Fu condotto nel lanificio, e consegnato al maestro di quella officina. Oh! quella officina era ben diversa dal suo elegante salotto di studio. Figuratevi un lungo stanzone con 10 o 12 telaj che facevano un continuo strepito, che unito a quello di varj incannatori e al brusìo de' lavoranti assordava; e aggiungete il molestissimo odore della lana unta, i motteggi di qualche ciarlone, che parevano lanciati contro di lui, e la meschina figura di chi non è buono a far nulla. Per allora fu fatto incannatore. A poco per volta il moto che si dovè dare, la vista dei nuovi oggetti, il buon umore di quelli onesti manifattori, valsero a distrarlo dalla sua malinconia. Ma il suo primo pensiero fu quello di ricercare di Diego, il quale peraltro non v'era. Ne interrogò il suo maestro, e questi gli fece sapere che quel buon giovine andava a tesser fuori dell'Ospizio, perchè insieme con altri pochi aveva ottenuto questo privilegio per la sua abilità nell'arte della lana. Se questa notizia dovè piacergli da un lato, come conferma del buon carattere del suo amico, lo contristò dall'altro, riflettendo che erano pochi i momenti nei quali poteva stare insieme con lui. Invece dunque di trovar Diego nel lanificio, ebbe la mortificazione di incontrarvi due o tre di quelli della camera di correzione, incannatori come lui, rassegnati a quella condizione, e in conseguenza svogliati, e spesso umiliati dai rimproveri dei loro maestri, dagli strapazzi, dai castighi.
Carlo si sottoponeva volentieri ai più rozzi lavori del suo mestiero, e cercava anche delle fatiche per lui troppo gravi, come se avesse voluto con quel continuo affaccendarsi soggiogare l'orgoglio che di quando in quando ricompariva a tentarlo. Ma per tramischiare a quelle facili occupazioni qualche cosa di più soddisfacente per il suo spirito, si pose poi ad ajutar Diego nell'insegnare a leggere, cominciò una lezione di scritto a lui ed agli altri, e si proponeva poi di far loro conoscere l'aritmetica, e qualche elemento di geometria. Quando poteva si occupava con ardore appassionato a richiamare alla memoria certe poche nozioni di meccanica che aveva acquistate nei tempi scorsi.
Questa nuova vita ei l'avrebbe chiamata felice, se il pensiero del padre da lui offeso non l'avesse afflitto continuamente. La sua buona condotta poi era premiata dall'amore di Diego e dalla benevolenza degli altri che volentieri si familiarizzarono con lui.
Quindi mostrandosi ognora più umile e compunto, anche dal direttore fu valutata la sua costanza nella virtù. E siccome ogni sabato sera i lavoranti andavano nello scrittojo dell'ospizio e veniva loro distribuita una certa sommerella di quattrini, la quale cresceva o diminuiva secondo il maggiore o minore lavoro che avevano compito nella settimana, così anche Carlo fu dopo qualche tempo ammesso a questa distribuzione. I compagni se ne rallegrarono molto; e qualche volta spontaneamente gli rendevano giustizia, e ne facevano elogio alla presenza del superiore e di Diego. Oh quanto gli erano care quelle lodi sincere dei poveri e virtuosi artigianelli! Che differenza tra esse e la vile adulazione degli stolti che lo corteggiavano ai tempi addietro! Ma sebbene Carlo avesse ripreso fiducia nella virtù, e si sentisse ormai la coscienza tranquilla, pure quante volte pianse con Diego il silenzio di suo padre! Egli aveva perfino incominciato a temere che quel genitore giustamente sdegnato si fosse affatto scordato di lui, e lo avesse abbandonato per sempre. Quand'ecco una sera, mentre erano per andare a letto, Carlo, fuori di sè dalla gioja, corse da Diego e gli disse: «Bisogna separarci per ora; stasera rivedrò mio padre che è tornato, e mi ha perdonato; la mia gioja è indicibile; una sola cosa mi dispiace: di non ti poter condurre meco; ma conoscerà mio padre, conoscerà colui che gli ha salvato il figliuolo. Addio.» E abbracciatisi teneramente i due amici si separarono; l'uno per correre al seno di un padre non veduto da tre anni, l'altro per rimanere orfano nell'ospizio dei poverelli. Diego non potè proferire alcuna parola; ma tutto lieto della felicità dell'amico, si coricò sul meschino suo letticciuolo accanto a quello abbandonato da lui. Per qualche ora non potè addormentarsi. Con una soavissima compiacenza si figurava tutte le consolazioni che in quella sera l'amico suo avrebbe gustate: il perdono, il riacquistato affetto di un padre; la stima riottenuta da tutti; il rivedere l'abitazione e le cose sue; il ritornare a godere di una libertà di cui non avrebbe più abusato. In mezzo a questi dolci pensieri gliene venne uno sinistro: Carlo, nella sua nuova vita si ricorderà dell'orfano lasciato nell'Ospizio?... Ma presto lo scacciò dalla mente: era tanto grande il loro affetto, s'era manifestata così bella l'anima di Carlo, che Diego lo avrebbe troppo offeso dubitandone per un solo istante.
VI. La vera beneficenza.
Carlo usciva dall'ospizio dei poveri industriosi con l'animo migliorato dall'esempio della loro virtù, e il cuore intenerito dalla dolcezza dei loro sentimenti. La superiorità che essi avevano naturalmente acquistata sopra di lui invece di abbassarlo nell'opinione di se stesso, lo aveva liberato dai folli pregiudizi dei giovani vanagloriosi, e fattogli conoscere che la vera nobiltà dell'uomo consiste nella illibatezza dei costumi e nel sapere. In mezzo alla gioia del dover rivedere tra poco suo padre, e del sentirsi degno di perdono e d'amore, gli doleva non solamente di essersi dovuto separare a un tratto da Diego, ma anche di aver lasciati gli altri buoni compagni, e quelle mura testimoni del suo ravvedimento e gli arnesi del suo mestiero onorato, e l'umile strapunto sul quale aveva dormito tanti sonni tranquilli. Avrebbe voluto tornare ad abbracciar Diego, perchè gli pareva di averlo lasciato troppo freddamente; per due o tre volte rivolse lo sguardo alla porta dell'Ospizio, e sospirò pensando che tante anime amorevoli e virtuose, tante menti svegliate vi fossero quasi che imprigionate sotto un duro governo; ma poi si rammentò che quei giovanetti erano rassegnati e contenti della loro sorte, che sapevano condursi in modo da non aver a temere la più severa disciplina, che non conoscevano cosa fosse la invidia; e che egli v'era entrato con la fronte bassa e il volto coperto di rossore, ed ora ne usciva pieno di fiducia in se stesso, e con la coscienza tranquilla. Tanto egli era occupato da questi pensieri che solamente quando fu presso il portone del palazzo di suo padre, e in mezzo allo splendore del gran lampione che ne illuminava l'atrio, vide luccicare la piastra d'ottone che aveva sul petto e s'accorse che era sempre vestito dell'uniforme dei poveri. Il segretario di suo padre, la persona che era andata a pigliarlo, ne lo aveva avvertito prima che lasciasse l'Ospizio; ma egli impaziente di volare ai piedi del genitore, non gli aveva potuto dar retta, nè trattenersi un istante per mutarsi le vesti. Quando erano per salire le scale del palazzo preceduti dai servi con le torce accese, cosa che fe' venire sulle labbra di Carlo un sorriso di compatimento a quel fasto ridicolo, il segretario gli ripetè: «Vostra Eccellenza vuol presentarsi in quest'abito?...» Carlo dolcemente lo interruppe, dicendo: «Quando mio padre saprà quanta virtù ho conosciuta sotto queste vesti, non si offenderà di vedermele indosso.» — «Ne sono persuaso, Eccellenza; ma se le poteva mutare. Io avevo fatto già ritrovare le sue all'Ospizio.... Non vorrei che Don Alonzo mi rimproverasse.» — «Ma egli ha mandato a ripigliar me, e non le mie vesti;» e così dicendo, faceva in due salti gli ultimi quattro gradini della scala di marmo.
Appena entrato nella sala, vide spalancarsi la porta di una stanza, ed apparire sulla soglia suo padre; suo padre che lo aspettava a braccia aperte e con la gioia dipinta sul volto. Carlo non badò che fossero presenti il segretario ed i servi; ma subito corse a buttarsegli ai piedi, esclamando:«Perdono!» — «Sì, figlio mio, ti ho già perdonato. La tua buona condotta nell'Ospizio ti rende meritevole di tutto l'amor mio. Alzati: dammi un bacio....»
Le lacrime del vecchio e del giovinetto si unirono insieme: e dopo un lungo sfogo di tenerezza, Don Alonzo esclamò sospirando: «Perchè non è ella viva tua madre? Povera Cristina! Sarebbe questa la più bella ora della sua vita!» Carlo a tali parole si sentì commovere più che mai; e più vivamente gustò la consolazione di avere riacquistato l'affetto di un padre. Quando furono rimasti soli, Don Alonzo appoggiato alle spalle di Carlo andò a porsi a sedere, e si tenne il figliuolo fra le braccia con lo stesso giubbilo col quale era solito accarezzarlo da piccino. Lo guardava fissamente, e vie più se ne compiaceva scorgendo nell'espressione dei suoi lineamenti la contentezza di una coscienza pura, la verecondia dell'età, e le sembianze venerate e care della estinta sua sposa. «Dopo tre anni di separazione, diceva egli, dopo aver tanto sofferto per te....» (a queste parole Carlo si sentì stringere il cuore, e chinò il volto pieno di rossore) «dopo aver corso tanti rischi ne' miei gravi uffici, il ritrovarti meritevole di tutto l'amore di un padre, è una consolazione sovrumana, figliuolo mio! Godiamola tutta, non ci addoloriamo più del passato; cancelliamo ogni memoria funesta. Sì, tu sei il mio Carlo. Oh! non saremo mai più separati.» E così dicendo, fissava i suoi sguardi in un quadro di Murillo[12] che rappresentava il Figliuol prodigo della Scrittura. — «Ma tu non sai, caro padre, disse Carlo, chi ti ha salvato il figliuolo.» — «So tutto: e vedrai se io saprò esser grato al nostro Diego.» — «Oh sì! toglilo, per pietà, toglilo dalla sua misera condizione. Egli era nato per avere un padre come te.» — «E lo avrà.» Carlo gli si buttò al collo, ricoprendolo di carezze.
«Impara, soggiunse Don Alonzo, impara, figlio mio, a rispettar l'indigente che per nostra vergogna è tanto vilipeso tra noi. Vi sono degli uomini inetti che non si degnan considerarlo come loro simile, mentre essi non hanno meritato giammai un grado nella società. Non valutano altro che le ricchezze e i titoli, perchè il debole intelletto e lo stolto orgoglio non si solleva a idee generose. Tu hai avuto in tempo una bella lezione, e spero che tu ne saprai approfittare per sempre. Tu vedi intorno a te le ricchezze; ma ricordati continuamente che a te non appartiene altro che la virtù e il talento di saperle adoperare a vantaggio de' tuoi fratelli, e che la più bella compiacenza dell'uomo facoltoso è quella di sentirsi degno della stima e dell'amore di tutti.» Così quella sera fino a notte avanzata, la passarono in dolce colloquio, fecero dei progetti per Diego, e non si saziarono di stare insieme.