Già il punto della ripetizione si avvicinava, ognuno s'apriva davanti il libro, e cercava il segno. Enrico non l'ha: se il maestro lo vede, se lo rimanda a casa sdegnato... povero Enrico! povera madre sua!

In quel punto l'amico Giulio, emulo di Enrico, ma generoso, troppo sofferendo nel vederlo così umiliato, pensava: Chi sa come Enrico avrà studiata la nuova lezione! dicerto la saprà meglio di tutti; egli che è tanto bravo a fare le ripetizioni. Se la sorte toccasse a lui!... Tornerebbe subito al suo posto: e io glielo renderei tanto volentieri! Non posso sopportare d'esser cresciuto di grado a scapito d'un amico, sebbene sia stato per colpa sua.... Ma proprio per colpa sua? io non mi so raccapezzare, ancora non lo credo. E cogliendo il momento opportuno palesò una sua idea a un compagno. L'idea piacque, la parola passò di posto; e fino in quaranta si trovarono del medesimo sentimento. Allora Giulio salì alla cattedra e disse alcune parole nell'orecchio al maestro, il quale fece segno di approvazione. Quando egli agitò la scatola, nessuno dei primi e i più diligenti batteva palpebra desiderando che uscisse a sorte il suo numero. Enrico poi a quello strepito spiritò dalla paura, e fece il viso di mille colori. Se tira su il mio numero! pensò egli con terrore. Il numero è fuori, è il 3, appunto quello di Giulio che era passato al suo posto. Enrico si rincorò, ma che! Giulio non si muove: il maestro parla: «Oggi gli scolari delle prime panche hanno lasciato d'accordo la ripetizione ad Enrico, perchè egli possa tornare più presto fra loro. Mi gode l'animo d'annunziare questa riprova di fratellanza tra' miei alunni. Venga Enrico.» Un applauso di tutta la scolaresca tenne dietro a queste parole. Enrico restò come colpito da fulmine. Acciecato dalla paura, non pensando chi gli era accanto, supplichevole chiese il libro a uno dei persecutori di sua madre; questi leggeva un romanzo. L'altro, che lo aveva, ma chiuso, glielo dette con un sorriso maligno, che fece in un tratto rammentare ad Enrico tutto l'avvilimento in che lo gettava quel benefizio. Tremando uscì dalla panca; s'avanzò a passi vacillanti; arrivato presso gli amici, balbettò a capo basso un grazie che appena fu inteso; essi gli fecero animo colle parole e coi gesti; e quando al primo scalino della cattedra inciampò ed ebbe a cadere, Giulio corse a sostenerlo e a dargli di braccio fino accanto al maestro, dicendogli sotto voce: «Coraggio!» Enrico aperse il libro, e cercava il punto: silenzio profondo per tutta la scuola. Egli era solito fare le ripetizioni meglio degli altri; aveva voce sonora, gradevole; si animava ai passi più eloquenti; la ripetizione di quel giorno ne conteneva parecchi; ognuno se l'aspettava bellissima. Ma Enrico non trovando tosto la pagina si sgomentò più che mai; cincischiava...; quaranta libri gli furono sporti dai condiscepoli; non se ne accorse, ma trovò allora la pagina che cercava. La vista gli si era abbagliata; a stento proferì la prima parola; la seconda era scorbiata: la pagina imbrattata tutta di fregacci, di figure sconcie, di parole tradotte in margine; era difficile spiccicarne un senso. Sul primo il suo imbarazzo era stato preso per commozione, per timidezza; il maestro gli fece animo, gli mise in bocca le parole; ma pur vedendo che non andava innanzi, si accorse che Enrico non ne sapea buccicata, e vide quel libro così straziato. Allora toltoglielo di mano, e mostratolo alla scolaresca, esclamò: «La vostra generosità, ragazzi miei, è stata inutile, come vedete. Enrico per ora non merita compatimento. Torni al suo posto; venga il numero 3; non perdiamo più tempo coi negligenti.» Tutti rimasero maravigliati ed afflitti; molti se ne sdegnarono; Enrico si trascinò piangendo laggiù, e cadde a sedere quasi svenuto; non ardiva scolparsi d'un fallo non suo col palesarne un altro suo proprio; il padrone del libro, per viltà si tacque; Giulio obbedì mortificato e confuso.

Per avventura in quel giorno il maestro dovè assentarsi dalla scuola per poco tempo, e aveva chiesto che fosse mandato in suo luogo il Prefetto. Ma invece del Prefetto, comparve, come alcuna volta soleva accadere nell'anno, il Superiore. «Eccomi da voi,» disse egli con lieta faccia, «voglio vedere un po' da vicino i migliori tra gli scolari. Appunto ora che abbiamo gli esami a ridosso, mi preme di conoscere quelli che faranno buona passata.» E si trattenne alquanto ora con l'uno, ora con l'altro lungo le prime panche. «Ora poi ho da darvi una notizia, soggiunse accostandosi un poco verso il fondo: abbiamo deliberato di purgare le scuole dai più negligenti. So che in questa scuola vi sono alcuni scalda-panche,» e ingrossò la voce, «i quali hanno abusato della nostra tolleranza, e pare che se ne tengano del cattivo esempio che danno. Lo dico innanzi, perchè abbiano tempo a ravvedersi, e ad esaminare se torni loro più conto frequentare la scuola uniformandosi agli altri, od essere rimandati alle loro case.» Enrico soffriva, soffriva crudelmente. La vergogna di trovarsi compreso tra quelli sciagurati sotto gli occhi del Superiore; la minaccia autorevole che fulminava anche lui meno reo, ma con tutte le apparenze della colpa; la memoria di sua madre tradita nelle più care speranze; lo scoraggiamento aumentato rendevano sempre più lacrimevole la sua condizione. «Intanto (continuò il Superiore), voglio una memoria di quelli che ho trovato oggi nei primi posti; il segretario della scuola me la faccia: io gli detterò i nomi. Essi poi verranno da me domattina prima d'entrare in scuola, e riceveranno un attestato di diligenza per farne dono ai respettivi genitori il prossimo Capo d'anno.» E andò da se stesso di mano in mano chiedendo il nome agli alunni. Giunto al N. 3, Giulio si alzò francamente, e interrogato rispose: «Enrico...» I fanciulli stupirono, e accompagnarono quel nome con segni di gioia. Ma Enrico non potè contenersi: «Ah! non lo merito (esclamò egli, slanciandosi dal suo posto). Signor Superiore, egli nomina me invece di se stesso, perchè jeri l'altro io era in quel posto, ed oggi sono quaggiù; ma se vi sono, l'ho meritato pur troppo! La mia condotta mi ha reso indegno di un amico e del suo sacrifizio generoso!» — «Enrico, rispose Giulio, io conosco il tuo cuore. E tu non puoi essere tanto colpevole quanto apparisci. La tua disgrazia, forse una sola negligenza, ti ha ridotto costà, ma il resto dipende dal tuo carattere troppo sensibile e troppo timido.» — «Giulio, tu vuoi salvarmi, lo vedo, sì, il tuo affetto, la tua amicizia, mi rendono quella forza che mi è mancata fin qui. Confesserò la mia colpa; il signor Superiore mi giudicherà.» E chiestagli licenza di parlare, palesò la prima cagione della sua sventura, l'avvilimento che glie ne derivò, la irrisolutezza che lo tratteneva, la mancanza di fiducia nella madre, nel maestro, negli amici, in se stesso; ma tacque ogni altro particolare che potesse nuocere ai tre negligenti, e in quanto al libro malconcio si contentò di dire che non era suo, scongiurando il Superiore a non volerne essere informato altrimenti. Questi encomiando affettuosamente l'azione di Giulio, e riprendendo con dolcezza il fallo d'Enrico in quanto avesse mancato per la prima volta al suo dovere, trasse argomento ad ammonire i fanciulli dall'esempio che avevano sott'occhio; e ne ricavò molte riflessioni, opportune a premunirli contri i primi falli, a incoraggirli ad emendarsene, a sapervi rimediare con buoni proponimenti, e concluse con queste parole: «Enrico, dunque non ti scoraggire, poichè non hai ancora perduta la stima dei tuoi condiscepoli, nè la fiducia del maestro; ed hai un amico che ha fatto proposito di salvarti. Studia indefessamente per ricuperare il tuo posto: Giulio ti ajuterà. Dopo scuola resterai mezz'ora con lui per quanti giorni ci vorranno a rimetterti in pari con gli altri. Scriverò io stesso ai vostri genitori perchè ve ne diano il permesso. Intanto esci, Enrico da codesto luogo funesto; sederai per ora al tavolino del segretario. Non è giusta che chi ha confessato il suo fallo e se ne è pentito, seguiti a occupare un luogo svergognato. Così possa ognuno di voi averlo sempre in orrore, e sappia liberarsene chi ha avuto la disgrazia d'esservi stato da lungo tempo. Il ravvedimento, benchè tardo, è sempre utile a qualche cosa. E voi tutti, o fanciulli, rammentatevi che il sapere senza la virtù non val nulla, e che la nobile emulazione deve essere sempre accompagnata da generosa amicizia.» Uno scoppio di evviva tenne dietro a questo discorso. I due amici si abbracciarono, e piansero di tenerezza e di giubbilo. Enrico dopo tre giorni ritornò al suo posto, e lo abbandonò solamente per seguir Giulio, quando questi per i suoi meriti diventò il primo della sua parte. Dopo una settimana la panca dei negligenti era vuota. Due di essi si convertirono; chiesero ajuto; lo ebbero dal maestro, e da tutti i condiscepoli, e specialmente da Enrico e da Giulio. Il terzo, benchè sfrontato, non potè più a lungo soffrire la vergogna di vedervisi solo; ma invece di ravvedersi, preferì di abbandonare la scuola. Il suo cuore era ormai troppo corrotto. Infelice lui, se nelle altre vicende della sua vita si sarà lasciato vincere dalla medesima difficoltà a liberarsi dal male!

Ma non ci funestiamo ora con così tristo pensiero. Torniamo piuttosto al nostro Enrico. Vediamolo in quella domenica, nella quale aveva promesso alla mamma di parlare dei suoi studj. Eccolo a confessare il suo errore, a descrivere i patimenti sofferti per nasconderlo a una madre tanto amorosa, i rimorsi, gli scoraggimenti; a dipingerle con l'energia della riconoscenza la bella azione di Giulio: essa a perdonare al suo Enrico con tutta l'espansione degli affetti materni; a benedire il Cielo che nella sua povera vedovanza le accordava un figliuolo di sì amorevoli e teneri e delicati sentimenti, e faceva dono al figliuolo di un amico sì virtuoso; a piangere di consolazione, e giubbilare delle più liete speranze.... Ma questi sono momenti ed affetti di maravigliosa dolcezza. Non v'è lingua, non v'è parola che valga a narrarli. Chi ha intelletto aggiustato, chi è figliuolo amoroso, chi è padre, li sente, li concepisce e ne gode.

IV. La buona figliuola.

Nello scartabellare certi manoscritti di un mio parente, parroco di campagna, defunto non è gran tempo, m'imbattei nel seguente ricordo: «In nome di Dio amen. Essendomi già posto in animo di registrare le cose più notabili ch'io m'imbattessi a vedere o udire nella mia parrocchia, m'è parso che le seguenti fossero degne d'essere date alla memoria dei miei successori, e intendo che ciò sia fatto solamente a testimonio delle virtù che più spesso vedonsi esercitate dai poveri, ed a conforto dei buoni.

« — Nell'anno del Signore 1823, poco tempo dopo il principio del mio ministero in questo popolo, fui chiamato ad assistere uno scalpellino, colpito d'apoplessia ed in pericolo di morire. Trovai la famiglia, com'è naturale, nella massima desolazione: inoltre la moglie dell'infermo era malaticcia; due delle sue quattro figliuole pativano d'asma, ed una era allettata e già spedita per tisica; ed il figliuolo maschio, gracile di membra e ottuso d'intelletto, non poteva dare alcuno ajuto agli altri, nè sovvenire alla mancanza del padre. Un pianto disperato era intorno al letto dell'infermo, e per tutta la povera casa era pianto.

Io sebbene avvezzo a vedere più da vicino le umane tribolazioni, tuttavia non aveva trovato mai tanto giusto dolore da compiangere, tante avversità piombate sopra una sola famiglia, tanto pericolo di rovina con sì poca speranza di scampo.

Non ostante la Provvidenza, che talora si manifesta con ajuti più straordinari laddove il bisogno è maggiore, aveva dato alla Luisa, la sola che fosse cresciuta sana e robusta tra le quattro sorelle, un'anima capace di resistere alle percosse della sventura, e tante soavità di modi da confortare gli altri nelle afflizioni. Io la vidi, benchè fosse ancor giovinetta, infondere coraggio nella sbigottita famiglia; assistere tutti con senno, con istancabile attività, con amore; e trovar solleciti espedienti e ripari contro la loro indigenza.