«Eh! io me l'aspettava,» disse ella, dopo aver reso la stretta di mano a Vittorino. — «Le abbiamo tentate tutte le strade, soggiunse questi.» — «Ma ce n'è un'altra che tocca a me,» diceva la Milla in cuor suo, guardando fissa fissa co' suoi occhiali Vittorino e Tito. Un lungo silenzio successe a queste poche parole; e poi la signora Elena, venuta l'ora delle altre sere, intuonò una preghiera.

Chi si fosse ritrovato a quella fervida orazione proferita con voci tutte dolore e tutte innocenza com'erano quelle d'Eugenio e delle sorelle minori, sarebbe rimasto soavemente commosso fino alle lacrime. La sola voce della Milla era la stessa di prima; sempre ferma e tranquilla, come se non avesse avuta ragione alcuna di sospirare. Finita l'orazione, i volti si rasserenarono un poco, ognuno potè guardarsi con minore afflizione, e cominciò un colloquio, non dirò lieto, ma rassegnato. Tanto è vero che il rivolgersi a Dio nelle disgrazie infonde vigore per sostenerle. L'Angiolina poi, che meno di tutti intendeva la causa del comune dolore, e non poteva stare alle mosse, esclamò: «Ecco, Milla, Tito è tornato; dunque.... ce lo finisci una volta il racconto di Riguccio?» — «Perchè no? basta che la signora Elena si contenti; e poi bisogna vedere se Tito e Vittorino si degneranno di stare a sentirlo....» — «Potresti dubitarne? rispose Tito; io stesso te ne pregai: e tu me lo promettesti. Sarà il ricordo che io porterò meco di te. Vittorino ci ha gusto, lo sai.» La signora Elena fece segno alla Milla d'incominciare, e questa prese a dire così:

«Vi ricorderete, bambine mie, che quel buon giovine di Riguccio andò a Roma con Michelangiolo. Dicono che in quella città vi sia un visibilio di statue e di pitture delle più belle che si possano vedere; sicchè aveva da cavarsi la voglia di studiare: e vi si mise con tanto proposito, che in poco tempo diventò il migliore ajuto del suo maestro. Allora non gli mancò mai da fare: e bisognò che si trattenesse in Roma più di quello che non avrebbe pensato. Egli era proprio nel suo centro: ma ogni volta che ripensava alla sua cara Marta (e questo avveniva spesso), gli pareva d'essere sulle spine, e avrebbe voluto volare nelle sue braccia. Ma il sentimento della gratitudine per colui dal quale si poteva dire che avesse ricevuto il suo essere, e quella bramosia sempre crescente di diventar bravo, gli facevano soffrire in pace quell'amara separazione. E la Marta? ogni giorno che Iddio metteva in terra si figurava di veder tornare a casa Riguccio; e invece le toccava a contentarsi di quando in quando d'una sua lettera. Una volta però restò anche priva di quella po' di consolazione di leggere i due o tre versi d'amore che soleva scriverle. Intanto cominciavano a correre certe voci di guerra in Italia e verso Roma, che la posero in un'angustia da non si poter raccontare. E poi a un tratto a un tratto si sparge la nuova che un diavoleto di gentaccia era corsa contro Roma, l'aveva assediata e posta miseramente a sacco[23]. Per tutto, la gente sbigottita raccontava orrori di quell'assedio. Chi aveva parenti verso quei luoghi, era disperato. Migliaia di persone, i vecchi, le donne e i fanciulli stessi erano stati trucidati senza pietà, per le case, nei conventi e a piè degli altari: perchè quella marmaglia di scellerati, spinti da barbarie e da avidità senza esempio, aizzati dalle grida e dal sangue, non portarono rispetto nè anche alle chiese; per tutto ammazzavano, per tutto rubavano. I sacerdoti che avessero tentato d'impedire l'orrenda profanazione erano presi e messi ai tormenti. Molti dei cardinali furono arrestati, e se volevano uscirne vivi erano costretti a ricomprarsi la vita a prezzo d'oro; e se non potevano, la pagavano col loro sangue. Il papa stesso[24] a mala pena scampò da quella sfuriata di barbarie, ricoverandosi in un castello. Insomma credeva la povera gente di dover vedere la distruzione della cristianità, e che fosse proprio vicino il giorno del giudizio universale.

Fu un miracolo se la Marta non morì diviato a sentire queste notizie; e ne rimase così sgomenta, perchè s'immaginò subito che Riguccio fosse perito, che doverono portarla in casa a braccia, e stentò un pezzo a riaversi. Ma la poverina aveva perduto il suo spirito, era stata assalita da una fissazione mortale.

Se non era l'assistenza d'una vicina caritatevole, che se la prese in casa sua per poterla custodire più assiduamente, si sarebbe lasciata mancare di tutto. Non faceva più una parola, non riconosceva più le persone. Stava tutte le ore del giorno inchiodata sopra una seggiola, con gli occhi fissi al terreno. Solamente la sera quando si discorreva d'andare a letto, non c'era verso di farla spogliare, e diceva alla sua custode: «Riguccio deve tornare tra poco; non voglio che mi trovi addormentata; tanto non piglierei sonno. Andate voi, andate voi; io lo debbo aspettare.» A ostinarsi, avrebbe cominciato a dar nelle furie; bisognava fare a suo modo. E allora ogni volta che sentiva qualche rumore, balzava in piedi, e correva tutta allegra alla finestra, dicendo: «È lui, è lui, aprite subito.» Cessato il rumore, e non vedendo comparire il fratello, continuava a stare in orecchio per qualche minuto, e poi, battendosi la fronte, come donna disperata, ritornava a sedere, e ricadeva nella sua profonda melanconia.

Erano già passati parecchi mesi che la meschina conduceva questa vita, e pensavano di metterla nello spedale, quando una mattina, svegliatasi la custode, la Marta non v'era più. Girò per la casa, girò per Fiesole, ne domandò a tutti; nessuno sapeva risponderle, nessuno l'aveva vista. Anche a Firenze corse la fama di questa sparizione, e non vi fu anima vivente che potesse trovare il bandolo del mistero. Fu fatto un visibilio di congetture e di chiacchiere, e poi non se ne parlò più, altro che in Fiesole, dove gl'ignoranti avviarono a fantasticare di certa figura bianca che appariva la notte nella casa abbandonata della Marta, e d'una voce sotterranea che si sentiva gridare per tre volte Riguccio, sempre alla medesim'ora, nel duomo di Fiesole, in quel luogo dove la Marta soleva mettersi a fare orazione. Sicchè i ragazzi e le donnicciole dall'un'ora di notte in là non passavano più di sotto la casa della Marta; e il posto dov'ella s'inginocchiava in duomo restò sempre vuoto. In questo mentre anche laggiù a Firenze seguiva un altro diavoleto. Quelli che comandavano allora appartenevano alla casata de' Medici, parenti del Papa assediato in Roma, e si vede che volevano far le cose un po' troppo a modo loro. Perchè i Fiorentini ripigliando ardire dalle disgrazie del Pontefice, fecero una rivoluzione per mutar governo, e scacciarono i Medici da Firenze, rimettendo in piedi la repubblica[25].

Ma due anni dopo, quando il Papa ritornò in essere, fece di tutto per rendere alla sua famiglia il potere che aveva perduto in Firenze. I Fiorentini s'ostinarono a non volerne saper più nulla, e si preparavano a far la guerra. Ci voleva molto coraggio, tanto più che erano minacciati da altri nemici e tormentati dalla peste. Ma in quel tempo ce n'era del coraggio e del valore. E delle persone di proposito ve ne furono tante, che la storia d'allora è veramente famosa, a quel che ho udito dire. Già voi la saprete. Sicché mi basta di rammentarvi soltanto che il maestro di Riguccio fu chiamato in Firenze a difendere col suo sapere la patria nel pericolo estremo nel quale si ritrovava. Ed egli, che essendo buon cittadino amava sopra ogni altra cosa Firenze, lasciò subito i suoi lavori a mezzo, e partì. Riguccio che nel saccheggio di Roma era rimasto salvo proprio per miracolo, stava sulle spine per via della Marta, della quale non aveva potuto avere più nuova. Quando sentì che il maestro era per tornare a Firenze, gli si raccomandò perchè lo conducesse seco. Questi glielo accordò subito volentieri, ma dandogli consigli e denari, lo fece partire solo, perchè egli aveva bisogno di viaggiare segretamente.

Fermatosi Riguccio in una città chiamata Perugia, udì narrar mirabilia di una certa compagnia di gente colà arrivata di poco, e che si metteva sulla piazza con suoni e canti a rappresentare a forza di gesti un monte di storie. A Riguccio, che era un po' curioso, venne voglia d'andare a vedere questo spettacolo. Vi trovò una folla straordinaria, e sentiva da tutti mettere a cielo la bellezza d'una fanciulla che era tra quelli Zingani.

Fattosi largo, e arrivato a poter fissare da lontano gli occhi su lei, restò basito a mirarla. Essa aveva tutte le fattezze della Marta, e se fosse stata meno pallida, l'avrebbe subito presa per sua sorella. Ma intanto si sentiva come ribollire tutto il sangue nelle vene, e gli nacque una smania così grande di avvicinarsi di più, che spingendosi avanti all'impazzata, a furia di dare e di ricevere spinte, si trovò in un batter d'occhio sotto il palco degli Zingani.

Allora quella fanciulla, aperte le braccia, cadde bocconi verso di lui gridando: «Eccolo, eccolo!» Riguccio non dubitò più che fosse la Marta; con un lancio saltò sul palco, la prese in collo, prima che nessuno s'accostasse, e la menò via come un lampo. Sulle prime tutti rimasero estatici a questa scena. Poi tre o quattro di quegli Zingani, accesi dalla collera, misero fuori gli stiletti, e corsero addosso a Riguccio. Subito le guardie entrarono in mezzo, ed egli seguitando con ogni sforzo a difenderla gridava: «È la mia sorella! Guai a chi la tocca!» Molti del popolo, inteneriti, e presa parte per lui, si misero a spalleggiarlo; ed era per seguire una gran tragedia. I più se la battevano a gambe; le donne urlando e fuggendo cascavano e rimanevano calpestate; i fanciulli strillavano, e il fracasso cresceva a furia, come un terribile temporale. Riguccio difendendo sempre la sorella avviticchiata al collo, si raccomandava alla giustizia di Dio e degli uomini.