4.
La capacità e il buon successo di Tito nella sua professione avevano procacciato alla famiglia della signora Elena una discreta agiatezza che era mantenuta e quasi aumentata dalla provvida economia della Milla. Quindi, fatto un consiglio domestico tra la madre, Tito e la Milla, deliberarono di trasferirsi in campagna, per far godere alla famiglia i benefizi della buon'aria o per aumentare il risparmio. Questa risoluzione fu un tripudio per tutti, e cominciarono a ragionare della scelta del luogo. Un giorno che la Milla non v'era, e le fanciulle parlavano con la mamma, la Luigia si pose a dire come la vecchia rammentasse talvolta con passione il paesello dov'era nata, un luogo di poggio, in conseguenza di aria buona, e lontano dalle grandigie dei villeggianti. Quantunque la Milla ne fosse uscita da fanciullina, pure lo descriveva con diletto mirabile notando ogni cosa, e la fonticella dove sua madre la mandava in compagnia dell'altre bambine ad empire la brocca, e la buona memoria del prior vecchio e l'onesta semplicità degli amorevoli contadini. La signora Elena capì per aria il pensiero gentile della figliuola, e fissato tra loro di mantenere il segreto aspettarono il ritorno di Tito per ragionarne con lui. Applaudì egli alla proposta, e presa tosto informazione del luogo seppe che il priore attuale era un degno sacerdote giovine, stato suo condiscepolo, e che aveva sotto la sua giurisdizione un convento soppresso, nel quale avrebbero potuto facilmente trovare abitazione per tutti. Un giorno di festa andò a visitarlo, riscontrò opportuno il paese e l'abitazione e concertò ogni cosa col virtuoso suo condiscepolo, salva l'approvazione di sua madre. Essa la diede; e una sera Eugenio rinfrescò alla Milla la memoria del suo paese. Per lo più la sua prima risposta era un sospiro, perchè sebbene lo rammentasse volentieri, pure non v'è dolce senza l'amaro, soleva ella dire; e la più favorita tra le sue ricordanze era quella del giorno dei morti che ella passò nel casolare nativo. «Avevo undici anni (diceva ella); mia madre, quell'angiolo benedetto di mia madre era morta giovine pochi giorni prima; il babbo, povero pigionale, sconsolato tanto da non si dire, perchè le voleva un bene dell'anima, si messe in capo di lasciare quei luoghi che a ogni passo gli rammentavano la sua disgrazia. I nostri parenti erano pochi, e poveri quanto noi. Il priore le scavò di sotto terra le ragioni per trattenerlo; gli parlò della rassegnazione ai voleri di Dio, gli promise d'aiutarci, gli fece toccare con mano ch'era meglio cento volte anche per via di me rimaner lì che andare vagabondo per il paese senza un pensiero fatto, col pericolo di dovermi lasciare alle mani degli altri.... Non vi fu verso di rimuoverlo dal suo proposito. Io potevo far poco, ma ogni sforzo lo feci per consolarlo, e avevo bisogno anch'io, e dimolto, di chi mi facesse coraggio. Ma egli non ci si poteva più vedere ormai nella casa dell'afflizione; aveva paura di commettere qualche eccesso e non voleva staccarmi da sè un istante. La sera nel canto del fuoco mi guardava fisso per ore ed ore, finchè io non cominciavo a piegare il capo in seno; che il sonno, quantunque fossi addolorata, non mi voleva dar pace; allora mi abbracciava stretto stretto piangendo, e mi conduceva a letto. Egli poi, senza spogliarsi, tornava a singhiozzare tutta la notte seduto presso il cammino. Finalmente il priore, vedendo che neppure il tempo serviva a moderare il dolore di mio padre, e che egli si sarebbe consumato d'inedia, lo raccomandò ad un negoziante suo amico di città che ci prese a servizio. Dovevamo partire il giorno dei morti, e il priore, date al babbo tutte le istruzioni opportune, gli aveva più che altro raccomandato, giacchè ormai la risoluzione era presa, di partir subito, d'andar via la mattina a buon'ora. Infatti il babbo, appena levato, e dopo aver fatto fagotto di quella po' di robicciola che potevamo portare con noi, sospirando mi prese per la mano; andammo a dire addio a tutti, e uscimmo dal paese. Ma, fatti pochi passi, e appena entrati fra le macchie più alte che ci coprivano la vista della nostra povera casa, il babbo si pose a camminare più adagio, e invece d'andare verso Firenze cominciò a vagolare pei viottoli senza dirmi mai una parola; e ogni poco si rasciugava le lacrime. Di quando in quando si metteva a sedere su qualche greppo coi gomiti, sulle ginocchia e il capo nelle mani. Io a raccomandarmi, in ginocchioni che si facesse coraggio, che si staccasse una volta da quei luoghi funesti. Nè anch'io mi sarei potuta ridurre ad allontanarmene, ma vederlo spasimare in quel modo era un'altra passione più grande. Eppure tutta la giornata.... (quanto mi paresse lunga non lo so dire) era scorsa con quella passione, senza che un'anima ci venisse a dare un po' di conforto. Eravamo in certi luoghi dove la terra non è lavorata, e nessuno vi capita quasi mai; e poi quel giorno tutti vanno alla chiesa a pregare per i poveri defunti. Poi cominciò ad imbrunire, ed io fui più sgomenta che mai.... Quand'ecco la campana che suona a morto. Allora il babbo si riscosse tutto, mi prese per un braccio, e mi disse: Andiamo a dire addio alla mamma. — Quasi correndo mi tirò sopra un poggetto vicino al camposanto, di dove dietro una siepe folta potevamo vedere e non esser visti; appunto in quell'ora il priore in processione coi fratelli della Compagnia incappati, con la croce dei morti innanzi, e tutto il popolo dietro, andava a benedire le sepolture. Mio padre s'inginocchiò, e tutti e due cominciammo a rispondere sotto voce alle orazioni che il priore intonava. Quand'egli fu arrivato alla cappellina del camposanto, si fermò sulla soglia a fare un discorso: tutti i popolani gli stavano davanti prostrati intorno alle sepolture, e qualche volta il vento ci portava fin lassù le parole del vecchio venerabile che alzava la voce in mezzo ai singhiozzi della gente contrita. Io sentivo bene che egli parlava dell'amore per la memoria dei defunti, e della concordia tra i vivi. Oh! di questa ne ragionò per un pezzo; e mi ricordo come se fosse ora, delle ultime parole di quel discorso; ch'e' le proferì a voce più alta e più commossa: — «Sì, oggi rammentiamoci più che mai d'esser fratelli; figuriamoci che ora i più venerandi, e i più cari tra quelli che dormono il sonno delle generazioni passate, ritornino per un istante agli amplessi d'amore, e pigliando le nostre destre le congiungano in segno di fratellanza. Oh! che questa riconciliazione sia perfetta e costante, e frutti il vostro bene e quello dei vostri figliuoli! Ecco, io benedico queste ossa e i pensieri santi e le virtù che vi chiedo. Addio, anime benedette! Che nessuno di noi tradisca le promesse fatte in vostro nome. Addio! Che il rispetto e l'amore pei defunti siano alimento al rispetto e all'amore pei vivi.» — Quindi, benedicendo con larghe aspersioni la terra del camposanto, intuonò il Miserere, e abbracciò i popolani a sè più vicini. Allora questi si abbracciarono tutti fra loro; e baciavano le fosse e le croci, e poi rimessi in processione adagio adagio, singhiozzando ritornarono in chiesa che era quasi buio. Allora mio padre, che in tutto quel tempo non aveva fatto altro che piangere dirottamente, scese, e mi condusse tremando nel camposanto rimasto aperto. Sulla fossa di mia madre l'erba non era ancora spuntata; il babbo vi si lasciò cader sopra a baciarla mille volte, a chiedere a Dio che se era possibile facesse ritornare sulla terra quell'angiolo, oppure che gli dasse più forza di sopportarne la perdita, per non lasciare me orfana di tutti e due. Io che non sapevo come levarlo da quella tribolazione, pensai che avrei forse alleggerito il suo dolore onorando la sepoltura della mamma; e incominciai a cogliere erba di sulle prode e a spargerla su quella terra: il babbo si pose a guardarmi estatico; io continuai a strappare erba e portarla lì, ed egli a poco a poco mi sembrò allora più consolato; poi girando gli occhi scintillanti gli parve di vedere una vanga in un canto, forse quella stessa con la quale avevano scavato la fossa alla povera mamma. Corse a pigliarla; andò fuori del camposanto in un pratello a cavare piote, io a portarle e distenderle sulla terra nuda della fossa, e in momenti restò tutta coperta d'erba come se vi fosse nata da molto tempo. Finito questo, il babbo non pianse più; andammo via dopo aver baciato un'altra volta la fossa, e, zitti zitti, rientrammo in casa che tutti dormivano. Quella notte, dopo tanto sfogo di dolore, mio padre fu più rassegnato del solito; e appena spuntata l'alba, partimmo senza che nessuno si fosse accorto di noi.» Dopo questo racconto la Milla passava alle descrizioni, e soleva finire di parlare del suo paese coll'augurarsi d'esser seppellita nel medesimo camposanto dove erano i suoi genitori. Quindi Eugenio e l'Angiolina, che non si saziavano mai di farle ripetere queste cose, volevano che parlasse di Vittorino, del come ella aveva fatto a conoscerlo, e di molti particolari della sua infanzia; che appunto il signore al quale fu raccomandato il padre della Milla, era nonno di Vittorino; ed essa lo aveva visto nascere, crescere ed educare quasi sotto i suoi occhi. Ma la signora Elena gl'interruppe e domandò alla Milla: «Dunque ci torneresti volentieri al tuo paese, a finire di passarvi la tua vecchiaia?» — «Magari! soggiunse la vecchia tutta ringalluzzata; ma ora che sto tanto volentieri con loro, finchè mi faranno la carità di tenermi, non ci penso.» — «La carità di tenerti? La fai tu a noi la carità di seguitare ad assisterci. Dopo che hai fatto tanto per noi, in età così avanzata, sarebbe tempo che tu pigliassi un po' di riposo.» — «Vergine benedetta! esclamò la Milla facendosi tutta seria, sono io tanto decrepita da aver bisogno di riposo?» — «Non dico questo; ma se ti facesse piacere di goderti la tua pace lassù, non potresti farlo, ora che le ragazze sono grandette?...» — «Dunque, dunque, sentiamo un poco (disse ella tra il serio e il faceto, perchè la signora Elena parlava con piacevolezza, e le fanciulle sorridevano), questa è una licenza bell'e buona. Che ho io fatto, meschina me! per meritarmela?» — «Finiamo la celia (riprese tosto la signora Elena); noi facciamo i bauli, e presto partiremo per il tuo paese; vuoi tu venire con noi?» — «La celia comincia ora (diceva la vecchia ridendo); che domine di bizzarrie son ellen queste?» — «Io ti dico che lo faremo; non è vero? (a Tito che in quel momento entrava nella stanza) non è egli vero, Tito, che abbiamo fissato di andare in campagna, proprio nel paese della Milla?» — «Verissimo (rispose egli).» — «Ebbene (continuò la madre); ella non vuole accompagnarci; vuol rimanere in Firenze.» — «Possibile! (diceva Tito maravigliandosi).» — «Non dico questo (riprese la vecchia con fuoco); magari, se vi andassero! verrei con loro in carne e in ossa; ma non posso credere che vogliano sacrificarsi lassù in una catapecchia come quella; l'aria è buona, non dico, eccellente; Eugenia avrebbe da scavallare e da trovare di belle cose.... Ma se non vi sono villeggianti vicini, non vi sono passeggiate! è un saliscendi; un vento che respinge più che uno va innanzi.»
Lui. E dove sono dunque tutte le bellezze che tu ci descrivevi?
Mil. Oh! quelle sono le delizie dei poveri montanari, ma non possono dare nel genio ai cittadini.
Tito. Eppure le ci piacciono più delle bellezze ricercate e artificiali della città. Sempre Cascine, sempre Boboli, sono cose che vengono a noia. Ma un po' di libertà, fra le boscaglie pittoresche, sulle colline scoscese, lungo quei torrentelli, sui prati freschi, senza polvere, senza rumori di carrozze, senza ostentazioni di lusso.... queste sono le vere delizie per chi è assuefatto a vivere nella città.
Eug. Sarebbe un incanto.
Lui. E ce ne hai fatto innamorare tu di quei luoghi.
Mar. Anche Vittorino, te ne ricordi? ne parlava con tanta passione.
Ele. E poi è il tuo paese....
Ter. Ci sei tu con noi....