«Oh! disse ella dopo aver tratto un lungo sospiro, anche Marta fiesolana, ve ne ricordate sorelle? si afflisse tanto nel preparare il corredo a Riguccio, quando ebbe a partire per Roma con Michelangiolo. Ma essa lo mandava a farsi un bravo scultore, e aveva la speranza di rivederlo. Noi... ah! noi forse perderemo Tito per sempre! Povero Tito! chi sa quanto gli toccherà a patire in mezzo alla guerra, per morir poi lontano da noi e dalla patria!»

Nessuno ebbe coraggio di rispondere a così funesto presagio. Ma una voce a quegli afflitti carissima ruppe all'improvviso il silenzio, pronunziando con fermezza queste parole: «Iddio non abbandona chi ha fiducia in lui; e chi soffre con rassegnazione patisce meno.» E una vecchierella entrava nella stanza, e consegnava con faccia lieta alla sig. Elena un gruppetto di monete. Questa con le lacrime agli occhi strinse la mano grinzosa della vecchia, e posandosela sul petto, disse alle figliuole: «Benediciamo la provvidenza e quest'angiolo che ce ne porta i soccorsi.»

Quelle monete erano in parte il guadagno delle loro mani; e quella vecchia (scommetto che alcuno di voi lo ha già indovinato) era la buona Milla. Sicuro; quando la disgrazia entrò in quella famiglia, di tanti che vi bazzicavano in tempi migliori, una sola persona restò fedele, ed anzi raddoppiò le sue visite, supponendo, e con ragione, che ve ne fosse bisogno. E questa persona fu appunto la vecchia Milla, che se voleva, avrebbe potuto andare piuttosto in case ricche e mettere assieme dei quattrinelli col far da guardiana ai fanciulli quando i genitori eran fuori, come già fatto aveva dalla signora Elena. Ma no; ella preferì di servire i padroni impoveriti, e senza ombra d'interesse, perchè il Vangelo insegna a soccorrere gl'infelici.

Quando poi la signora Elena si decise a ritirarsi in campagna, chiamò la Milla in disparte e le disse: «Milla, per ora io non ho la possibilità di ricompensarti come vorrei della grande assistenza che tu ci hai fatta; e più che altro mi sta sul cuore di doverti perdere. Ma non dubitare, non mi scorderò di te; e se un giorno o l'altro, che Dio non voglia, ti mancasse un po' di letto e un boccon di pane, vieni subito da me, che alla meglio ti adatterai quel che fa a sette...» — «Per carità, interruppe la vecchia, la non mi faccia codesti discorsi. Non si rammenta del bene ch'ella mi ha fatto quando poteva? Me ne rammento io; e ci vorrebb'altro altro a saldare il mio conto con lei! Anzi, non m'arrischiavo a dirglielo: io mi sono tanto e poi tanto affezionata alla sua famiglia, che mi pare impossibile di dovermene staccare; e da povera vecchia come sono, un po' d'aiuto per le faccende più rozze mi proverei a darlo.» — «E tu vorresti sacrificarti in una casa di miserabili come siamo ora?» — «Magari! se avessero la degnazione di accettarmi....»

A un tratto di carità spontanea come questo in una misera donnicciola del volgo, la signora Elena si intenerì tanto, che non ebbe nè anche fiato di rispondere. Le buttò le braccia al collo, ringraziò il cielo, e fin da quel giorno la generosa vecchia fu a parte della loro sorte, e seppe renderla meno infelice. Ella teneva in custodia la masserizia, regolava le faccende di casa, sapeva mettere le mani per tutto, trovava ogni stillo per raffinare l'economia, insomma era la buona testa della famiglia. E poi, bene spesso, quando sarebbe stata ora di pigliarsi un po' di riposo, correva a Firenze dalle persone di sua conoscenza a procacciar lavoro per la padrona senza mai nominarla, e a riportarlo e riscuotere que' pochi, o a vendere uno di quegli oggetti di valore dei quali la signora Elena era costretta a disfarsi per qualche straordinaria occorrenza. Quella sera appunto era stato necessario mettere assieme una sommerella, perchè Tito andasse via almeno con qualche soldo in tasca. E tra due o tre crediti di lavoro, ed il ricavato dalla vendita d'una bella mantiglia di Fiandra, la Milla portò a casa un cento di lire. «Tito non se l'aspetta, disse la signora Elena con aria di compiacenza. Questi po' di soldi gli potranno far giuoco una volta o l'altra; glieli devi dar tu, consegnandoli alla Luigia; una buona parte di essi gli hai guadagnati con le tue mani. Ma brava davvero la nostra Milluccia! io non mi aspettavo tanto. E chi sa quanto hai girato! Va' a mangiare un boccone ed a riposarti. Stasera facciamo veglia noialtre, e la Luigia non v'è pericolo che ti ceda la mano a preparare il corredo di Tito.» — «Troppa bontà, signora Elena, ma io non sono stracca davvero. Anzi que' due passi m'hanno fatto pro. Ho anche da mantenere una promessa, è egli vero, fanciulle mie? la feci a voi e a Tito. Per voi si potrebbe rimettere a un'altra sera; ma Tito.... domani deve andar via.... potrei essere a Trespiano[22] quando ritornerà....» — «Se ritornerà!...» interruppe sospirando la Luigia. — «Oh! questo ve l'assicuro io.... son povera donna, ma del mondo ne conosco la mia parte, e mi basta di campare qualche altro mese per rivedere Tito fra noi, non dubitate....»

Così ella cercava col suo spirito di far coraggio a quella famiglia; e sia l'autorità acquistatavi con le sue qualità eccellenti, sia la fiducia che ispirano i conforti dei vecchi, e il tono di sicurezza col quale proferiva queste parole, ella vi riusciva davvero. E poi nella sua mente accorta e generosa andava ruminando un progetto, che sebbene difficile, pure voleva tentarlo.

Le pareva d'avere scoperto, che Tito, benchè facesse di tutto per nasconderlo, pure aveva una grande smania di andare alla guerra. Con un temperamento robusto e una fantasia molto fervida era facile che vi fosse indotto dagli avvenimenti straordinari di quell'epoca. Oggi veniva la notizia d'una gran vittoria di Napoleone; dimani d'un'altra; quando gli raccontavano di un soldato comune divenuto in pochi giorni generale d'armata; qua d'un regno cangiato in repubblica; là d'una conquista fatta con cento colpi di fucile.

Ma Tito era pur sempre tenero figliuolo e fratello; e ondeggiava molto tra gli affetti di famiglia e lo spirito di ventura. Quell'angiolo della Luigia specialmente gli stava tanto nel cuore, che alla Milla pareva proprio impossibile che in fine dei conti Tito si potesse risolvere volentieri a quel passo. Quindi essa aveva posto gli occhi addosso ad una persona, sul contegno e sulle condizioni della quale fondava la maggiore speranza. Quel Vittorino, vedovo della Sofia, senza genitori, senza altri parenti che la famiglia della signora Elena, liberissimo di sè ed amico vero e generoso, non avrebbe potuto trovare il verso di risparmiare a quella famiglia una perdita così grande? Nella testa della Milla nulla era impossibile; ma l'osso duro stava in quella di Tito. Egli non si sarebbe adattato facilmente a mutare idea; e poi sarebbe stato anche necessario smontare una certa sua naturale renitenza a chiedere od a ricevere favori da chicchessia. La Luigia poteva molto sopra il suo cuore; ma essa, persuasa ormai che la perdita di Tito fosse irrevocabile, cercava anzi di moderare esternamente il suo dolore per affliggerlo meno. E se fosse dall'altro canto arrivata a conoscere la segreta propensione del fratello ad abbandonarla, ne sarebbe rimasta così afflitta, la poverina, da vederla forse consumarsi dal dolore in un fondo di letto.

Insomma la Milla stava come gli altri aspettando ansiosamente il ritorno di Tito e di Vittorino che erano andati insieme a Firenze, per vedere se almeno fosse stato possibile ottenere una dilazione alla sua partenza, giacchè da quello che vociferavano allora intorno all'armata di Napoleone, si poteva congetturare che la spedizione di Russia (1812) fosse per essere differita. Intanto, pensava tra sè, bisogna toccare il cuore di questo Rodomonte in erba; e se Dio mi dasse tanta eloquenza da riuscirvi col racconto che gli ho promesso di fare prima che se ne vada.... Basta: mi proverò. E se fo peggio? Vorrei vedere anche questa! E allora parlo a quattr'occhi a Vittorino, e gli dico la cosa tale quale come la intendo io; e qualche santo provvederà.

In quel mentre fu picchiato, e Vittorino e Tito arrivano. Prima che alcuno rifiatasse, tutti gli occhi furono subito addosso a loro. La Luigia, che era avvezza a leggere sulla fisonomia del fratello, conobbe subito che ogni speranza era perduta, e seguitò con maschia rassegnazione le sue faccende. Tito, dopo aver guardato di volo sua madre e sua sorella, si mise a sedere nascondendo il volto tra le mani; Vittorino, stringendo con aria di afflizione la mano della signora Elena, le fece capire qual risposta avrebbe avuto la sua dimanda.