Pag. 243.
Il mio primo e solo pensiero fu allora quello di andarmene prestamente da Pisa; e incontrando qualche vettura che mi pareva indirizzata per la via di Firenze, mi posi a guardare se fossevi posto per me a cassetta. Tra i vetturini riconobbi quello che mi aveva promesso di condurmi via da Livorno: mi feci vedere, ed egli stesso mostrò di ricordarsi di me, e m'interrogò se avessi voluto andare a Firenze. Ora che vi vedo colle briglie in mano, risposi, posso credere che partiate subito. Salii a cassetta, fissai il prezzo, e i cavalli si mossero.
Fin allora il tempo era stato buono; ma presto incominciò a rannuvolarsi e poi a piovere, e l'acqua mi bagnava dal capo ai piedi, nè io potevo scorgere la campagna perchè era tutta ricoperta dalla nebbia. Intanto fra i compagni di viaggio che erano in carrozza nacque un contrasto curioso. Un giovine incominciò a lagnarsi col vetturino che i cavalli andavano troppo adagio; disse che aveva furia, e promise al vetturino grossa mancia se si fosse affrettato. Ma v'era un grassone il quale al contrario si raccomandava perchè i cavalli camminassero lentamente; diceva d'aver contrattato il posto a quel patto; essere necessaria molta cautela con bestie irragionevoli e in carrozza sconquassata; e senza voler confessare d'aver molta paura, ne mostrava tanta da fargli vergogna. I posti di dietro erano occupati da due donne, l'una giovine e l'altra attempata: la somiglianza ed altri indizj davano a conoscere che fossero madre e figliuola. In quella contesa stavano silenziose, imparziali, impassibili: anzi la figliuola s'addormentò, e mi parve che sua madre l'avesse caro, perchè il vetturino bestemmiava, infastidito dalla pioggia e dalle querele dei due contendenti che ogni poco si sentivano gridare dal fondo della carrozza: «Presto! poltrone! Non ti darò nulla di buona mano se tu mi servi così male! Già se tu fossi qualche cosa di buono tu non faresti il vetturino!....» ovvero: «Adagio! Discrezione! Le mie povere spalle! ci romperemo il collo! Come sto male in questo luogo! Ogni scossa mi fa patire; or ora do di stomaco! Vuoi tu obbedirmi? Pago anch'io! Che razza di gente! senza carità del prossimo!...» E veramente quel piato continuo era noiosissimo, mentre poi il vetturino mandava i cavalli del solito passo senza dar retta nè all'uno nè all'altro. Sicchè io m'immaginavo che tal molestia dovesse durare sino a Firenze; ma quella signora, fosse accortezza o caso, trovò il verso di far chetare almeno il grassone, dicendogli con molta gentilezza: «Se a lei fa male stare in quel posto, io le posso cedere il mio;» e accompagnò l'offerta con l'atto di alzarsi. Ed egli accettò subito, si sdraiò nel posto di dietro accanto alla fanciulla e non aperse più bocca. Pareva che tutte le sue querele fossero state rivolte a ottener quel favore senza chiederlo.
La pioggia continuava. Quella signora che nell'alzarsi m'avea visto a cassetta, abbassò un poco il cristallo per offerirmi il suo ombrello, dicendo che se m'avesse veduto prima avrebbe chiesto agli altri il permesso di farmi entrare in carrozza. Io la ringraziai, perchè la pioggia non era poi tanta da cagionarmi molto incomodo, e pareva che fosse per cessare. Infatti un po' di sole si scorgeva di mezzo alle nuvole diradate, e presto comparve l'iride; e io tutto intento a guardare la campagna, non pensai più nè al fradicio che avevo addosso nè ai viaggiatori. Pareva che la pioggia avesse fatto rinverdire la terra, e le goccie tremolanti sui cespugli delle siepi si dipingevano al sole di vari colori fulgidissimi. I contadini tornavano sui campi al lavoro, gli animali a pascolare o a sollazzarsi; e la brezza fresca ispirava lieta vivacità nell'animo e invigoriva le membra.
Giungemmo a Ponte d'Era sull'ora di desinare. I miei compagni di viaggio entrarono in un albergo; io saziai l'appetito con poca spesa secondo il solito, e passeggiando lungo una stradella ombrata e solitaria. Nello scendere di carrozza, tanto io che le signore che stavano dentro fummo salutati da un tale che io non conoscevo. Costui mi ricomparve innanzi nella stradella, mi fece di berretta, e mi domandò: «Come sta di salute la signora contessa?»
— «La signora contessa? Non capisco.» — «O lei signoria non è il figliuolo di quella signora che ho salutato dianzi?» — «No.» — «Oh scusi. E non sa chi la sia?» — «Nemmeno.» — «A dire! poveretta! Quella signora, lo vede, è una contessa, niente meno. Il suo marito e lei erano ricchi sfondati, e avevano giù di qui due fattorie, fior di poderi. Il conte, giovane vanesio, senza giudizio, sciupò tutto il suo patrimonio, la dote della moglie, si ridusse al verde, e poi se l'è battuta fallito marcio, e non si sa dove sia. Ora, povera signora, l'ha appena da campare; prima l'andava in una bella carrozza, ora in vettura; prima un visibilio di servitori, cameriere, gioie, feste.... e ora servirsi da sè! Che rovesci in questo mondo! E io.... anch'io son rimasto canzonato da quella birba del suo marito. Ho un credito di qualche cento di lire.... Ma sì! bisogna farli persi. Sono andato in tribunale, ho speso.... Tutti gettati. Guai a chi ha che fare coi procuratori e coi tribunali!»
Se io non avessi mostrato premura di tornare alla locanda per non rimanere a piedi, il facile parlatore mi avrebbe narrato tutti i fatti suoi e degli altri. Ci volle proprio il chioccare della frusta del vetturino perchè io mi potessi togliere da quell'incontro.
Giunsi alla vettura mentre i miei compagni di viaggio rimontavano dentro: il grassone fu il primo e prese subito, senza far complimenti, il posto che gli era stato ceduto dalla contessa. La fanciulla peraltro pregò la madre a starsene di dietro invece sua; e così continuammo il viaggio. A me parve ora che la cortesia usata dalla contessa a colui fosse anche più meritoria, considerando che era stata avvezza a tutti i suoi comodi. La disgrazia intravvenutale mi commoveva molto, e forse maggior mestizia venivami dal pensare a quella giovinetta nata nelle agiatezze, e così presto caduta senza sua colpa nella miseria. Le nostre vicende si rassomigliavano molto, e ciò valeva ad accrescere la mia simpatia per la madre e per la figliuola. Anzi mi figurai che la disgrazia dovesse essere stata per loro assai più dolorosa che per mia madre e per me. La cagione era ben diversa. Mio padre non aveva commesso azioni che lo disonorassero, mentre il conte aveva rovinato se stesso e la famiglia per effetto di mali portamenti. La colpa era tutta sua, è vero, ma gli uomini sogliono disgraziatamente confondere spesso l'innocente col reo, e forse la contessa e la sua figliuola potevano ritrovarsi a sopportare umiliazioni non meritate.
Tra questi pensieri suscitati dal racconto dell'incognito mi tornò alla memoria anche ciò che egli aveva detto dei procuratori e dei tribunali, e del guaio d'aver che fare con essi. Io che sapevo d'esser raccomandato a un procuratore pel caso che fosse necessario invocare l'aiuto della legge per far riconoscere i diritti di mia madre, quei diritti che erano ormai la nostra principale speranza, rimasi molto sconfortato. Ma infine dovei rassegnarmi con la solita canzone: — Vedremo; sarà quel che sarà. — intanto due dei compagni di viaggio parevano addormentati: il grassone, cioè, di sicuro, perchè russava da sentirlo in distanza di molti passi; il giovine poi mi dava a credere d'aver imitato quello, perchè non si udiva più sgridare il vetturino della troppa lentezza. E questi, a dir vero, lasciava andare i cavalli a bell'agio, tantochè anch'egli fu preso dal sonno; ed io ero per isvegliarlo, quando mi trovai precipitato nel fondo di un fosso, col vetturino sopra la mia persona, e sopra di noi la carrozza trabaltata e la testa del grasso penzoloni dallo sportello, e strepitante in sì disperato modo che pareva fosse in mezzo al fuoco; ei ricopriva con le sue urla i gridi delle signore, le bestemmie del vetturino e quelle del giovine.