— Lasciatemi stare, per carità, non voglio discorrere.

— Cose grosse? Che te n'è uscita la voglia?

— I' non so in che mondo mi sia. Lasciatemi stare, vi dico.

— Oh! non ti tocco, non aver paura.

Il Gori s'accompagnò con altri due Fiesolani, e discorrendo con loro, non pensò più a Riguccio, il quale se n'andò dietro dietro, a capo basso, fin sulla piazza di Fiesole.

La Marta era sull'uscio di bottega; si aspettava di vederselo correre incontro tutto festoso; ma egli rimaneva coperto dal Gori; ed essa non vedendolo, a un tratto s'impaurì; ma quando potè scorgerlo venir su in quel modo sopra pensiero e con andatura svogliata, lo credè troppo stracco, e si mosse verso di lui a prenderlo per la mano.

Riguccio quando la vide lì in piazza, non ebbe cuore di dirle nulla; solamente le strinse la mano e le restituì secco secco il saluto. Appena entrato in bottega, quando appunto la Marta era per domandargli perchè avesse visuccio e le lacrime in pelle in pelle, egli se le buttò al collo e cominciò a pianger davvero.

— Riguccio mio! e che hai? t'è seguita qualche disgrazia? Michelangiolo non ti vuole? Ma dimmi qualche cosa, non far piangere anche me, senza ch'io ne sappia il motivo. Parla, Riguccio, parla, che guai ci sono?

— Michelangiolo non mi ha dato retta; sono stato lì tutto il giorno come un balocco; si vede che io sono troppo piccino....

— Eh via! non ti scoraggire tanto presto: oggi non avrà potuto badare a te per l'appunto. Domani sarà un'altra cosa; non piangere, abbi pazienza.