Quando il giovine dottore tornò a casa, era tardi, e suo padre dormiva. Se avesse voluto dar retta a una ispirazione per non passar un'altra cattiva nottata.... Ma come si fa? Non conveniva svegliarlo. E poi la spossatezza per essersi affaticato tutto il giorno sulla montagna; il dispetto di non aver saputo freddare nè anche una lepre, sebbene avesse il buon fucile di Silvio (il fattore glielo aveva posato all'uscio di camera invece del suo, ed egli non l'aveva riconosciuto per la fretta d'uscire); e la notizia che suo padre era andato in collera per certe lettere venutegli dalla capitale, lo spinsero a chiudersi in camera, e buttarsi sul letto. E il sonno gli venne, ma più angoscioso della veglia, ma pieno di paurose visioni, di brividi, di scosse, di sudori freddi.... Nondimeno il pensiero di placare lo sdegno del padre, che da un amico dalla capitale era stato avvisato dei traviamenti del figliuolo, cagionò un altro indugio al ravvedimento del primo fallo; e le successive fatiche della caccia e le pingui prede fecero a poco a poco svanire anche le paurose visioni.
4. Un mutamento di cose.
Un bel giorno il popolo della capitale, indi quelli delle provincie mutarono improvvisamente lo Stato. Anche nella piccola terra di Dionisio i vecchi magistrati doverono girar largo. La moltitudine s'adunò per crearne dei nuovi. Fu detto doversi scegliere le persone più oneste, fossero anche di povero stato. Il voto universale ne gridò tre, una delle quali era Silvio. Appena proferito il nome, tutti l'applaudirono con maggior favore degli altri. Lo condussero di peso nella sala del pretorio; ognuno giubbilando lo riveriva. Ai suoi cenni, alle sue parole fu sedato ogni tumulto. I più sfrenati volevano correre ad alcune case per incendiarle, per vendicarsi; ed egli prevenne tosto quell'impeto, fece posare le armi, spegnere le fiaccole, rispettare le case di tutti. Ma non fu a tempo a impedire che taluni penetrassero nell'archivio del Comune per distruggere, per mettere a soqquadro le carte, per rifrustare i documenti che potessero rendere più manifesta la cattiva amministrazione e gli arbìtri dei magistrati deposti. Trovarono infatti certe scritture che avrebbero nociuto più che mai alla riputazione del padre di Dionisio, e tra esse le false informazioni contro Silvio per dichiararlo indegno dell'impiego del padre. E appena il giovine ebbe posto piede nell'archivio, i più zelanti gliele mostrarono aizzandolo a trarne vendetta. Ma egli con dignitoso contegno gli esortò a racchetarsi, dicendo non doversi pensare da chi voleva il pubblico bene, nè a vendette private nè a persecuzioni, tanto più che nessuno s'opponeva ormai alle nuove cose, e i pochi resistenti in principio erano già sottomessi o dispersi. Indi raccolte in fretta le carte che appartenevano al padre di Dionisio, le prese con sè; deputò alcuni dei più docili a custodire l'archivio, e si trasse dietro il rimanente della folla.
La stessa sera di quella giornata piena di agitazione, Silvio, prima di riposarsi dalle sue fatiche, montò a cavallo, e occultamente prese la via della montagna. Egli solo sapeva dove si fossero rifugiati, per paura dello sdegno del popolo, Dionisio con suo padre e con pochi servi. Giunto colà, i servi s'intimorirono, indi rimasero stupefatti a vederlo solo, in quel luogo, a quell'ora. Chiese di parlare a Dionisio, anch'esso sbigottito per tale arrivo; ma Silvio, rassicuratolo con atti umani, lo trasse in disparte, e consegnandogli il fascio «Da' a tuo padre questi scritti» gli disse. «Ch'ei li distrugga se vuole. Sappiate che il paese è quieto, poichè il governo è assodato per tutto; statevi tranquilli, e non vi sarà torto un capello.»
«E tu!...» rispondeva Dionisio commosso nel prendere i fogli: «Tanta generosità con me?....»
«Non siamo noi amici fin dall'infanzia?» riprese Silvio: e con una stretta di mano si partì subitamente da lui.
XI. Giovanni Fantoni[28]
e il suo calzolaio.
Giovanni Fantoni nacque nel 1775 in Fivizzano, piccola città della Lunigiana toscana. La sua famiglia è annoverata tra le più segnalate di quella provincia e tra le patrizie fiorentine. Fu educato prima dai PP. Benedettini in Subiaco, poi nel Collegio Nazzareno di Roma. Soggiornò in Pisa per accudire agli studi filosofici e legali, ma senza compirli; ebbe quindi un impiego a Firenze nella Segreteria di Stato, ma in breve abbandonò Firenze e l'impiego, per ascriversi nelle milizie del re di Sardegna. La vivacità del naturale, e l'intolleranza d'ogni servilità e freno, cagioni principali del suo frequente mutare di proposito e di soggiorno, lo costrinsero presto a lasciare anche la professione delle armi; nè ebbe miglior ventura a Roma, dove lo ricondusse la speranza degli impieghi ecclesiastici col favore d'un prelato suo parente, nè a Napoli, dove gli amici e i congiunti ambivano di vedergli acquistare la grazia del re come gli altri cortigiani. La poesia, alla quale era naturalmente e fervidamente inclinato, lo distolse infine dall'andar dietro ai fantasmi dell'ambizione o della fortuna; e contento delle modiche entrate del retaggio paterno si ritirò nella quiete della sua patria, e quivi si diede tutto agli studi poetici. Così cantava nelle sue Odi:
A parca mensa vive senz'affanno