Il signor Damiano m'aveva dato una lettera per un banchiere di sua conoscenza, affinchè questi mi agevolasse il modo di proseguire il viaggio da Livorno a Firenze. Io andai subito, col fardelletto dei miei panni sotto braccio, in cerca di questo banchiere; e strada facendo vidi la Darsena e il Cantiere ov'erano gran numero di navi d'ogni misura e di varie forme che venivano racconciate o costruite. Lo strepito dei lavori, l'andirivieni dei marinari, dei lavoranti, dei negozianti, l'attività che si vedeva in ogni angolo, era per me spettacolo nuovo e incantevole. Se non avessi avuto il pensiero d'affrettarmi per le faccende di mia madre, sarei stato lì tutta la giornata. Comperai una libbra di pane ed alcune frutta, e mi vi trattenni, girellando, il tempo soltanto che occorreva a fare la mia colazione. Ma il diletto di quella vista rimase presto angustiato da un incontro che mi fece orrore. Due uomini vestiti di panno grossolano, e senza calze e con in capo un berretto dello stesso colore del vestito, venivano innanzi legati ambedue a una stessa catena di ferro che, pesante e grossa e attaccata con un anello al piede destro dell'uno e al sinistro dell'altro, cigolava strascicando sopra il terreno. Un aguzzino armato di carabina li guidava. Dimandai a chi mi era vicino: «Che è questo, e perchè?» E quegli maravigliato della mia ignoranza: «Son galeotti, mi rispose; hanno fatto del male al prossimo e sono condannati, quale per pochi, quale per molti anni o per tutto il rimanente della vita, a portarsi dietro quella catena e a lavorare ai lavori pubblici sotto la vigilanza d'un aguzzino. Quella là (e m'additava la rocca della Fortezza Vecchia) è la loro carcere, giù in fondo nei sotterranei del torrione.» Con grande repugnanza guardai in viso a quegli sciagurati; il più vicino a me era vecchio; girava attorno lo sguardo così francamente come se fosse stato libero al pari di noi, come se la memoria del suo delitto, come se la infamia pubblica alla quale era esposto, più non lo toccassero da gran tempo. L'altro era più giovine, più estenuato, più pallido, e andava a fronte bassa, con gli sguardi aggrottati. Mi fece ribrezzo la inverecondia del primo; restai commosso dalla vergogna feroce del secondo. Pensai che questi poteva avere ancor vivi i genitori, poteva aver qualche fratello, qualche sorella, fors'anco era marito! Sciagura, afflizione ineffabile per la sua famiglia! Stavano lì attorno parecchi ragazzi.... Questo esempio terribile sempre sottocchio, io pensava, li terrà a dovere; sapranno che dalle colpe leggiere uno si può grado a grado ridurre a commettere i delitti più gravi.... Ma intanto alcuni di quei garzoncelli giocavano e si accapigliavano, trattandosi di ogni vituperio e bestemmiando, e ne vidi perfino uno che colse il destro di rubare una frutta al rivendugliolo dal quale io avevo comperato la mia colazione. Dunque ho sbagliato, pensai, a credere che l'esempio di un gastigo tremendo.... Ah! forse l'abitudine gli toglie ogni efficacia; questo spettacolo miserando rattrista i buoni cittadini, ma diviene indifferente per quelli che sono volti a mal fare, ed anzi inferocisce i loro costumi quasi selvaggi. Io credo poi che assai più dell'esempio del gastigo sia profittevole la buona educazione; che anzi, ove questa manchi, quello sia piuttosto dannoso, o per lo meno inutile.
Io mi allontanavo tutto sconfortato da quel luogo, allorchè mi abbattei a vedere allo scalo due barcaruoli che si contendevano a chi dovesse condurre un passeggiere. Il più giovine diceva all'altro: «Io son venuto prima di voi, e sono stato chiamato: dunque uscite di qui e non mi levate il guadagno. Non è vero, signore, volgendosi al passeggiere, non ha chiamato me?» — «Non posso negarlo,» rispose quegli. Allora l'altro barcaruolo che era vecchio, abbassò il capo con segno di mestizia, e si mosse in silenzio per allontanarsi. «Ma no, riprese il giovine staccandosi dalla riva con una vigorosa remata, buscatela voi questa mancia; voi siete vecchio e avete famiglia, e oggi c'è scarsità di passeggieri. Io son solo e giovine; posso aspettare.» E se ne andò via lesto canterellando a guisa di spensierato, e allegro, secondo me, per aver fatto una buona azione. Anche il vecchio mi parve intenerito, e lo ringraziò come potè da lontano, mentre l'avventore scendeva nella sua barca. Questo fatto valse a dissipare in parte la mestizia che dalla vista dei galeotti m'era venuta addosso.
Il banchiere che io cercavo non era in Livorno. Alla risposta secca secca che mi fu data: «È partito,» io non seppi fare altro che andarmene alquanto confuso. Avrei potuto chiedere d'alcuno della sua famiglia, del suo ministro di banco; mostrare la lettera aperta che m'era stata data per lui.... Ma insomma io feci lo stolido, perchè non avevo antiveduto il caso di non trovarlo; e fors'anco per la sorpresa che a me, non avvezzo a vedere mercanti, banchieri e molta gente affaccendata, recarono le varie persone che andavano e venivano da quel banco, e la gran quantità di monete che erano schierate sopra un tavolone nella stanza del banchiere. Certo che in quel luogo nessuno mi aspettava, nessuno poteva badare a me, non sapendo chi io mi fossi, nè da chi raccomandato, nè perchè in cerca del banchiere. Toccava a me a chiedere che altri invece sua potesse leggere la commendatizia del signor Damiano, e darmi quelle istruzioni di cui avevo bisogno per continuare il viaggio.
Io sapevo soltanto che avrei fatto bene a sollecitarmi e a spender poco. Trovai in piazza alcuni vetturini che offrivano posti in carrozza per Pisa, per Firenze e per altri luoghi, annunziando d'esser pronti a partire. Io per approfittarmi della occasione, fissai subito con uno di essi per salire a cassetta e spendere il meno che fosse possibile. Ma, aspetta, aspetta, il vetturino, con una scusa o con l'altra, mi teneva a bada. Non era vero che la sua carrozza fosse già piena: ed egli indugiava per trovare altri passeggieri. Allora io mi tenni sciolto dall'impegno, mi feci insegnare la porta di dove bisognava muovere per Firenze, e mi proposi di camminare a piedi finchè non mi fossi stancato.
Alla porta i gabellini[31] mi fermarono per fiutare i poveri panni del mio fardelletto, e mi fecero molte interrogazioni, e d'onde venivo, e dove andavo, e a che fare.... Alle quali risposi francamente, perchè io non ero nè uno sfaccendato nè un profugo, non senza peraltro maravigliarmi che coloro volessero o dovessero sapere a puntino i fatti miei.
Allora mi diedi a battere di passo lesto la strada maestra, dilettandomi assai di guardare la pianura, le case, i monti lontani, i campi coltivati, che quanto più io m'allontanavo da Livorno, tanto più floridi e ameni mi comparivano. E più mi rallegrò la vendemmia. M'accompagnai con un contadino che recava le bigoncie cariche d'uva; due o tre fanciulli lo seguivano facendo il chiasso. Il buon uomo vedendomi piuttosto accaldato dal camminare e molestato dalla polvere, mi offerse alcuni grappoli d'uva. Io accettai volentieri il donativo, e fu proprio opportuno. Così festeggiavo anch'io la vendemmia, e mi crescevano le forze per arrivare prima della notte a Pisa.
Strada facendo vedemmo venire contro a noi di galoppo un cavallo focoso attaccato al calesse e guidato da un giovine, come suol dirsi, sgargiante. Il contadino tirò da parte il carro, e chiamò a sè i fanciulli; anch'io corsi a prendere per la mano il più piccino; eravamo già tutti riparati; ma il giovine non badando a noi, e seguitando a correre a rompicollo, ci strinse addosso il calesse con tanta furia che a mala pena io mi potei salvare saltando nel fosso insieme col fanciullino. Allora suo padre, dopo avermi ringraziato con molto affetto, d'essermi preso cura del suo figliuolo, lanciò veementi querele contro quel giovine, e mi narrò che era un cattivo soggetto, che aveva dato noja e fatto del male a molti, che per la smania di spassarsi coi cavalli e di spendere alle feste e alle osterie co' suoi compagnacci, s'era ridotto povero, e lasciava languire nella miseria sua madre vecchia, vedova e malata; tutti in quei contorni avevano da lagnarsi di lui; e il contadino finì con dirmi: «Quello sciagurato anderà prima o poi nelle mani della giustizia, e la sua povera madre ad accattare.» Poi si accomiatò voltando il carro nella viottola della sua casa.
Contuttochè io fossi addolorato dal pensiero di quella madre infelice, non potei liberarmi da un sentimento d'amor proprio ponendomi a confronto col giovine dissipatore. Che differenza passa tra me e lui! io diceva. Egli per godere, impoverisce la madre e l'abbandona; io per ispender meno vo a piedi, mi contento di mangiar pane e di bevere acqua, e via discorrendo. Manco male che invece d'inorgoglirmi di quello che in sostanza altro non era che un adempimento del mio dovere, mi trovai anzi vie più animato a far di tutto per riuscire utile a mia madre e per mostrarle il grande amore che nutrivo per lei
Entrai in Pisa sul far della notte. Questa città, quasi disabitata, mi cagionò da prima una certa malinconia, in specie ripensando a Livorno che nella sua Darsena e nella Via Grande[32], è così gremito di gente. Ma, quant'è bello, veramente maestoso il Lungarno pisano! Più volte avevo udito celebrare la Cattedrale, il Campanile pendente, il Camposanto: e benchè fossi stanco e quasi affamato, mi feci insegnare la via che conduce a quei monumenti, e strada facendo mangiai un pezzo di pane comprato dal primo fornaio che vidi, e bevvi a una fonte. Essendo già sera, la Cattedrale, il Camposanto e il Battistero erano chiusi. Mi contentai di contemplarne l'esterno, girandovi attorno più d'una volta: ed essendomi aggrappato ai cancelli di ferro del Camposanto, potei abbastanza vederlo anco dentro, perchè la luna illuminava il bellissimo porticato. La solitudine e il silenzio di quella vasta piazza appartata dal rimanente della città, la grandezza maestosa degli edifizi, ed erano i primi che io vedessi, m'esaltarono tanto che non trovavo il verso d'allontanarmene. Anzi mi posi a sedere sulla soglia della porta di mezzo del Duomo; e allorchè, dopo aver guardato a bell'agio il Battistero che mi rimaneva di faccia, volli alzarmi per andar via, le congiunture indebolite e indolenzite dalla stanchezza non volevano più obbedire. Allora mi adagiai: appoggiai il capo sul mio fardelletto, e il sonno mi prese con tanta forza che quella volta mi fu impossibile di resistere. Io avevo già fatto una buona dormita quando una voce roca e una percossa di bastone mi svegliarono all'improvviso. Aprendo gli occhi rimasi abbagliato dalla luce di una lanterna, senza poter vedere chi fosse colui che me la cacciava sotto il naso. Sulle prime credei di sognare; poi un po' di paura, il freddo della notte che m'aveva intirizzite le membra, il dolore della bastonata, la roca voce che tornava a domandare: «Chi siete voi? Che cosa fate qui?» e una mano robusta che mi ghermì il braccio furono bastanti a persuadermi che io dovevo essere sveglio. Alle ripetute interrogazioni risposi: «Fate prima sapere a me chi vi ha dato autorità di svegliarmi col bastone, di chiedermi il nome, di sapere i fatti miei, di tenermi così stretto....» — «Meno discorsi! io sono la pulizia in persona.» — «Me ne rallegro tanto, ma i vostri modi, e questa lanterna affumicata, mi danno poca aria di pulizia.» — «Qui non si scherza. Avanti! (e vidi comparire altri due uomini che come il primo avevano il bastone e le sciabole alla cintura) bisognerà condurre in arresto questo mariuolo!» I due uomini mi presero per le braccia con maggior furia dell'altro; io credevo che volessero troncarmele. Intanto il loro caporale s'impadronì del mio fardello. «Adagio! esclamai allora con risolutezza. Io sono un ragazzo onesto; quella è roba mia; dormivo qui per non spendere alla locanda, e perchè questa bella piazza mi piace più d'una camera. Vi darò altri schiarimenti se siete proprio la polizia; ma in nome di una signora così rispettabile, lasciatemi libero. Come potete voi pretendere che uno dica le sue ragioni con le braccia legate?» — «Queste son ciarle; voi non m'infinocchiate. Avanti, avanti; dal Commissario: lì il gastigamatti ti farà rispondere a tono, monello! Eh! tu vorresti fare il dottore: ma noi....» E per farla breve breve, costoro mi condussero in una stanzuccia terrena, puzzolente, dov'erano alcuni altri dei loro compagni, parte addormentati, parte a giuocare fumando e bevendo. Io rimasi più stordito che impaurito, immobile e silenzioso; senza curarmi dei sospetti ingiuriosi che essi facevano sul conto mio, e solo tenendo continuamente d'occhio il fagottino dei miei poveri panni. Venne la mattina, e coloro mi condussero, come dicevano, al Commissariato, tenendomi, al solito, per le braccia, passando in mezzo alla gente che mi guardava maravigliata e con ribrezzo, come se fossi stato un malfattore. Io peraltro camminavo franco e a testa alta, perchè certo non mi pareva delitto l'essermi addormentato di notte sopra la soglia del Duomo. Eppure mi toccò a sentirmi dire dietro le spalle: — Vedete quella birba con che sfacciataggine se ne va in mezzo ai birri! — Cospetto! pareva dunque che il mio delitto consistesse nel trovarmi in mezzo ai birri! che la loro compagnia soltanto mi facesse colpevole! Ma avrei potuto rispondere a chi mi giudicava con tanto rigore, che io non l'avevo davvero nè desiderata nè accettata volentieri quella spiacevole compagnia! Dopo lungo aspettare nell'anticamera del Commissario, i birri furono introdotti meco al suo cospetto e gli narrarono come e dove e quando mi avessero trovato, e che io non aveva voluto render loro ragione dell'esser mio. Il Commissario era vecchio, burbero, vestito di nero, e se ne stava seduto sopra una poltroncina ricoperta di pelle, davanti a un tavolone pieno di scartafacci, con la corda di un campanello tra le mani. Credo che al mio arrivo si mettesse anco maggiormente in sul serio; e: «Così presto, esclamò, voi vi trovate sulla strada della galera?» Questo brutto saluto mi spiegò in parte il mistero, e dubitai subito che coloro m'avessero preso per un ladroncello. Allora vidi che bisognava usare molta prudenza, perchè l'equivoco non avesse a farmi perdere il tempo a danno di mia madre. Chiesi con buon garbo, ma francamente, perchè la coscienza m'assicurava, che i birri posassero sul tavolone i miei panni, e mi lasciassero solo col signor Commissario, essendo io pronto a dire i fatti miei, ma all'autorità superiore, non ai subalterni. Prima il Commissario mi guardò sorpreso, interrompendo la faccenda col soffiarsi il naso; poi diede un colpo sul tavolino facendo traballare la scatola del tabacco che era lì semiaperta; e poi ordinò ai birri d'allontanarsi. «O sentiamo, aggiunse quando fummo restati soli, sentiamo che cosa hai da dirmi con tanta franchezza.» E quasi che egli temesse qualche insolenza, pose in tirare la corda del campanello, a guisa della sentinella che imposta il fucile contro chi fa mostra di accostarsi per aggredirla. Io allora mi posi a spiegargli pacatamente l'esser mio, il perchè del viaggio e dell'essermi addormentato di notte sulla soglia del Duomo, e gli mostrai le lettere che avevo, e gli apersi il fardello dei panni dov'erano un giubbino usato che stava bene al mio dosso, e le camicie segnate della mia cifra, tutti riscontri che confermavano a puntino la verità delle mie parole. Avrete visto l'acqua allorchè bolle nella pentola: se il soffietto non mantiene acceso il fuoco movendo l'aria, i tizzoni si cuoprono di cenere e si spengono, il bollore a poco a poco cessa, l'acqua si ferma, si raffredda.... Così il Commissario: dopo il primo impeto che era dipeso dal credermi qualche mariuolo matricolato, incominciò a calmarsi gradatamente alle mie parole, rallentò la corda del campanello, raccolse, senza guardarmi sospettoso, il tabacco versato, servendosi di uno zampetto d'agnello; e baloccandosi ora con lo zampetto ora con la penna, alla fine mi disse che potevo andarmene, ma che non mi esponessi più a farmi arrestare dai birri scegliendo per letto la soglia di una chiesa. Io peraltro gli domandavo perchè coloro mi avessero subito creduto colpevole. Egli non volle rispondermi altro che avevo fatto male a lasciarmi sorprendere dal sonno in quel luogo; e ordinò che mi lasciassero andare, dicendo che non aveva tempo da perdere coi ragazzi.