Lui. No; un pajo di guanti, perchè la mamma ha detto che gli saranno più utili della borsetta.
Mil. Ha pensato benissimo.
Così per quel giorno fu tutta conversazione. Le bambine, con quella cara ed ingenua sincerità dell'infanzia ragionarono delle loro contentezze, dei loro affetti nascenti, delle speranze, delle gioje d'una famiglia numerosa e bene ordinata; e la Milla non lasciava mai fuggire l'occasione di dare qualche consiglio, d'approvare, d'incoraggire la buona condotta di ciascheduna di esse. Talmentechè tutte furori contente; e lavorando si divertirono ed impararono qualche cosa senza bisogno del racconto. A poterla riferir tutta quella conversazione, vi sarebbe da rimanerne consolati davvero. — Ma chi di voi, miei cari lettori, chi di voi non goderà spesso di un egual piacere? Insieme coi genitori e i fratelli, insieme con qualche altra Milla, e forse ogni giorno, farete uno di quei colloquj nei quali l'anima si apre, e ci confortiamo a vicenda nella disgrazia, o a vicenda ci disponiamo nella felicità a procacciare il bene del nostro simile. Allora sogliono esser da noi confessati con sincerità i nostri errori, e dai nostri cari con generosità ci sono perdonati, e con amore corretti. Rammentiamo allora i nostri avvenimenti dei tempi scorsi; rammentiamo i nostri antichi, e al sentir raccontar dal nonno, dal babbo o dal fratello maggiore le loro virtù, e le grandi cose che avvennero nella nostra patria, il cuore si scalda e si sente stimolato a ben fare. Le persone della nostra famiglia ci sono sempre più care, e l'amore e la concordia ci vengono adagio adagio migliorando l'animo. Sappiate rendervi degni di questa confidenza scambievole, sappiate godere d'una pace sì deliziosa; non la disturbate mai: essa è il tesoro delle famiglie.
Cinque o sei giorni dopo, la Milla era già rubizza come prima; tutte le tracce della malattia erano sparite; avea la sua rocca al fianco, salì le scale da sè lesta lesta, come una fanciulla di sedici anni; le era tornata la sua voce un po' tremula, sì, ma schietta e sonora, e potè ripigliare il filo dei suoi racconti. Questa volta anche la mamma vi si trattenne; Tito ed Eugenio erano lì. S'era messa un po' in soggezione la buona vecchia per via della signora Elena; ma poi, dopo essersi data una stropicciatina alle grinze della fronte e alle mani, cominciò in questo modo:
Tempo fa, per far servizio a un'amica, m'occorse d'andare in Borgo San Frediano dal signor Bartolini[17], che è quel gran maestro di scultura che voi sapete: ed entrai proprio nel suo studio. Vidi allora due o tre stanzoni pieni di bellissime statue, parte finite e parte abbozzate, di tanti ritratti e disegni, di blocchi di marmo grossi spietati; modelli di gesso, palchi, scalei; e v'erano diversi garbati giovani, alcuni dei quali smodellavano, ed altri modellavano creta. Mi figuro io che la bottega di Michelangiolo in via Ghibellina fosse un dipresso come questa. In vece di maestro Lorenzo, mettiamoci maestro Michelangiolo, che questo antico non si potrà aver a male d'essere raffigurato al moderno, e stiamo a vedere che cosa segue.
Un ragazzo, con aria di campagnolo e vestito rozzamente, franco senza essere sventato, ilare, di volto bello quantunque non regolare, entra a buon'otta, corre verso il Maestro, lo saluta, ed esso ridendo gli dà il benvenuto bambino, e poi seguita il suo lavoro intorno a una statuetta abbozzata. Voi avrete già indovinato chi fosse questo fanciullo: ora mettetevi ne' suoi piedi per immaginarvi quanto giubbilo dovesse provare in quel punto nel vedere adempito il suo desiderio ardentissimo. Il Gori lo aveva accompagnato, per andar poi a ripigliarlo al tramontare del sole. Riguccio si mise tosto a guardar Michelangiolo, che ora lavorava infuriato, ora con flemma, e non cavava mai gli occhi di sul lavoro. Passa un'ora, ne passano due, e Riguccio lì. Ma che se n'è scordato che ci sono io? diceva egli tra sè: a vedere ci ho gusto; ma non son io venuto qui per iscolpire? A un tratto il Maestro si scosta, si mette a considerare la sua statuetta per ogni verso, e poi le butta addosso con tutta la sua forza il mazzuolo, e la manda in pezzi. Riguccio si tirò addietro impaurito, e uno scolaro di Michelangiolo, accorso al tonfo, domandò: «Che è stato, Maestro?» — «Non vuol venire a mio modo; è meglio rifarla.» — «Fosse stato il marmo col quale vi faceva lavorare Piero dei Medici[18], meno male; e poi ecco un mese di lavoro perduto.» — «Un mese! diceva sotto voce Riguccio. Ci vuol tanto tempo a fare una statuina, e poi avere il cuore di spezzarla?» Intanto Michelangelo s'era messo a schizzare, forse quella stessa figura, per istudiare meglio la composizione.
Riguccio un po' seccato di star lì fermo senza far nulla, s'arrischiò a girellare soffermandosi ora davanti a una statua, ora davanti a un busto, e osservando con grande attenzione e piacere. S'accostò poi ad un giovine che copiava con la matita. Che bel disegno! Ma ogni poco lo scolaro cancellava con certi pastellini di midolla di pane più qua e più là il suo disegno, e tra fare e disfare, la metà del giorno era scorsa; ed egli aveva concluso pochissimo. Intanto anche Michelangiolo va a guardare il disegno dello scolaro. Dà una scossa di testa, e poi dice: Antonio mio, in sei mesi che tu stai qui ad imparare, avresti dovuto andare un po' più avanti. Questo disegno non te lo passo; l'aria della testa non l'hai presa bene; queste linee son troppo grosse.... da capo, da capo! poi gli leva di sotto gli occhi il disegno, e d'un solo foglio ch'era, giù, senza misericordia, ne fa due pezzi, uno per mano, e se la batte. Riguccio rimase a bocca aperta, e gli dispiacque tanto per quel povero giovine, che gli spuntò una lacrimuccia.
Ma s'accorse che Antonio, più allegro di prima, si rimetteva al medesimo studio, dicendo: Chi sa che la quarta prova non mi riesca? avanti, avanti! coraggio Antonio! tra qualche mese tu potrai maneggiare il mazzuolo.
Riguccio cominciò a sentire appetito; si mise a mangiare un bel pezzo di pane bianco che la Marta gli aveva posto sotto il braccio nel dirgli addio, e poi s'addormentò sopra una panca, perchè nella notte non avea potuto chiuder occhio; tanta era stata l'impazienza di vedere il giorno per andare a Firenze. Alle ventitrè arrivò il Gori a pigliarlo, e bisognò che lo svegliasse. Michelangiolo non s'era più fatto vedere, e Riguccio se n'andò via tutto mortificato e confuso.
— Che cos'hai fatto di bello, Riguccio? gli domandò il Gori quando furono usciti.