Il capitano si mostrò dolente di questa inaspettata variazione del tempo, e parlando col timoniere gli disse: «Io non vorrei che una calma noiosa ci avesse a far perdere la nottata. Almeno fossimo più vicini al canale (di Piombino)! lì un po' di vento si troverebbe, e tra questo e la corrente in favore potremmo andare innanzi alla meglio. Io vedo che bisognerà aiutarci co' remi.» La Pia era una nave poco più grossa di una paranzella, quasi nuova, costruita bene, eccellente veliera, e al bisogno vi si potevano adattare i remi affinchè non fosse sempre necessario rimorchiarla con la lancia quando il vento mancava. Difatti il capitano ordinò che fossero ammainate le vele, e che i marinari facessero di tutto a forza di remi per entrare presto nel canale. Ma prima lasciò che quella buona gente cenasse, e cavò dal suo bugigattolo un paio di bottiglie di vino generoso per preparare le loro forze a una lunga remata. Quando essi, dopo aver cenato, incominciarono a vogare, il capitano chiamò a mensa anche me, e lì sopra coperta ci levammo l'appetito. Io ne avevo molto, e mi piacque assai quel pasto marinaresco. Quando venne la notte preferii di starmene sopra coperta, poichè appunto m'era proposto di non addormentarmi finchè fossi stato a bordo; tanta era la smania di vedere il mare e tutte le manovre dei marinari. Il capitano non si oppose al mio desiderio; ma perchè non fossi preso dal freddo, mi diede uno dei suoi cappotti, e poi andò a riposarsi.
Trovandomi così rinfagottato mi divenne più difficile resistere al sonno; ma ormai, dopo la nottata che avevo fatto per mia madre in casa del signor Damiano, m'ero avvezzato a domarlo, e v'assicuro io che questa abitudine può riuscire molto vantaggiosa.
Quei poveri marinari vogavano e vogavano; ma la calma era così profonda che la Pia, ad onta della sua riputazione, pareva la più infingarda tra tutte le navi che costeggiavano allora il Mediterraneo. Dopo tre ore di tanta fatica la nostra ciurma era spossata, e il capitano che non aveva potuto chiuder occhio per la stizza di così ostinata mancanza di vento, concesse ai remiganti un po' di riposo, e mandò a dormire anche il piloto prendendo sopra di sè il governo del timone. Allora mi posi a colloquio con lui, e ritrovandolo cortese come m'era sembrato sopra terra, gli feci mille domande sull'arte di navigare, per la quale mi pareva d'avere grandissima vocazione. Egli mi rispose con compiacenza, e da quanto mi ricordo, conosco ora ch'ei doveva possedere molta perizia della nautica. Discorso facendo mi parve di scorgere in lontananza, di mezzo alla nebbia, un oggetto che dirigevasi verso di noi; e siccome la curiosità mi distraeva dal colloquio, anche il capitano si volse e mi domandò che cosa io guardassi con tanta attenzione. Io gli accennai con la mano, ed egli: «Non vedo nulla. Avete voi buona vista?» — «Buonissima, risposi; e con quanti ne ho fatto paragone non ho trovato finora chi l'avesse migliore della mia.» — «Me ne rallegro; buon requisito per un nocchiero. Anch'io l'ebbi eccellente; ma una fiera flussione, l'affaticarla molto, me l'hanno indebolita.» In ciò dire ei guardava con un canocchiale che si trasse di tasca, e poco dopo s'alzò subitamente, chiamò il timoniere al suo posto, svegliò i marinari, diede subito ordine che corressero ai remi. «E vogate a distesa; bisogna entrar nel canale più presto che sia possibile; è vicino; avanti, figliuoli; io credo che ci siano gli Algerini alle spalle, avete capito? Lestezza e silenzio. Viva la Pia!» Avevano già obbedito prontamente; ma alle ultime parole io li vidi accendersi subito d'un ardore incredibile. I remi si movevano rapidissimi, e dopo poche vogate la Pia fendeva le onde come se avesse avuto il vento in poppa. Io a un cenno del capitano mi tirai in disparte. Egli disse allora non so che cosa al timoniere, andò presso i rematori, visitò tutte le corde, le gomene, ogni parte della nave; tanto egli che il timoniere avevano gli occhi continuamente rivolti a quell'oggetto che io avevo scoperto, e m'accorsi che ambedue esaminarono quasi di soppiatto le pistole che avevano ai fianchi sotto il gabbano. Io, potete figurarvi se avevo grande ansietà di sapere che cosa tutto questo significasse; e mi pareva anche d'averne un certo diritto, subitochè se non fossi stato io.... Ma il capitano troncandomi la domanda, mi prese dolcemente pel braccio, e mi condusse sotto coperta, dicendomi:
«Dovete aver sonno, dormite senza alcun timore. La vostra vista penetrante ci ha forse recato un gran servigio. Potrebbe darsi che alcuni corsari ci dassero la caccia; ma se sapessero che questa nave è la Pia, e che gli abbiamo già scoperti, si risparmierebbero la fatica. Volevano approfittarsi della calma e della nebbia per tentare una preda; ma, con altre poche vogate, questa medesima nebbia farà perdere a costoro la nostra traccia.» Mentre egli così parlava era occupato a mettere, in punto alcune carabine ed altre armi che stavano riposte sotto chiave nel suo bugigattolo; sicchè io riflettendo che, sebbene mi dicesse non esservi nulla da temere, nondimeno si apparecchiava alle difese, mi feci animo a dirgli; «E se vi fosse qualche pericolo, credete voi che io sia tanto fanciullo da sgomentarmi? Date una carabina, se c'è d'avanzo, anche a me; io so maneggiarla; mio padre, buon'anima, m'insegnò l'esercizio militare. Se vi fosse bisogno d'un aiuto al remo, eccomi qui; dianzi, col permesso del timoniere, perchè io credevo che voi dormiste, ho aiutato a remare il più vecchio dei vostri marinari, e ora so come va fatto.» — «Va bene, soggiunse sorridendo il capitano, se vi sarà bisogno di voi, io vi prometto di chiamarvi.» A queste parole mi parve d'esser diventato più alto quattro dita e robusto come un leone. Ma intanto, io diceva tra me, si tratta di fuggire. Convengo che non è vergogna fuggire quando sappiamo d'avere alle spalle dei masnadieri; ma le nostre forze sono o non sono superiori alle loro? Se potessimo catturarli noi, e liberarne il mare che infestano con le loro scorrerie, non sarebbe una gloria di più per la Pia, che va tanto fastosa del suo soprannome di snella? non sarebbe un bel servigio per gli altri naviganti? Ed eccomi al solito a fare castelli in aria di avventure, di prodezze; e tanto m'infervoravo in quei sogni, che non mi accorsi della partenza del capitano.
Dopo molto fantasticare mi ricordai di mia madre, a riflettei che se mi fossi ritrovato a mal partito con quegli Algerini ch'io avevo tanta smania d'assalire e di catturare; se avessi dovuto, con tutto il coraggio di Don Chisciotte, andare schiavo in Barberia, senza speranza d'essere riscattato, perchè mia madre era povera, ella sarebbe stata più infelice che mai, e forse un nuovo dolore e così grande l'avrebbe fatta morire. Ma di nuovo la soverchia fidanza nelle mie forze mi seduceva; e quasi avrei accusato d'ingiustizia il capitano, perchè a me, che in sostanza per aver saputo stare sveglio avevo potuto scoprire il nemico, a me si dovesse fare l'oltraggio di costringermi a rimanere acquattato sotto coperta nel tempo del pericolo. Intanto io sentivo che la Pia vogava celermente, come se le forze dei marinari fossero raddoppiate; e non seppi resistere alla tentazione di far capolino sul ponte, e vidi che uno dei rematori più stanchi era al timone, e che il timoniere e il capitano avevano preso anch'essi il remo e vogavano alla disperata. Nell'alzarmi feci qualche rumore; e il capitano mi diresse subito la parola con voce sommessa ma autorevole, dicendo: «Ancora non c'è bisogno di voi; state al vostro posto, e non fate strepito.» Tornai corrucciato a rimpiattarmi; e un eroe spartano avrebbe mosso meno querele di quelle che io feci segretamente nel trovarmi così condannato alla vergognosa figura del poltrone. Ma nello stesso tempo m'accorsi di qualche movimento straordinario sopra coperta; poi udii alcuni spari di fucile a certa distanza, e subito in risposta a quelli una scarica gagliarda di carabine dal bordo della Pia. Successe breve e profondo silenzio, tanto che io potessi accertarmi d'aver avuto paura, e persuadermi col fatto della gran differenza che passa dall'immaginare pericoli e prodezze, al ritrovarsi davvero nel cimento. La curiosità allora non fu tanto forte da vincere il mio timore; e obbedii al capitano, senza mio merito, perchè i piedi non volevano camminare. Non indugiò un altro sparo dei pirati che erano in due barche sottili e snelle; nè i nostri marinari se ne stettero con le mani alla cintola. Subito dopo questa seconda scarica della Pia, io udii molti urli disperati e selvaggi che venivano dalla parte dei pirati, e dilungandosi per la quieta superficie delle acque ispiravano terrore; ma nella Pia al contrario furon grida di giubbilo. — Vittoria! Vittoria! Sono stati colpiti! Hanno dato volta! Siamo nel canale! Ecco il vento! — Tra queste voci proferite quasi tutte in un tempo si fece sentire il fischio del capitano; tutti tacquero, e si diedero a manovrare secondo i varii ordini; furono riaperte le vele, ripresi i remi perchè ancora il vento era debole, e l'ultima cosa che mi ferisse le orecchie fu un languido eco degli ululati lamentevoli degli Algerini che si allontanavano, come il cane che guaisce fuggendo dopo essere stato percosso. Quei masnadieri, è vero, tentavano di rapirci la libertà, di predare la nave, ed erano pronti a toglierci la vita per mandare ad effetto questo malvagio divisamento; ma la loro insidia fu scoperta in tempo; le loro forze erano inferiori a quelle dell'equipaggio della Pia; e quei gemiti lugubri, che certo indicavano che alcuno di essi era rimasto ferito, forse anco a morte, mi commossero, in specie pel contrapposto dei lieti gridi dei marinari. Vedete un poco per quanti sciagurati casi gli uomini, che pur dovrebbero essere tutti fratelli, si riducono a gioire del male dei loro simili! Io ero rimasto assorto in queste considerazioni. Alzai gli occhi, e vidi di faccia a me il capitano che mi guardava sorridendo: — «Avete avuto paura?» — «Paura? No; cioè, a dir vero, sì, ma contro mia voglia.» — Lo credo; e avreste avuto desiderio di essere spettatore; ma io non lo potevo permettere. Non è questa, ragazzo mio, la prima volta che ho avuto che fare con quella canaglia; e sebbene fossi sicuro che ce ne saremmo liberati facilmente, nondimeno mi premeva troppo che voi non vi esponeste al minimo rischio. Eh! costoro possono ringraziar voi....» — «Come? Non dovrebbero anzi lagnarsene, se sapessero che la mia vista casualmente gli ha fatti scoprire un po' prima?...» — «Se voi, che avete una madre.... è egli vero? se voi non foste stato a bordo, io non gli avrei fuggiti, no. A qualunque costo mi sarei misurato con loro, e avrei cercato di sodisfare un'antica vendetta!...» Ciò dicendo il capitane fremeva, aggrottando gli occhi scintillanti di fuoco e stringendo i pugni. Poi guardò il cielo, ed esclamò sospirando profondamente: «Povero figliuolo! povera madre!» E gli vidi spuntare alcune lacrime ch'egli s'asciugò con la mano dopo essersi percossa la fronte. Io rimasi sbigottito ed afflitto; e il capitano che aveva già calmato quella subita commozione, prese a dirmi così:
«Io ero semplice pilota di una nave mercantile, avevo moglie e un figliuolo, la nostra sola, la nostra diletta creatura. Quando fu giunto all'età di sette anni incominciai a condurlo meco per mare perchè si avvezzasse per tempo alla vita a cui forse era destinato. Bello, gagliardo, coraggioso, sarebbe riuscito un fiore di marinaro. Una volta fummo assaliti dai Barbareschi; erano molti, bene armati, e ci diedero la caccia nel colmo della notte mentre la burrasca infuriava. Noi facemmo buona resistenza, e ci liberammo da quel pericolo: ma la lotta fu lunga e atroce. Tre dei nostri perirono; l'orrore delle tenebre, i tuoni, i fulmini, l'impeto del vento tra gli spari delle carabine e delle spingarde, tra le urla degli assalitori e dei feriti, avrebbero messo lo sgomento nell'animo del più ardito nocchiero. Io non potevo abbandonare il mio posto; una palla di moschetto mi colpì nel braccio sinistro, e nondimeno rimasi fermo al timone, se no avremmo fatto naufragio. Il mio figliuolo era stato messo in luogo sicuro sotto coperta, e in tutto il tempo della mischia e della burrasca io non lo vidi, nè udii la sua voce, nè dubitai che gli fosse accaduta alcuna disgrazia. Poichè i pirati furono messi in fuga e la burrasca ebbe fatto posa, potei affidare ad altri il governo del timone, e prima di medicare la mia ferita, corsi in cerca di quella povera creatura. Non lo trovai nel luogo ove doveva essere; guardai altrove; ne dimandai; nessuno sapeva rispondermi; divenni furente.... Allora uno dei miei compagni quasi piangendo mi esortò a darmi pace; mi disse ch'io l'avrei cercato inutilmente.... Ah! io non so che cosa facessi allora; perdetti il lume degli occhi e l'uso della ragione, e mi diedi a brancolare, benchè due o tre mi rattenessero a forza, in cerca delle mie viscere.... Poi la perdita del sangue dalla ferita mi fece cadere in deliquio, e mi spossò talmente che dovei pur troppo calmarmi. Seppi allora il tristo caso: il fanciullino s'era mosso dal suo ricovero per venir forse da me; un marinaro che lo vide in pericolo d'esser colpito da una palla, mentre la nostra nave per la forza dei vento si piegava tutta verso quella dei Barbareschi, corse a prenderlo per un braccio; ma in quello stesso tempo egli restò ferito, e precipitò in mare traendosi seco il mio figliuolo! Fecero gli altri ogni prova per salvarli, ma fu inutile, e mi nascosero il fatto sinchè il mio dovere mi tenne presso il timone e alla bussola. Figuratevi con che cuore io tornassi a terra, con che cuore io mi accostassi a casa! Anzi non so come la vita mi bastasse a reggere a tanto dolore, come facessero i miei compagni a frenare la mia disperazione. Pur tornai, e la mia moglie mi vide solo, e impallidì. Mosse le labbra tremanti a interrogarmi; e prima che la mia risposta fosse intera, capì che io non sarei più potuto ritornare a lei insieme col nostro figliuolo. Allora la misera madre gettando un grido disperato chinò il capo sul petto; io la sostenni perchè non stramazzasse per terra; piansi, ma ella non rispose al mio pianto; mi provai a confortarla, ma il dolore le aveva impietrito le lacrime e le parole; aveva nel viso il color della morte, nelle membra il freddo della morte; ma il cuore batteva, batteva rapidissimo, e le sue braccia stavano avviticchiate al mio corpo con una forza incredibile.
«Parve che a poco a poco la fiera convulsione si calmasse, ma niuno udì più la sua voce, nè i suoi occhi più si chiusero al sonno, ed ella guardava me solo, e me solo seguiva sempre come l'ombra il corpo, e sembrava che fosse di continuo presa dal timore di perdere anche me. Quindi non fu mai possibile dissuaderla dal venir sempre meco per mare; e la misera se ne stava nella nave seduta, immobile dovunque io la ponessi, purchè mi vedesse; poco cibo e poca acqua bastavano a nutricarla; e niuna cura avea più nè delle sue vesti nè del suo corpo fuorchè in nettezza della quale era oltremodo scrupolosa; e solo ambiva d'essere coperta d'una gonnella bianca stretta alla cintola da un nastro nero, quasi volesse significare la innocenza del figliuolo e il lutto d'averlo perduto. La terza volta che io tornai a bordo con lei facemmo lo stesso viaggio che fu per noi tanto funesto. Ma nessuno le aveva detto nè dove nè come la nostra creatura fosse perita.... Or bene, quando fummo in quel medesimo luogo, io la vidi precipitarsi verso la sponda; poi si rattenne; io ero già accorso; le mie braccia le impedirono di cadere; ma la sua vita era spenta! Forse l'immenso amore materno l'aveva fatta indovina.... Chi sa?... È stato per me e sarà sempre un mistero che io lascerò spiegare alle madri.»
Ciò detto, il capitano mi voltò subito le spalle e andò via, probabilmente per nascondermi le lacrime che tornavano a spuntargli sotto le ciglia. Poco dopo io salii sopra coperta, e lo rividi tutto occupato secondo il solito a dare gli ordini ai marinari per le loro manovre. Il vento fresco ci aveva condotti rapidamente alle viste di Livorno. Il sole incominciava a spuntare di dietro i monti. Allora con la luce mattutina io potei scorgere le coste toscane da un lato, e dall'altro le isole infino alla lontana Corsica altiera dei suoi monti elevati e scoscesi. A poco a poco distinsi il fanale di Livorno, e poi gli alberi dei bastimenti che erano ancorati nella rada e nel porto, e le molte case della città che incominciava allora a crescere a quella floridezza a cui è giunta ai dì nostri. Io non avevo fino allora veduto che borghi e castella o città così anguste da meritare poco più che il nome di castella. Potete dunque immaginarvi quanto cotal vista mi dilettasse. Basti dire che quasi dimenticai la dolorosa istoria del capitano. E quanto più la nave s'accostava al porto, tanto più io rimaneva estatico ad ammirare gli oggetti crescenti sempre in grandezza e in numero. Incontrammo alcuni grossi navigli che a vele spiegate salpavano dal porto o vi giungevano insiem con noi. Com'era divenuta umile la Pia in confronto di quelli! E nondimeno le ondate che la nostra nave facevano scendere e salire come una penna portata dal vento, davano anche a quelli tanto moto che l'enorme peso e la mole enorme parevano cosa da nulla. E spingendo poi lo sguardo in giro all'immenso orizzonte, la grossezza di quei corpi scompariva, come se si paragonasse un grano di sabbia a una montagna. Che cosa sono le opere dell'uomo a petto alla immensità della natura? Tuttavia quest'uomo col suo ingegno ardisce sfidarne le forze. Alcuni dei navigli che noi incontrammo o andavano a traversare l'Oceano, o ne venivano, preparati a viaggi di più mesi e a resistere alle burrasche. E se allora taluno avesse detto a quei naviganti: voi siete prodi, ed è impresa non lieve attraversare l'Oceano in mezzo a tanti pericoli; ma tra pochi anni una settimana di tempo basterà pel tragitto che voi fate in un mese, e senza che siano necessarie le vele, ad onta delle burrasche e dei venti contrari; e tutto questo con l'aiuto del semplice vapore dell'acqua bollente!... costui sarebbe parso per lo meno un visionario. Or voi vedete, nipoti miei, come l'ingegno dell'uomo sappia valersi della forza del vapore per far più rapide le comunicazioni dei popoli, delle cose e delle idee! E chi sa quali altri mirabili trovati sorgeranno anche prima che voi siate vecchi! Che cosa potete ricavare da queste riflessioni? Pensateci un poco; io non farò che domandarvi se l'ozio, la ignoranza, la pigrizia, cose pessime e dannose sempre, non arrecheranno anco maggior vergogna e maggiore scapito in mezzo a tanto progredire della civiltà dei popoli!
La Pia era per entrare in porto; le vele furono ammainate, e l'àncora fu gettata tra la prima fila dei navigli, dove n'erano alcuni tre o quattro volte più grossi del nostro. Due ore dopo aver preso pratica nel porto, il capitano mi condusse a terra con la sua lancia, e andò pe' fatti suoi, abbracciandomi e dicendomi addio. In quel commiato, che anco per me fu doloroso, conobbi bene che il valente uomo s'intenerì pensando di non aver più un figliuolo da abbracciare al ritorno dai suoi viaggi.