Quando poi egli si fu un poco sfogato, le raccontò per filo e per segno quel che era avvenuto; e la Marta, quantunque ne rimanesse un poco maravigliata, pure non glielo diede a conoscere, e seguitò a confortarlo. Essa aveva preparato una buona cena; la malinconia del ragazzo era quasi dissipata dalle buone parole della sorella; dopo due o tre scosse di testa, cominciò egli a chiacchierare allegramente secondo il suo solito, e a poco a poco gli venne sonno, e dormì bene tutta la notte. La Marta non potè, com'esso, dormir subito, poveretta! Cominciò a fare mille congetture sul contegno di Michelangiolo, e a dubitare: ma quella angelica fiducia che non l'abbandonava giammai troncò le sue riflessioni, e potè poi anch'essa riposare un po' in pace. — Intanto che dormono; anch'io, bambine mie, ho voglia di pigliare un breve respiro.
Eug. Ma perchè trattarlo in quel modo, povero Riguccio? mi pare un'azione villana.
Tit. Ho sentito dire che Michelangiolo era lunatico qualche volta.
Sig. Elena. Egli avrà forse voluto provare la costanza di Riguccio; vedere se la vocazione si manteneva a dispetto delle difficoltà: fargli conoscere quante ve ne sono da superare prima di riuscire a far qualche cosa di buono nelle belle arti. È facile che un ragazzo come Riguccio credesse che da fare i fantocci di neve allo scolpire vi fosse poco divario, e che in pochi giorni avrebbe potuto esclamare: Sono scultore anch'io!
Eug. Gliele doveva dire tutte queste cose piuttosto.
Sig. Elena. Ma a dare a voialtri qualche avvertimento su ciò che non conoscete bene, che cosa accade? O non capite, o non credete. Il fatto parla più chiaro e persuade meglio.
Mil. Bisogna che la cosa sia così, perchè quella storia, poco più poco meno, durò varii giorni; ma Riguccio lì, e quanto più vedeva le difficoltà e le fatiche, più gli cresceva la voglia di cominciare. Accortosi intanto che prima d'andare al marmo ci voleva altro, e che bisognava risolversi a qualche cosa, trovò un foglio, prese della matita, e inginocchiatosi davanti a un panchetto accanto ad Antonio, si pose a copiar lo studio di quello scolare imitandone i modi. Non gli riusciva d'azzeccarne una, ma gli pareva meno strano cancellarla venti volte che dire a memoria quattro parole latine.
Insomma e' ci lavorò per qualche ora senza perdere la pazienza nè la voglia; e quando si dovè alzare non poteva più camminare; tanto gli s'erano intormentiti i ginocchi. Ma almeno aveva fatto una prova; qualche segno v'era; bene o male aveva cominciato ad adoperare la matita.
Quando fu andato via, Michelangiolo corse a guardar quella prova, e dopo averle dato un'occhiata, disse fra i denti: «Antonio, Antonio! ho paura che questo ragazzo ti voglia levar la mano. Veggo che bisogna pensarci davvero. Da quel monte ne sono scesi de' buoni; e mi pare che questo voglia accostarsi piuttosto al maestro Mino che a maestro Simone»[19].