Lo stagno è salso e poco profondo, e vi si fa abbondante pesca d'anguille e di muggini. Orbetello è anche fortezza; e le sue mura antichissime sono dei tempi dei popoli Etruschi, composte d'enormi pietre commesse senza cemento. Il clima è dei meno insalubri del territorio maremmano, e la sua temperatura è mite a segno che vi nascono e molto si propagano alcune piante crasse dei caldi paesi affricani, come l'agave e l'aloe; gradevole è vederle mescolate ai pini e far da siepe agli orticelli.

Una mattina, prima della mia partenza, il figliuolo del signor Damiano volle condurmi a visitare il Monte Argentario, di sulla cima del quale si scorge una magnifica veduta di mare con le isolette di Giannutri, del Giglio, di Montecristo, della Pianosa e l'isola dell'Elba ch'è la maggiore dell'Arcipelago toscano. Il monte è vestito di macchie; si trovano alle sue falde alcune grotte spaziose piene di bellissime stallattiti. Scendendo alla costa si trova tra il mezzodì e il levante l'antico porto denominato Port'Ercole, che è quasi affatto in abbandono da lungo tempo, perchè inservibile alle grosse navi a motivo dei suoi interramenti. Nel lato opposto rivolto a settentrione è Porto S. Stefano; e questo nella sua piccolezza giova a quel po' di commercio che gli abitanti fanno; è frequentato da molte barche, ed ha buoni marinari. Per me che venivo da Montalto, povero e squallido paese, e che non avevo veduto altri luoghi, questi dei quali vi parlo avevano già molte attrattive; ma non sono da mettersi in confronto con le terre più popolose e più coltivate, e con le coste marittime dove ha principal sede il commercio. Se ne eccettuate la selvatica bellezza, che più non si può ritrovare in vicinanza delle grandi città, nè laddove l'industria instancabile dell'uomo toglie il naturale aspetto a tutte le cose e in mille modi le trasforma, quei paesi sono malinconici, perchè fa compassione vedervi pochi abitanti, per lo più poveri e malati e sudici e pieni d'ignoranza e di pregiudizi; casucce in rovina; terre incolte; uomini indolenti come se fossero scoraggiti; è penuria insomma di tutto ciò che si trova in un popolo quando è prosperante e incivilito. Poche sono le famiglie, che, come quella del signor Damiano, mostrano agiatezza, educazione, operosità e qualche cultura d'intelletto. Da queste alle altre passa una differenza sproporzionata, come se fossero poche piante rigogliose sparse qua e là in un campo di triboli arsi dal sole o di cespugli marciti sul margine di putride pozze. Io non potevo fare allora le riflessioni di chi ha esperienza degli ordinamenti sociali; ma ben mi rammento che mi fece molta specie vedere, soprattutto in Orbetello e nei pochi villaggi circonvicini, i fanciulli e i ragazzi starsene tutto il giorno strasciconi per le strade, giuocare, abbaruffarsi; e poi sentir fare le maraviglie allorchè domandai se vi erano scuole. Ho veduto molti altri luoghi più remoti e in apparenza più sterili di quelli, ove per altro la popolazione è meno miserabile, meno oziosa, meno sofferente. E perchè? in grazia dell'amore al lavoro, dell'industria e dell'istruzione procacciata ai ragazzi e nella scuola e nelle officine. A queste cose non può provvedere il povero da se stesso, ma ci pensano i benestanti, quelli che amministrano il patrimonio del Comune, essendo tra i loro principali doveri quello di soccorrere la popolazione, affinchè possa educarsi, istruirsi, e prosperare con l'industria. Mi parve adunque che i benestanti e i magistrati della Comunità d'Orbetello abbandonassero addirittura tutto il rimanente della popolazione alla sua ignoranza e alla sua miseria, come se quei meschini non fossero stati loro fratelli, come se migliorando la loro condizione non ne fosse poi venuto molto vantaggio anche ad essi. Ma io parlo di molti anni fa. Ora potrebbe darsi che le cose anche in quel paese andassero meglio, come meglio vanno in alcuni altri luoghi.

Fui condotto a vedere le vestigia dell'antica Ansedonia già città degli Etruschi. Sono sulla costa di terraferma, in cima ad un poggio, presso la più larga di quelle due lingue di terra che rinchiudono lo stagno. Trovansi una parte delle mura quasi sepolte fra la terra e la macchia, e anche quelle sono composte di enormi massi posati l'uno sull'altro; poco più che queste ruine rimane a memoria di un popolo celebre per cultura, floridezza e potenza. Quel popolo è estinto da molti secoli; ma la gente che viveva allora in mezzo a così vantate ruine mi parve moribonda, in uno stato di tanta prostrazione da potersi dire peggiore della morte. Ecco i funesti effetti della schiavitù, della violenza, della depravazione con cui un popolo conquistatore opprime sempre il popolo conquistato. Molte generazioni ne risentono i danni.

Lasciai mia madre molto migliorata; e questa prima separazione fu assai bene sostenuta dal suo coraggio. Mi diede alcuni savi ricordi sul modo di contenermi coi parenti: mostrassi francamente la nostra povertà, che l'esser poveri quando non deriva da imprudenza ma da irrimediabili disgrazie, non fa vergogna; fossi umile e modesto, ma senza bassezza; chiedessi che fossero sostenuti i suoi diritti per ottenere giustizia, ma usando sempre modi amorevoli, non mai ostili; badassi bene insomma di tenere in tutto quella prudenza di cui mi credeva capace: «Tu vai in una gran città, ed è la prima volta! hai pochi anni, poca esperienza.... Affidati dunque nelle persone alle quali il signor Damiano e io ti abbiamo raccomandato. Mentre il tuo amoroso zelo pel mio bene mi dà grande consolazione, io non ti nascondo che questo passo mi pare ardito, che starò in qualche pensiero.... Tu sei ora il mio solo appoggio. Se la molta giovinezza e l'inesperienza non ti concederanno ora d'essermi utile anche in questo, rassegnati: aspetteremo; non precipitiamo nulla oggi per non avere a perdere la possibilità d'ottenere qualche cosa domani. Molti altri pericoli può incontrare un giovinetto quasi libero di sè nella capitale, ma io so che un solo pensiero vi ti conduce, quello di giovare alla tua sventurata madre; sicchè non ho ragione di temerli.» Avrebbe pianto nel dirmi addio, e quando fu rimasta sola avrà pianto dicerto; ma io non vidi le sue lacrime; si studiava di mostrarsi serena. Quell'esempio di forza d'animo accrebbe il mio coraggio.

In Porto San Stefano vidi più gente affaccendata, più gaiezza, meno poveri, qualche casa con la facciata pulita, maggior numero di campi coltivati, alcuni orticelli e giardinetti con abbondanza di fiori e d'aranci; sicchè il luogo è ameno; e al primo giungervi io mi sentii ricreare. Ecco gli effetti d'un po' d'industria e d'un po' di commercio. Erano nel porto parecchie barche arrivate quello stesso giorno da Piombino e da Portoferraio, e alcune si apparecchiavano a partire; molti marinari occupati a scaricar quelle e a caricar queste popolavano la riva del porto e ne solcavano le onde con le barchette. Questo andirivieni, la varietà degli oggetti, e la vista del mare messo in moto da un buon vento di levante, mitigarono la mia mestizia, e mi fecero nascere una grande smania di pormi in viaggio.

Il capitano della nave che doveva condurmi a Livorno era in una bottega sul porto, e compieva le sue faccende con alcuni del paese. Quando vide il signor Damiano corse lietamente a noi, e guardandomi: «È questi, disse, il nostro compagno di viaggio? Va bene! Non è stato mai per mare eh? Avrà paura?» — «Per ora non credo, dissi io.» — «Tanto meglio; staremo allegri. Il vento è propizio. Domani presto, se si mantiene, siamo a Livorno.» — «Quindi parlò d'affari col signor Damiano; il quale gli consegnò alcune lettere e molti denari. Andammo a far colazione in un'altra bottega che era caffè, drogheria e merceria nel tempo stesso; e un'ora dopo, la nostra nave, denominata la Pia, era pronta per far vela. Mi piacque la franca giovialità del capitano; e quand'egli si fu congedato, e m'ebbe preso la mano, dicendo: «Andiamo dunque a far l'altalena fino a domani,» io mi sentii un'improvvisa commozione che non era nè paura nè giubbilo, ma.... io non saprei spiegarla. Mi addolorava un poco il separarmi dal signor Damiano; non vedevo l'ora d'essere sulla nave; lasciando la terra sentivo il distacco di mia madre; affidandomi al mare si risvegliava con tutta la sua forza una certa smania che sempre avevo avuto per le avventure, e che forse era nata dalla lettura della vita di Cristoforo Colombo. E vi confesserò che scendendo nella lancia per andare a bordo della Pia, mi ricordai di quell'illustre italiano e della scoperta dell'America. Non ridete, di grazia, perchè in quella reminiscenza non vi fu alcun sentimento d'amor proprio, nè vi poteva essere nemmeno nella testa d'un fanciullo; io volli soltanto venerare di nuovo il genio di quel grande, e compiangere le sventure che a lui provennero dall'ingratitudine dei potenti, e quelle che impedirono alla nostra patria di soccorrerlo e d'onorarlo com'ei meritava.

Appena che fui salito a bordo della Pia, mi fece meraviglia il cambiamento improvviso dei modi del capitano. Non era più un uomo gioviale; il suo volto non aveva più un sorriso: in quella vece, ordini pronti, severi; sguardi focosi, accigliati; poche parole, ma proferite con tono sonoro, risoluto: pareva burbero, pronto alla collera inesorabile; sei marinari della nave l'obbedivano nell'atto, senza fiatare, e ad ogni sua voce erano tutti all'erta. Io me ne stavo immobile nel posto dove il capitano m'aveva fatto cenno di rimanere. Se non avessi trovato questa osservazione tra i ricordi che scrissi in quel tempo, ora non l'avrei notata davvero; perchè ho dovuto in seguito assuefarmi io stesso a quella austerità di comando senza la quale un capitano non sarebbe o sarebbe male obbedito. Non mi pare d'esser burbero; anzi la giovialità e l'allegria mi piacciono; ma quando mi son trovato a dover capitanare una nave, sono stato costretto ad essere rigoroso. La indiscretezza e la inumanità stanno male in tutti, malissimo in chi deve farla da superiore anche nel governo d'un bastimento; ma la soverchia dolcezza, l'indulgenza, il poco vigore sarebbero difetti molto più pericolosi a bordo che in qualunque altro luogo. Il minimo indugio, la minima negligenza d'un marinaro possono mettere in gran rischio la vita di tutti e le sostanze di chi vive della mercatura. La salvezza dei marinari e dei passeggeri, la sorte delle loro famiglie, il buon andamento dei negozi d'uno o di più mercanti dipendono dal capitano. Quand'uno pensa a tanti gravi doveri e ai molti pericoli in mezzo ai quali si trova, ha bisogno di farsi animo risoluto davvero, e di poter avere molta fiducia nella sua perizia. Tutto ciò contribuisce a dargli quando è in funzione un forte sentimento della propria autorità e a valersene con molto vigore. Io che sognavo viaggi per mare e che avevo la smania d'esser capitano, ammiraglio e che so io, mi raumiliai tutto facendo queste riflessioni in alto mare sopra una piccola nave, non vedendo più altro che cielo e terra, e avvicinandosi le tenebre della notte. Egli è poi necessario che ognuno faccia quelle riflessioni che si riferiscono alla professione alla quale si crede inclinato o si trova destinato, perchè in ogni ufficio il cittadino può fare gravi danni se lo esercita male. Ho udito spesso i giovinetti esclamare: io farò il medico, io l'avvocato, io entrerò nella milizia e diventerò ufiziale, io mi metterò l'abito da prete per cantar messa, per confessare, io sarò pittore, scultore, negoziante, impiegato e via discorrendo; e molti studiando poco, e pensando meno ai doveri del loro stato, si tirano su per ammazzare i malati più presto che non avrebbe fatto la malattia, per imbrogliare le faccende nel tribunale, per essere gravosi alla società invece di difenderla, per fare della religione un mestiero venale e non un ministero dignitoso, per disonorare le belle arti, la mercatura, il servigio del pubblico nell'amministrazione dello Stato, per tradire insomma se medesimi e gli altri.

In minor tempo di quello che ci voleva a pensare e stendere un po' meglio questo lungo periodo, il buon vento che empiva le vele della Pia, facendole velocemente solcare le acque, ci condusse al largo. La nave scorreva tutta piegata dalla parte dove le vele si vedevano far seno al vento; e di quando in quando alzava ed abbassava a guisa d'altalena ora la prua ora la poppa per sormontare i lunghi gioghi dei cavalloni. Quando il capitano ebbe dato tutti i suoi ordini e riscontrato che ogni cosa andava bene, si volse a me con un lampo di quella giovialità che mi aveva mostrato sopra terra, e io volevo movermi per andargli incontro; ma per quanto mi fossi disposto a farla da franco, non potei staccare un passo senza sentirmi uscire d'equilibrio. Allora il capitano sorridendo mi stese la destra, e stringendola forte mi condusse a passeggiare seco; io lo seguivo barcolloni barcolloni badando più ai passi che alle parole; e poi mi dovei presto mettere a sedere perchè mi venne il capogiro, il sudorino freddo, e, per dirla alla buona, la voglia di dar di stomaco. «Ma,» diceva il capitano ponendomi a sedere sopra una matassa di gomena a piè dell'albero maestro, «io son contento; sei stato saldo finora; buon segno. Il mare non ti darà noia; un'altra passeggiatina più tardi, e poi a dormire sotto coperta.»

Mi lasciò lì; fece un fischio; i marinari subito al loro posto; e a forza d'altri fischi, eseguirono nuove manovre, perchè il vento si andava mutando.

Noi avevamo già oltrepassato di qualche miglio quegl'isolotti o scogli che si chiamano le Formiche di Grosseto e che sorgono dirimpetto alla foce dell'Ombrone maremmano. Il sole era vicino al tramonto. Io mi godevo una magnifica veduta; molte nebbie lontane sull'orizzonte si colorivano di porpora, o splendevano come l'argento ai raggi del sole, e la brezza autunnale investendomi di faccia mi rinfrescava e mi invigoriva. Ma dopochè «il ministro maggior della natura» si fu celato ai nostri sguardi oltre la curva della tremula marina, e le nubi che gli facevan corteggio ebbero a poco a poco perduto i loro vivaci colori e quelle fantastiche forme che ora parevano montagne ricoperte di candida neve, ora splendide e immense grotte, ora laghi di luce limpidissima con isolette di smeraldo, incominciò l'oscurità a distendersi dietro a noi, e una nebbia sottilissima e pungente ricoperse la superficie delle acque. La nostra nave aveva rallentato molto il suo corso, perchè il buon vento più non spirava, e le vele ciondolavano inoperose dai loro alberi.