— Sì; domattina ci diremo addio. — E si lasciarono. Ma nessuno di due aveva voglia di dormire; quando Riguccio se ne fu andato, Marta ricominciò a piangere zitta zitta; pure nel medesimo tempo metteva assieme le robicciole del fratello per fargli alla meglio una valigetta da viaggiatore. Spuntò il giorno; Marta e Riguccio s'incontrarono con occhi lacrimosi, ma la sorella faceva coraggio al fratello, quantunque in cuore fosse maggiormente angustiata di lui. Riguccio, alla fine, andava col maestro in una città così famosa a soddisfare la sua gran passione per l'arte, ad acquistar sapere, a diventar uomo davvero. Ma la sorella restava sola, senza compenso alcuno alla sua afflizione, con mille pensieri, con mille paure che dalla sua fantasia inesperta e dal suo cuore affettuoso erano grandemente accresciute. Pregarono insieme; insieme partirono di buonissim'ora, e per istrada si rammentarono di quando videro per la prima volta il Buonarroti.
— Allora la Provvidenza ci protesse. Riguccio, te ne ricordi? Ci proteggerà anche questa volta. La nostra cara mamma pregherà ancora per noi. Benchè separati da tanto paese, noi saremo sempre uniti nel pensiero di quell'anima benedetta, che ora dal cielo ci vede nell'afflizione, e regge i nostri passi, e benedice le nostre speranze.
— E sostiene il tuo coraggio. Tu fai le sue veci con me; ella mi diede, e tu mi conservi la vita, Marta, io mi accorgo di fare un passo superiore alle mie forze. Oh Roma! Roma! quanto mi costi!
E poi camminarono in silenzio fino alla casa di Michelangiolo. Quando si diedero l'ultimo addio, quando s'abbracciarono senza poter più articolare una parola, anche il maestro si sentì scorrere le lacrime sulle gote, ed ebbe rimorso d'essere stato cagione di tanto spasimo a quei due angioli.
Marta non s'era perduta mai di coraggio: ma quando fu ritornata a casa si abbandonò liberamente a un lungo sfogo di pianto, e cercò in seguito un po' di consolazione in fare a Romolo tutto quel bene ch'ella poteva.
3.
La signora Elena, vedova di un negoziante di Firenze, erasi ritirata a vivere in campagna per diminuire le spese d'una famiglia numerosa rimasta quasi priva di assegnamenti. Vivente il capo di casa se l'era passata bene, ma la morte di lui, sopraggiunta all'improvviso in tempi sfavorevoli al commercio, era stata una rovina irreparabile. Noi abbiamo già conosciuto questa famiglia prima della sua disgrazia. Vi ricordate voi della vecchia Milla, e di tutte quelle fantoline alle quali narrava talvolta le sue novelle? Io vi parlo di loro. L'Angiolina, la minore, non è più da chicche. Ella ha già i suoi 11 anni, e con le sorelle Maria, Teresa e Luigia piange la perdita così funesta d'un genitore adorato. Ma quelle fanciulle erano cinque. Ahimè! sono costretto a darvi un'altra notizia dolorosa La buona, la vispa Sofia, la sorella maggiore, la delizia di casa, dopo essere stata sposa per due anni ad un bravo giovine dottore di medicina, ebbe una terribile malattia, e morendo nel fiore degli anni, lasciò la desolazione nella sua famiglia e nel povero Vittorino suo marito che l'adorava. E chi sa che la sua morte non avesse affrettato quella del padre! La signora Elena resse a queste acerbe sventure, perchè la Provvidenza non volle che quei suoi figliuoli (vi ricorderete anche di Tito e d'Eugenio) rimanessero affatto abbandonati. Ma potete figurarvi a quale vita di privazioni erano ridotti! invece d'abitare un quartiere nel centro di Firenze, e bello, comodo e ammobiliato con lusso benchè modesto, noi li troviamo ora in una meschina casuccia di campagna. Invece d'essere serviti di tutto punto da due o tre persone, bisogna che s'ajutino a far da sè con la più stretta economia di cose e di tempo. Non più veglie piacevoli, delle quali i ragazzi duravano a parlare un pezzo, perchè erano andati a dormire due ore più tardi del solito, ed avevano sentito la mamma e la Sofia suonare e cantare veramente bene, e s'erano ritrovati a cenar tutti insieme. Non più vestiti belli, non più trottate in carrozza... Ma nessuno si creda che uno stato così diverso dal primo gli affliggesse per la mancanza dei comodi e degli svaghi. Quante famiglie si sono ritrovate in simili angustie, specialmente a quei tempi nei quali tutta l'Europa era sottosopra per le guerre di Napoleone! e la infelice nostra Italia ne pativa forse più di tutte le altre nazioni. In questo mondo bisogna saperci adattare a ogni condizione; e quando le disgrazie non sono meritate, Iddio ci dà la forza di sostenerle. Così era nella virtuosa famiglia della sig. Elena. Eccola lì tutta raccolta in una stanza, e a fare chi un lavoro chi un altro, dopo avere sbrigato un po' per uno le faccende di casa. La sig. Elena ricama per fuori, e intanto insegna alla Teresa. La Maria e l'Angiolina lavorano per casa. Eugenio studia, perchè sua madre fa di tutto per renderlo capace di esercitare una buona professione. Non si sarebbe vergognata a metterlo ad un mestiere, ma giacchè egli era innanzi negli studj, le pareva peccato farglieli abbandonare sul più bello. La Luigia, rimasta la maggiore, sceglie e prepara i migliori capi della biancheria di Tito. Ma oh! quanto codesta occupazione è dolorosa per lei e per tutti! Volete sapere il perchè? Il giorno dopo Tito doveva partire coscritto per l'armata di Napoleone I.
Ci mancava anche questo per accrescere la loro disgrazia! Quando egli era per raccogliere il frutto degli studi legali, essendo vicino al termine delle sue pratiche, sopraggiunse una di quelle coscrizioni fulminanti che rubarono tanti poveri giovani alle loro famiglie negli ultimi tempi dell'impero francese. E per l'appunto anche a lui toccò ad essere del numero dei coscritti, quando aveva maggior bisogno di rimanere in casa, e minori mezzi per riscattarsi.
Non valse addurre la povertà della famiglia, che perdeva in lui il solo sostegno; furono inutili tutte le raccomandazioni, bisognò prepararsi a partire, e quella serata era la vigilia di una crudele separazione.
Figuratevi dunque come tutti erano costernati; ma forse più di tutti la Luigia che amava quel fratello con trasporto di tenera predilezione.