La sera dopo i parenti e gli amici di Don Alonzo andarono in buon numero, e con tutto il fasto dei grandi di Spagna, a visitare l'ambasciatore. Le stanze erano sontuosamente addobbate e illuminate. Tutti si rallegravano coll'ambasciatore di rivederlo in patria, sano e in prospera fortuna, per aver con molta riputazione, e con buon esito compiute le gravi incombenze affidategli dallo Stato. Ma egli ringraziandoli delle loro congratulazioni, andava ripetendo agli amici più confidenti e più stimabili: «Or ora avete a rallegrarvi meco per una fortuna di gran lunga superiore a queste.» Niuno di essi sapeva di qual fortuna egli intendesse parlare, e stavano in molta aspettazione. Quando egli, dopo essersi per alcun tempo separato dalla comitiva, ritornò in mezzo ad essa, conducendo per mano Carlo e Diego col loro abito dell'Ospizio, dicendo ad alta voce: «Ecco, io aveva perduto un figliuolo, e ne ritrovo due: questi è il mio Carlo, e questi è Diego suo amico;» e così dicendo li baciava e gli abbracciava ambedue. A tale scena inaspettata molti cuori si intenerirono, e si alzò un applauso generale di approvazione e di affetto per quel padre virtuoso e per quei buoni giovinetti.
Vi fu non pertanto taluno al quale parve che quell'azione del vecchio ambasciatore e quell'abito del suo figliuolo dovessero oscurare il decoro della famiglia; ma costoro veramente erano di quei cotali cortigiani abietti che giudicano della dignità e del valore di un uomo dal numero dei servi e delle carrozze che ha, dai titoli della famiglia, e massimamente dalla copia e dalla squisitezza delle vivande. Tutti gli uomini di senno goderono di cuore con Don Alonzo della sua felicità, e cercarono di far conoscenza con Diego. Don Alonzo, presentandolo ad essi, narrava come la sua virtù gli avesse indirizzato sulla via dell'onore il figliuolo, e Carlo stesso ne faceva risaltare i meriti. Ma Diego col suo fare un po' rozzo, ma bello perchè sincero ed energico, rispondeva che tutto era dipeso dalle buone disposizioni e dal pentimento di Carlo; che egli non aveva fatto altro che volergli un gran bene, giacchè il cuore di un orfano quando trova corrispondenza ama davvero, ama costantemente.
Finita la conversazione, Diego voleva tornare all'Ospizio; ma era tardi, e non gli sarebbe stato possibile entrarvi. Sicchè dovè restare nella casa del suo amico.
«Forse ti dispiacerebbe, gli diceva Don Alonzo, di abitare con noi, e non più nell'Ospizio? di abbandonare il tuo mestiero, onorato sì, ma faticoso e misero, per istruirti nelle scienze e nelle arti, e per coltivare con ogni mezzo il tuo ingegno? Ecco, tu sei infelice perchè non hai una famiglia; e qui trovi un padre e un fratello. La tua virtù, il servigio grandissimo che tu mi hai reso, aiutando Carlo a perseverare nel suo proposito di correggersi, meritano una ricompensa molto maggiore di quella che io ti offro. Sì, Diego, sì, figliuol mio: Carlo ed io vogliamo oramai tenerti per nostro; tu porterai il nome della mia famiglia, goderai insieme con Carlo delle mie ricchezze; io avrò due sostegni, due difensori nella vecchiaia, e in questo modo mi renderai un beneficio più grande di quello che io ti fo. Sarai sempre compagno fedele del mio Carlo; ed io morrò con la consolazione di non averlo lasciato solo.
«Il Direttore dell'Ospizio ti ha già accordato la libertà. Non manca altro che il tuo consentimento. Rispondi, e seconda i miei desiderj per accrescere la nostra fortuna.» Così dicendo egli teneva le sue braccia sulle spalle di ambedue i giovinetti, e Carlo posando una mano su quella del padre, stringeva con l'altra la destra di Diego, e lo guardava fisso fisso, come per interpetrare i suoi pensieri dall'espressione del volto. Ma Diego immerso a tal discorso in profonda riflessione, teneva la testa chinata sui petto, non corrispondeva alle strette di mano di Carlo, e vi furono alcuni minuti di silenzio prima che proferisse queste parole: — «Che ho io fatto per poter accettare le vostre offerte? Null'altro che il mio dovere. Tutti dobbiamo essere buoni, ed aiutare il nostro simile, e chi lo fa, non ha bisogno di premio; e poi il premio, v'è chi ce lo dà segretamente qua dentro. Ma di qual servigio parliate, io non lo so. Carlo mi chiese amicizia; io mi sentii disposto ad amarlo.... Tu, Carlo, rispondi a questo affetto, e mi consoli tanto col chiamarmi fratello; voi mi volete esser padre; che posso io desiderare di più? O perchè dovrei io abbandonare il mio mestiero, lasciare il nome dei miei poveri genitori, che io non ho conosciuti, ma sono sempre loro figliuolo; che io non vedo, ma so dove sono sepolti e vo a piangere sulla terra che ne ricuopre le ossa? Non potrete voi forse continuare ad amarmi nella mia condizione? Oh! io sento per voi un affetto che non so dire, tanto egli è tenero e grande; ma sono anche affezionato agli arnesi del mio mestiero, ai compagni che ho lasciato nell'Ospizio, alle speranze che ho per la mia sorte avvenire. Continua ad amarmi, sì Carlo; non potrei vivere senza questa certezza; e voi, Don Alonzo, continuate a chiamarmi figliuolo, perchè alleggerite così l'afflizione di un orfano; ma lasciatemi nella mia condizione oscura e tranquilla. Queste grandezze, lo sento, non sono fatte per me. Finchè avrò salute e voglia di lavorare, avrò tanto che basti per soddisfare a' miei bisogni. Tra un anno il mio principale mi passa lavorante; esco dall'Ospizio se voglio, sono liberissimo di me stesso. Non potrei rinunziare a questa speranza, tradire così i miei compagni e gli obblighi che ho contratto nel mio mestiero. Oh! se non mi fossi già incamminato in una professione, potrei chiedervi consiglio ed aiuto; ma or ora sono lavorante, ed ho in mano un'arte che può fare dei passi, e darmi un pane discreto e una buona riputazione.»
Carlo rimase maravigliato a questo discorso. Don Alonzo ne riconobbe la saviezza, ed esaminando con più attenzione i tratti di Diego, si accôrse che egli doveva avere una di quelle anime elevate che si congiungono al vero merito, si accorse che il volerlo porre nel grado suo non era un farlo salire ma piuttosto un farlo scendere, giacchè errano molto coloro i quali si argomentano di sollevare a maggiore stato gli uomini ponendoli in mezzo alle pompe o fregiandoli di titoli. Il proprio merito è la vera, la sola dignità che possa mettere l'uomo al di sopra degli altri. Sicchè Don Alonzo rispose tosto:
«Così parla un bravo Spagnolo: Diego, tu sei il mio amico. Fa' dal canto tuo quello che giudichi meglio. Io so cosa apparterrà di fare a me.»
Carlo che aveva poca esperienza degli uomini, ed era tanto persuaso che Diego avrebbe accolto l'occasione di mutare stato, non potè subito indovinare quel che passava per la mente di suo padre, e ne rimase mortificato. Non volle insistere, perchè sapeva quanto Don Alonzo fosse fermo nei suoi proponimenti, e perchè vide ritornare sul volto di Diego la serenità d'un animo contento.
Pur diceva tra sè: «Io non capisco come un meschino artigiano possa ricusare la fortuna di diventare a un tratto ricco signore.» E infatti a molti altri giovanetti abituati a vivere signorilmente, e che non hanno avuto mai occasione di conoscere la condizione di un artigiano onesto e capace, potrebbe questa parere una cosa strana.
Ma siccome Carlo aveva già goduto delle dolci soddisfazioni della vita operosa, così non indugiò molto ad accorgersi che Diego poteva ragionevolmente preferirla a qualunque altra. Infatti non avendo più da darsi tanto moto nella giornata, cominciò a dormire sonni meno profondi, e le morbide materasse del suo letto parato gli facevano spesso desiderare lo strapunto dell'Ospizio.