Per buona sorte i cavalli si fermarono appena che la macchina che si traevano dietro non potè più rotolare sui terreno. In mezzo allo strepito e allo scompiglio mi riuscì di scaturire dalla fossa, e di mettermi davanti ai cavalli finchè non ebbe potuto venir fuori anche il vetturino per staccarli. Un bifolco accorse a noi; aprimmo lo sportello rimasto per aria, e aiutammo il giovine a saltar giù; poi la contessa e la sua figliuola. Esse erano un po' turbate, ma assai meno di quello che io mi fossi immaginato, nè si dolevano d'altro che di leggiere contusioni. Ardua impresa fu quella di scarcerare il grassone. Ei s'era ostinato a voler uscire per di sotto nella fossa, ma il suo corpo madornale non poteva passare dalla sola apertura del cristallo, ed era rimasto a contrasto senza potersi muovere nè in su nè in giù; sbuffava e gemeva e urlava da far compassione alle pietre. Aveva le mani e la faccia imbrodolate di fango, e gridava misericordia perchè si sentiva soffocare. Ci vollero gli sforzi riuniti di tutti; e soltanto dopo una fatica di mezz'ora, adoperando scale, funi e bastoni, potemmo tirarlo su pei piedi che era più morto che vivo, dalla paura peraltro e dal continuo strepitare che aveva fatto. Le sue membra erano affatto illese, benchè fosse cosa orribile a guardarlo da quanto lo deturpavano il fango e gli occhi stralunati e il naso impeperonito[33] e la bocca ansimante lorda di bava e di melletta.
Nel tempo che il vetturino rialzava e racconciava la carrozza andammo tutti nella casa del bifolco che era accorso a darci aiuto. Il suo invito fu tanto cortese, con poche ma franche e sincere parole, che non indugiammo ad accettarlo; ei ci offriva non solo ricovero per aspettare di poter riprendere il viaggio, ma anche il rinfresco se ne avessimo avuto bisogno; rinfresco, com'ei diceva, da povera gente, ma condito da buon cuore.
Quando ci ebbe condotti in casa, tornò subito via por chiamare la sua donna che era nel campo, e per tornare in soccorso del vetturino. In quella sollecitudine il buon uomo non ci aveva nemmeno guardati bene in viso; ma questo potè fare la sua moglie, garbata e amorosa quanto lui. Io mi accorsi che rimase alquanto sorpresa dall'aspetto della signora; poi si fece animo e le si accostò dandole una sedia, e con parole tronche le fece capire che le pareva di conoscerla.... Allora la contessa, con festosa e benevola accoglienza le disse: «No, cara Teresa, non vi siete ingannata.» E la Teresa tutta commossa fino alle lacrime voleva baciarle la mano, inchinarsele.... La contessa non lo permise, le strinse la destra, la ringraziò della memoria affettuosa che serbava di lei, e si pose tranquillamente a discorrere della trabaltatura e d'altre cose di minor conto. Ma vidi bene che la contessa e la sua figliuola erano anche più commosse della Teresa, benchè cercassero di nasconderlo. Quel podere un tempo, ed altri all'intorno e la prossima villa, facevano parte delle ricchezze del conte. Tutto era stato venduto pei creditori. Quella famiglia colonica aveva visto la contessa nei giorni lieti quando il fasto la circondava....
Che divario dalla signora padrona d'un tempo! Eppure la Teresa la chiamava sempre padrona e certamente con più affetto di prima. Io pensai che per quelle due donne ci volesse non poca virtù in simile incontro per non comparire nè stoltamente orgogliose del passato lustro, nè vilmente umiliate dalla povertà che le angustiava. Infatti io credo che una delle cose più difficili per l'uomo sia quella di saper mantenere la propria dignità nei mutamenti della fortuna. I beni, i favori di questa vanno e vengono; ma l'animo deve essere superiore ai suoi capricci. Noi nasciamo nudi ed eguali; i nostri sentimenti non si devono formare sulla diversa qualità delle vesti che ci ricuoprono. Le ricchezze sono desiderabili e utili finchè danno modo a chi le ha di far del bene; ma non lo differenziano dagli altri, se non che per le azioni. E poi anche i poveri sono capaci senza di esse di far del bene agli altri. Quel contadino che ci soccorse, che ci ospitò, che, anco senza riconoscerla, recò servizio a quella signora che era stata sua padrona, ne è prova. E quanti esempi di generose azioni non si vedono dare tutto giorno da coloro che vanno coperti delle vesti del povero! Chi più pronto di essi a mettere a repentaglio la propria vita, che per lo più è il loro solo patrimonio, per salvar quella di chi si sia?
La carrozza era stata rimessa in bilico sulle sue quattro ruote, e i cavalli, povere bestie, aspettavano prima di muoversi che fosse di nuovo carica del nostro peso; e quello del pingue, era da metterli a prova! Se non che egli aveva poca voglia di tornare a chiudersi in quel pericoloso bugigattolo ambulante. Strada facendo ci venne alle orecchie, portato dagli sbuffi del venticello della sera, un dolce suono di lieta musica, e fra gli alberi di una collinetta vedevamo brillare alcune faci che avremmo prese per lucciole se fosse stato di luglio. Lassù risiedeva la villa appartenuta un tempo alla contessa. I nuovi padroni avevano apparecchiato la festa di ballo e la cena sontuosa, l'orchestra accordava gli strumenti, e il giardino incominciava ad essere illuminato. Così all'arrivo della contessa, quand'ella era padrona del luogo, soleva il giardino risplendere di mille faci, e le vispe contadinelle recando mazzi e ghirlande di fiori andavano incontro alla padrona, e la salutavano con giulivi canti. Il grasso narrava queste cose per averle udite magnificare dai suoi compagni, e conosceva i nuovi proprietari e ne vantava la splendidezza. Quindi gli parve miglior consiglio fare una tappa alla villa, che proseguire il viaggio col rischio di trabaltare un'altra volta. La paura e il travaglio l'avevano spossato. Il vetturino lo lasciava andare purchè gli pagasse il prezzo pattuito per tutto il viaggio. Ma colui non volle, dicendo di aver pagato per andare a Firenze, non per ritrovarsi in una fossa. La contesa fu breve; perchè quegli s'incamminò alla villa, e il vetturino salì a cassetta brontolando, e sfogandosi con irose frustate ai poveri cavalli che non avevano colpa nell'accaduto. Io fui invitato dalla signora a sedermi in carrozza, giacchè v'era posto, e accettai la gentile offerta. Il contadino non volle alcuna ricompensa, nè potè riconoscere la contessa perchè questa aveva il viso coperto dal velo, e già era buio. Nondimeno ei rimase fermo sulla strada e col cappello in mano, finchè non avemmo fatto qualche cento di passi. La moglie gli avrà poi palesato chi fosse quella signora; e allora gli sarà sembrato atto d'orgoglio il non essersi ella da se medesima data a conoscere a lui? ovvero sentimento di discretezza per non affliggerlo con la ricordanza, del suo impoverimento? Io per me posso asserire che non mi parve di scorgere in quella signora ombra d'orgoglio, ma sì molta dignità nella sua disgrazia: e la figliuola, ingenua, gracile, bella, modesta, ritraeva in tutto dalla madre. Esse ignoravano che io avessi saputo qualche cosa dei loro fatti dall'incognito di Pontedera. Quando furono in carrozza m'accorsi che avevano fino allora fatto un grande sforzo e molto sofferto per reprimere la loro commozione. Stavano taciturne: ma i loro sguardi scambievoli dicevano più assai delle parole, e la madre capì che v'era bisogno di far coraggio alla figliuola, perchè questa non lasciasse sgorgare dagli occhi le lacrime del pianto interiore, e le fece questo coraggio stringendole la mano e sorridendo, come chi si rallegra con taluno che sia scampato di fresco da qualche pericolo.
Il giovine che era in nostra compagnia ci lasciò quando fummo giunti a Empoli. Esso aveva barattato con noi poche parole sul fatto della trabaltatura, sfogandosi a dir male del vetturino e raccontando altre simili avventure.
Poichè ci trovammo in tre, e l'oscurità della notte non ci permetteva di scorgere le fertili campagne, le colline coperte di boscaglie, l'Arno chiuso nelle strette della Gonfolina, i villaggi e le castella che fanno popolose le sue sponde, la signora attaccò discorso con me, e senza mostrare curiosità indiscreta dell'esser mio mi diede animo di palesarle lo scopo del mio viaggio. Allora dovè conoscere anch'ella quella certa somiglianza che passava tra i nostri casi, e mi dimostrò molta benevolenza, e si compiacque a sentirmi noverare le virtù di mia madre. Io mi figuravo di descrivere intanto le sue, e ne ebbi certezza piena dal volto della fanciulla. Bisogna proprio dire che quando un figliuolo parla con amore e con riconoscenza di colei che gli ha dato la vita e l'educazione, e' diviene eloquente. Le donne rimasero infatti molto commosse dalle mie parole, e noi ci ritrovammo senza accorgercene alla porta di Firenze.
Costì v'era un vecchio che pareva aspettasse da lungo tempo. Venne alla carrozza, e mentre i gabellieri frugavano il mio fagottino e la valigia delle donne, il vecchio fece loro tante affettuose feste ch'io non so dire; ed esse con tenerissima gratitudine le contraccambiavano. Io non udii il colloquio animato che ebbero tra loro, e dopo del quale il vecchio entrò tutto consolato in carrozza. Ma seppi dipoi che egli era stato fin da ragazzo a servizio del conte; che per le disgrazie della famiglia cagionate dai vizi di quel marito libertino, il buon vecchio aveva perduto il pane; e avrebbe dovuto mettersi a chiedere l'elemosina, se non avesse avuto un nipote amoroso che lo ricoverò subito, e prese ad assisterlo. Allora lo zio potè industriarsi col mestiero del sarto, che aveva imparato ed esercitato per sè e pei padroni nelle ore di riposo del suo servizio, e gli riuscì di metter su casa e bottega. Egli aveva saputo ora della gita della contessa a Firenze, era venuto a incontrarla alla porta, e l'aveva aspettata fino a tardi per pregarla ad accettare ospitalità nella sua casetta, dove già erale preparata una buona e pulita stanza.
Ripensando io a ciò che mi era intravvenuto di sapere e vedere in quel mio viaggetto, ne trassi questa semplice riflessione: che cioè il male è mescolato col bene; che bisogna saper sostenere quello e approfittarsi di questo e andar sempre innanzi col coraggio della speranza. Non mi spaventarono dunque i sinistri prognostici del ciarlone di Pontedera, e mi proposi di aver fiducia nel procuratore al quale il signor Damiano mi aveva raccomandato. Perchè poi non mi accadesse d'esser punito, come a Pisa, della smania di veder subito la famosa cattedrale di Firenze, almeno di fuori e al lume di luna, mi feci accompagnare dal vetturino a una locanda, ma non di quelle ove concorrono i viaggiatori facoltosi. E appena fui solo nella mia camera, volli, innanzi d'andare a letto, scrivere di me a mia madre; a questo mi consigliava l'amor filiale che aveva bisogno di sfogo da tanto tempo, e anche il proverbio: Chi ha tempo non aspetti tempo; del quale, miei cari nipoti, vi raccomando aver sempre memoria. La lettera fu lunga; e soltanto dopo averla scritta, potei fare una bella dormita.