Dionisio udiva di dentro questo colloquio. Si rammentò dell'esame e delle calunnie; si sentì venire le fiamme del rossore sul volto; i rimorsi e l'angoscia gli straziarono il cuore. Fu in procinto di far subito retrocedere il vetturino... Ma esitò un poco... forse perchè aveva soggezione dei compagni di viaggio. Queste dubbiezze indebolirono l'ispirazione. E' può darsi che quel che dicono non sia vero — concluse tra sè. — Ma appena arrivato in città scrivo subito al babbo, gli confesso tutto, sì, tutto! e se la cosa è vera, lo scongiuro a rimediarvi. — Con questo proposito racchetò un poco la sua coscienza.

I compagnoni ch'ei s'era fatto all'università, sapendo il suo arrivo, andarono ad incontrarlo fuori di porta. Tutto lieto di questa sorpresa, dovè intrupparsi con loro, andar con loro alla trattoria, poi al teatro, e gozzovigliare la maggior parte della notte. Stanco del viaggio, sbalordito dallo stravizio, dormì saporitamente per molte ore; e non pensò più nè a Silvio, nè alle cose del suo paese. Poi bisognava rendere la pariglia ai compagni; festeggiare gli altri dottori novelli che di qua e di là giorno per giorno arrivavano come lui alla capitale per farvi le pratiche; assaggiare tutti gli svaghi d'una città grande; far le visite alle persone alle quali era stato raccomandato; frequentare le conversazioni galanti; studiare il giorno i costumi dei damerini famigerati, per farne sfoggio la notte, e per far dimenticare più che fosse possibile ch'egli veniva da un angolo della provincia...; e in ultimo qualche volta e dure panche, il nero tavolone, gli stempiati polverosi libroni dello studio di un avvocato, e le interminabili sedute dei tribunali.... Come potersi ricordare del povero Silvio?

Presto sopravvenne anche il bisogno di chiedere denari a suo padre; e scriveva, l'assegnamento non bastargli nè anche a mezzo per mantenersi con decenza nella capitale, per fare onore al nome illustre della famiglia (aveva imparato da lui a tenerlo nel debito pregio); non potervisi più vivere a buon mercato come a tempo del nonno.... E allora, anche ricordandosi del povero Silvio, come arrischiarsi a rinfrescare la memoria di quella faccenda, a confessare una colpa, quando si trattava d'un affare di tanto maggiore importanza, almeno per un dottore del suo pelame?

3. Un'altra ispirazione.

L'anno dopo, Dionisio tornava a casa per passarvi l'autunno. Era malinconico, pallido, taciturno....; pareva un infermo o un balordo. Aveva lasciato a malincuore i compagni, i divertimenti, le conversazioni....; gli davano martello certi debiti che bisognava pagare a tempo corto per non farsi scorgere, per non intaccare la riputazione della famiglia; e.... solamente lo confortava il non udir più nominare i tribunali nè lo studio. Suo padre intanto era in collera seco lui per lo scorporo fatto allo scrigno a cagione delle infinite richieste di denaro; gli aveva dichiarato di non volerle più esaudire; e sperava che almeno l'autunno gli desse un respiro.... Insomma l'imbarazzo di Dionisio era grande. Bisognava mettere in opera ogni accortezza, umiliarsi, macchinare, pregare, scongiurare. Intanto, per distrarsi da così molesti pensieri.... la caccia. Non già con la solita comitiva, che non vi fosse il rischio di rintopparsi con Silvio!... Oh! ma anche senza volerlo, presto seppe che Silvio non sarebbe andato a caccia nè con lui nè con altri. Suo padre era morto! E il povero giovine, per sostentare la madre e cinque sorelle, aveva dovuto vendere ogni cosa, inclusive il fucile, che passava per uno dei migliori che fossero nel paese. E quel fucile..., lo aveva comprato il fattore di casa, il quale appena potè trapelare che il padroncino facesse i preparativi per la caccia, corse tutto lieto ad offrirglielo, persuaso di fargli una gradita sorpresa; e gli disse chi n'era stato il padrone, e che gli costava un pezzo di pane[27], essendosi approfittato, con l'accortezza d'un fattore par suo, del bisogno d'un disperato. Ah, quel fucile! Dionisio lo conosceva pur troppo! Non ebbe ardire di toccarlo; voltò la faccia, e andò via senza rispondere.

V'era in quel paese un cacciatore di professione, uomo da bosco e da riviera, rilevatore esperto di cani, pratico delle poste di tutto il vicinato per trovarvi gli animali sicuri. Dionisio soleva condurlo seco, e fermò quell'anno di andare a caccia solamente con esso. Abitava costui in una straducola remota; Dionisio in sulla sera, col berretto sugli occhi, uscì di casa per avvisarlo. Entra nel terreno della casuccia; vi trova uno squallore di povertà fuor dell'usato; una donna vestita a lutto che filava, ed alcune povere fanciulline occupate anch'esse, quale in un lavoro, quale in un altro, recitavano il rosario con voce bassa, quasi gemebonda; la debole fiaccola d'una candela di sevo illuminava la mestizia e la pallidezza dei loro visi.... Soprappreso, quasi voltandosi per andarsene, domanda di Stefano il cacciatore: «Oh! non sta più qui» dice garbatamente la donna. «È tornato di casa.... Va' ad insegnarglielo tu al signor Dionisio; è vicino;» e indicava la minore di quelle fanciulle. Il giovine sentendosi nominato, si voltò quasi non volendo per affissare quella donna che parlava a stento con voce fioca. Ed ella: «Non mi riconosce più eh? Poveretto, ha ragione! Sono andata a male; dopo tante disgrazie!.... Sono la mamma di Silvio, sa? E anche lui, povero figliuolo.... la lo vedesse!... Ci siamo ridotti a star qui per fare un po' di risparmio anche nella pigione.»

Dionisio, coprendosi la faccia, non aveva fiato di rispondere; gli tremavano le gambe; avvilito usciva di lì, ringraziando con parole tronche, e rasentando il muro.

La bambina era già corsa innanzi ad insegnargli la casa di Stefano. Quando furono presso all'uscio: «Sta qui» disse, e lo salutava tornando indietro. Dionisio l'aveva scorta con un visuccio sfinito e brulla di vesti; la compassione, lo spasimo dei rimorsi lo spinsero a un tratto a cavarsi di tasca la sola moneta che gli rimaneva; e, chiamata la bambina.... Ma questa, al diaccio del metallo, quasi abbrividendo ritrasse tosto la mano, lasciò cadere la moneta per terra, e fuggì via.

Egli allora si percosse la fronte a guisa di forsennato. — E non ho altro! — esclamava. — E forse io.... — In quel mentre il cacciatore usciva di casa. Udito il suono della moneta che era ruzzolata sul lastrico, e vedendo colui a capo basso, si pose tosto a cercare; il luccichio gli dette nell'occhio, ed esclamando: «Eccola là» andò a raccattarla. Porgendola a Dionisio lo riconobbe; credè che la sua confusione dipendesse dalla paura d'averla perduta; e gli fece festa. Dionisio, sforzandosi di nascondere lo stato dell'animo, prese la moneta, la mise in tasca, ed incominciarono a parlare di caccia. Il tempo per andare in montagna era propriamente opportuno; Stefano aveva visto una lepre in quella macchia, una in quell'altra; aspettava lui per tornarvi; sarebbe stato peccato indugiare; nessun altro nel paese doveva vantarsi d'aver colto le prime lepri.... Dunque fissarono per la mattina dopo allo spuntare dell'alba. «E porti il fucile di Silvio» diceva Stefano. «So che il fattore non se l'è lasciato scappar di mano. Con quello, la lo sa, non si falla un tiro!»

Che notte tormentosa passasse Dionisio, chi può ridirlo? E' non ebbe bisogno d'essere svegliato allo spuntare dell'alba. Non aveva potuto chiuder occhio; gli dolevano le tempie come se v'avesse confitti due chiodi. Il povero Silvio, suo padre, la vedova, quella stanza terrena, quella bambina gli avevano risvegliato acuti rimorsi... Ma già i cani di Stefano raspavano alla porta della camera. Alzarsi di su quel letto di spine, uscir fuori arruffato come una belva, afferrare il fucile che trovò accanto all'uscio, correre all'aria aperta per riaversi un poco, fu un punto solo. Stefano era occupato a raffrenare i cani perchè non facessero a quell'ora troppo schiamazzo, e non s'accorse dello stato di Dionisio.