Poco dopo fu vista aprire sott'altro nome sul Ponte Vecchio, e dirimpetto a quella di Francesco, una bottega d'oreficeria, messa con somma eleganza e con lusso. Il nuovo nome a grandi lettere dorate era quello d'Enrico Salvucci.

Francesco non ne mostrò rammarico nè meraviglia; fece tacere coloro che la chiamavano una soverchieria del fratello, e non cambiò l'antico aspetto della sua umile botteguccia. Vennegli poi inaspettatamente la notizia che Enrico aveva presa moglie, e fatto gli sponsali con grande sfarzo. Le male lingue andarono dicendo che Francesco aveva risposto all'invito con sdegnoso rifiuto.

In capo a tre anni la nuova bottega era chiusa; Enrico vergognosamente fallito ed in fuga; la moglie con tre figliuoli rimasta nella miseria. E i suoi parenti erano poveri; e i falsi amici del marito non si curaron di lei! — Una sera dopo la mezza notte fu picchiato alla casa di Francesco. L'Umiliana si levò, scese ad aprire, e trovò Enrico travestito, che dimandava di parlare al fratello. Essa andò ad avvertirne il padrone; ma questi, senz'altro, le rispose che era deliberato a non ascoltarlo. Enrico nella massima disperazione proruppe in contumelie contro il fratello e contro l'Umiliana, accusando lei di questo rifiuto; e partitosi a precipizio non si fece più rivedere. Essa lo richiamò indietro amorevolmente, ma l'infelice nell'accecamento della collera non le aveva badato. La mattina stessa a buon'ora fu recata alla sua moglie una somma di mille lire. La donna che la portava era velata da una cuffia da contadina, e non volle palesare il suo nome nè quello del donatore. Un ajuto così inaspettato salvò per lungo tempo la misera famiglia dall'indigenza; finchè Enrico, fatto alquanto senno per la sventura, e spogliato d'ogni suo capitale dai creditori, entrò qual semplice lavorante nella bottega di un orefice di Livorno, e si tirò innanzi alla meglio per alcun tempo. Ma in breve gli vennero in capo nuovi capricci e nuove ambizioni, ed era tornato a combattere con le strettezze del vivere.

In quel tempo Francesco, risolutosi di lasciar la bottega e di ritirarsi in campagna, chiamò a sè un intrinseco amico facoltoso ed onesto, e pattuì seco lui di cedergli a buone condizioni la bottega e la clientela; purchè quando Enrico gli paresse corretto se lo associasse nel traffico, e conducesse le cose in modo da costituirlo a poco a poco padrone dell'antica officina della famiglia. Gli raccomandò caldamente la segretezza, e volle che tutto il merito di questo negoziato egli lo attribuisse a se stesso. L'amico, benchè gli paresse follìa una generosità usata in questo modo, pur nondimeno conoscendo il carattere di Francesco, e visto non esservi altro mezzo per fare un tal benefizio ad Enrico e alla sua famiglia, accettò l'incarico, e si governò appunto nel modo che aveva divisato Francesco.

Enrico in principio si tenne beato di così fortunata congiuntura, senza mai dubitare quanta parte vi avesse là generosità del fratello; ma non andò guari che, ribollite le antiche passioni, incominciò ad abusare del buono stato; e cresciuta la famiglia e i bisogni, perdette nuovamente il credito che per la società avuta con l'onesto amico gli era stato restituito. Nelle calamità di una condotta così irregolare, tornò col pensiero al fratello, e per opera d'altri fecegli palesare il suo stato. Questi, ancorchè avesse voluto condiscendere alle preghiere, non era più in grado di fare spese per lui. Nonostante, ad intercessione dell'Umiliana, e sempre con la solita segretezza, si lasciò qualche volta indurre ad assisterne la famiglia. Quindi le istanze d'Enrico presero aspetto di pretensioni, le negative di Francesco vennero attribuite al preteso sopravvento dell'Umiliana, e il dissesto degli affari di Enrico divenne sì grave, che gli si minacciava di fargli chiudere la bottega per un debito di circa mille lire. L'Umiliana lo seppe, e ne parlò al padrone; ma questi ormai stancato da tante imprudenze, le fece chiaramente conoscere che sarebbe stato irremovibile; e le impose, con una severità che con lei non aveva usato giammai, di non più nominargli nemmeno quello sciagurato di suo fratello. «Mi dispiace della sua famiglia» egli disse, «mi dispiace che la reputazione del nome di mio padre si perda sul Ponte Vecchio, ma io morirò presto; la poca roba che potrò lasciare salverà dalla miseria i nipoti; e nel sepolcro queste vanità del nome non hanno più nulla che fare.» La buona Umiliana, accortasi ormai che niuna considerazione sarebbe bastata a fargli mutare proposito, aspettò che fosse venuta l'ora del riposo; e lasciato il padrone, che soleva andare a letto sollecitamente, corse tosto nella sua cameretta.

È comune ambizione delle massaie l'avere un bel vezzo di perle, che esse considerano quale ornamento da non poterne far senza, e capitale opportuno a provvedere a qualche gravissima necessità nel corso della vita. Un economo assennato consiglierebbe di mettere a frutto in una cassa di risparmio o con qualche altro sicuro modo quel capitale, che senza rimaner morto, come suol dirsi, o infruttifero per molti anni, verrebbe a raddoppiarsi e a triplicarsi, e riescirebbe più utile al possessore ed agli altri. Ma ad una donna, che per molte buone qualità si rende utile in una famiglia, chi vorrebbe negare quest'onesta soddisfazione? E chi sa che quel desiderio acquietato non ne risparmi talora tanti altri più discreti, ma che messi insieme costerebbero più di quello?

Tornando all'Umiliana, sarebbe impossibile descrivere quante veglie di lavoro, quante privazioni, quante industrie, sebbene tutte oneste, le fosse costato il mettere insieme un cento di scudi per comprarsi quel vezzo che ella soleva poi mettersi al collo per le pasque soltanto. Indi il padrone le aveva regalato due o tre anelli di qualche valore; e poi, quantunque spesso di molta parte del suo salario facesse elemosine, non pertanto erale riuscito di mettere assieme un dugento di lire per sostegno nella vecchiaia. Senza indugio adunque ella raccolse le gioie e il denaro, e postasi in via per Firenze, andò subito in traccia di un vecchio procuratore, che spesso era stato rammentato e lodato per la sua onestà dal padrone. Il procuratore che per la lacrimevole grave età s'era quasi allontanato dai tribunali, non teneva più studio aperto la sera, e a quell'ora tarda dormiva. Ma l'Umiliana si raccomandò tanto alla serva, e mostrò così gran premura di parlargli per un affare, com'ella diceva, di molta urgenza, che quella credè bene di svegliare il padrone, uomo in fondo di buona pasta; ed egli infatti non le ne fece rimprovero. Venuto ad ascoltar l'Umiliana, questa gli manifestò brevemente lo stato deplorabile in cui si trovava Enrico Salvucci orefice di sul Ponte Vecchio, a lui già noto per le cose innanzi accadute; gli parlò del sequestro; e consegnatogli vezzo, anelli e monete, lo pregò di volerlo, col valsente di quella roba, liberare da tanto disonore. Se fossero mancate poche lire sperava che Enrico avrebbe potuto supplirvi; se ne fossero avanzate, diceva al procuratore le ritenesse, che una volta o l'altra sarebbe venuta a riprenderle. «Va benissimo,» rispose il procuratore meravigliato, dopo averle lasciato dire ogni cosa; «ma a nome di chi ed a quali condizioni debbo io liberare il Salvucci da questo intrigo?» — «Se potesse farlo» rispose la vecchia «a nome del Salvucci medesimo, tanto meglio. Se la intenda con lui....» — «Ma ed al Salvucci» interrompeva quasi impazientito il procuratore, «chi debbo io nominare? Chi siete voi?» — «Io?» soggiunse l'Umiliana «io chiedo a V. S. questa carità, perchè non voglio essere conosciuta.» — «E per assicurare il vostro credito, e per la restituzione, come volete che si faccia?» — «Restituzione? Oh! non intendo mica di fare un imprestito. Il Salvucci deve considerarli come suoi questi denari, ed a lei raccomando il segreto.» Il procuratore inarcando maggiormente le ciglia se le fregava, toccava il tavolino, e guardava intorno intorno la stanza per assicurarsi d'essere sveglio, perchè gli pareva di sognare. Indi preso a parlare sommessamente con dolcezza, e accostatosi alla vecchia con una specie di venerazione: «Ed io» le disse «non debbo saper chi siete?» — «Se vuol saperlo» rispose la vecchia arrossendo, «glielo dirò; ma siccome per quest'affare desidero di rimanere incognita, così non saprei che cosa potesse importarle il nome d'una povera vecchia.» — «Ed io rispetterò il vostro segreto!» soggiunse allora tutto commosso il procuratore; «ma bisogna che voi abbiate di grandi obbligazioni al signor Salvucci; e spero che quest'azione voi la facciate spontaneamente, senza esservi indotta da scrupoli, da timori.... Scusate se vi fo questi discorsi, perchè gli affari d'interessi son molto delicati. E voi dovete averci pensato bene. Dall'avere al non avere un migliaio di lire v'è molta differenza per tutti. Non mi pare che voi dobbiate esser ricca, e forse potreste avere dei parenti che più del Salvucci meritassero i vostri aiuti... Insomma, se presto mano a questo negozio lo fo sulla vostra coscienza, con la certezza che non abbiate a pentirvene mai....:» e varie altre cose le disse, indottovi dalla nuovità dell'avvenimento. La vecchia un poco meravigliata rispose: «Io a questa età non ho più parenti prossimi; i lontani non li conosco di persona, ma so che non son poveri. E poi questa roba è mia, messa assieme a forza di lavoro a tempo avanzato. Per grazia del cielo non mi manca il pane, e ad ogni modo sono ancora buona per lavorare e guadagnarmelo. So che il signor Salvucci si trova in queste miserie, ed ha una famiglia numerosa. Questa roba per me è superflua....» — «E se il Salvucci» continuò il procuratore «non avesse altrimenti bisogno di questo aiuto, o che una volta accomodati i suoi affari volesse restituire la somma e le gioie, come dovremmo fare?» — «Io avrò modo di saperle queste cose» rispose, «e verrò allora a consigliarmi con V. S. Ma in conclusione fin d'ora sono risolutissima a donare questi oggetti per sempre, e non ho paura di dovermene pentire.» — «Ebbene! Così sia» esclamò il procuratore. «Farò di servirvi come bramate. Sapete voi scrivere?» — «Signor no.» — «Aspettate che vi faccia una ricevuta....» — «Per me non importa davvero; e poi ho bisogno di tornar via. Se ha la bontà di lasciarmi andare....» — Il procuratore che aveva preso la penna ed il foglio, rimase estatico, e non seppe trovar modo di trattenerla. La vecchia nel congedarsi gli raccomandò di nuovo il silenzio, ed egli con esclamazioni interrotte l'accompagnò fino all'uscio di strada, rimase lì fermo con la lucerna in mano a vederla partire, e tornando a letto esclamò: Prima di morire ho veduto anche questa!

L'Umiliana con lo stesso animo deliberato con cui era venuta a Firenze, tornavasene per la via di Fiesole alla villetta, ed era contenta del fatto suo. La teneva in una certa ansietà il dubbio che il padrone svegliandosi, contro il suo solito, avesse avuto bisogno di lei, e chiamandola invano, si fosse insospettito di qualche disgrazia. Questo timore le metteva le ali ai piedi; e finalmente giunse a casa trafelata e così piena di stanchezza e di sudore, da acquistarne un mal di petto mortale se non fosse stata sanissima. Vi entrò piano piano, andò in punta di piedi a sentire se il padrone dormiva; e assicuratasi pienamente che niun disturbo era nato nella sua assenza, alla fine anche essa andò a riposarsi. Il procuratore adempiè il giorno dopo la commissione avuta, ed Enrico non sapendo in sulle prime a chi attribuire il benefizio, spensierato com'era, non vi riflettè sopra gran fatto, nè fece proposito di governarsi nel futuro con più giudizio per non abusare della Provvidenza.

Il procuratore per l'autorità della vecchiezza e della buona riputazione di cui godeva, si arrischiò a fargli una paternale amorevole: Pensasse che quel servigio venivagli reso in contemplazione principalmente della sua famiglia; che al certo era un fatto straordinario che non sarebbe mai più accaduto; e che doveva rendere conto a Dio dell'occasione sì opportunamente offertagli di riparare all'estrema ruina della sua casa.... Come l'acqua chiara spruzzata nel muro, asciutta che sia, non lascia di sè alcuna traccia, così quel discorso uscì presto dalla mente d'Enrico, ed ogni buon proposito fatto dopo di esso andò in fumo. Quindi non passò molto tempo ch'ei si trovò di nuovo a sopportare le triste conseguenze della sua dissipazione, e a dover ricorrere, per sostenersi, ad espedienti poco decorosi che erano per condurlo a maggior precipizio di prima.

Poco dopo Francesco, assalito improvvisamente da un colpo apopletico, morì in cinque giorni; pensa con quanto dolore dell'Umiliana! La povera donna rimase tanto sbalordita dall'inaspettata disgrazia, che non potè mai ricordarsi che cosa fosse accaduto nei due o tre giorni consecutivi. Di questo solo ha memoria, ch'ella si vide consegnare alla presenza di due persone un rotolo di monete da un tale che le disse aver così disposto nel suo testamento il defunto padrone, e che le impose di fare una croce sotto un lungo foglio, a guisa di ricevuta, e di raccogliere sollecitamente la sua robicciòla per dar posto agli eredi. Ella obbedendo come una macchina, e sempre seguita dalle due persone, fece il fagotto dei pochi panni che aveva; prese la rocca e il filato, e fu accompagnata fuori dell'uscio. Fatti due o tre passi, se lo sentì chiudere alle spalle. Non si voltò perchè l'animo non le bastava; e quando lo avesse fatto, non avrebbe potuto scorgere alcuna cosa, perchè aveva perduto il lume degli occhi. Quindi non potè andare oltre, e si assise sopra un muricciòlo appoggiando la testa sopra il fagotto. In quel momento di spossatezza delle membra, l'Umiliana non aveva nella sua mente un pensiero fatto; ma si sentiva una sì strana confusione d'idee che pareva le dovesse togliere il senno. Aveva pianto assai per la morte del padrone; ma non potè versare lacrime in quell'amaro ed inumano congedo. Si sentiva un nodo che le toglieva il respiro, e le faceva gonfiar le vene dal sangue che circolava a fatica. Stata alquanto, senza che nessuno la vedesse, in quell'attitudine, in quel martirio, si sentì chiamare per nome da una voce nota, si scosse, e videsi davanti un giovine, il figlio maggiore del contadino, che incrociate le braccia sul petto, la guardava con aria compassionevole e sdegnosa ad un tempo. Appena accortosi di essa gli dava retta, le disse con sollecitudine e sotto voce: «Umiliana, è meglio che andiate via subito per ora. Volete che vi conduca dalla mia zia che sta a Fiesole? Andiamo, il fagotto ve lo porterò io»; e, presolo, le dava aiuto per alzarsi. Indi sorreggendola la menò dietro casa per un viottolo scosceso, che scendendo e poi risalendo tortuosamente riusciva in Borgunto lungi un miglio e mezzo dalla villetta. Quando furono a mezza strada in un luogo ombroso e celato, il giovine contadino: «Ora potete riposarvi» le disse, «qui non saremo veduti.»