insino a' dì nostri, sotto Carlo II, il regno del quale ne' due seguenti libri saremo ora a narrare.

FINE DEL LIBRO TRENTESIMOTTAVO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI