— E va' a riposarti anche tu, mi disse allora la mamma. Io non ho bisogno d'altro, sto meglio; anche tu sei stracco, hai sofferto. Approfittiamoci del soccorso di questi buoni amici, mandatoci proprio dalla Provvidenza. Ah! che cosa sarebbe se io mi ammalassi!
— No, mamma, non sarà nulla. Questa non è malattia. Un poco di ritardo nel viaggio; ci vorrà pazienza.
— Ma fuori di casa!... Oh! Giulio, tu sei la mia consolazione! ma infelice così presto! Ramingo in così tenera età! Io non posso far nulla per te.... — E con queste ed altre parole di grande afflizione si sfogava ad abbracciarmi e a baciarmi, bagnandomi il volto con le sue lacrime. Io come meglio potei, mi diedi a confortarla e a mostrarmi pieno di coraggio e di buone speranze. Di queste peraltro non ne avevo alcuna, e del coraggio ben poco; ma le mie parole qualche effetto produssero per calmarla; e poi conobbi, e in seguito ebbi occasione di convincermene, che a forza di figurarsi d'averne, il coraggio viene e va crescendo a proporzione del bisogno. La temerità è pregiudicevole, ma una certa fiducia nelle nostre forze ci vuole, e giova molto.
Quel libero sfogo al dolore fece sì che mia madre potesse infine addormentarsi; ed io piano piano mi collocai a sedere sopra una poltrona a piè del letto, standomi celato dietro le cortine e sforzandomi a respingere il sonno. E questa invero fu impresa difficile più che non mi sarei aspettato. Non avevo mai fatto nottate, ero stracco, indolenzito anch'io dal baroccio: dopo due ore di resistenza penosa m'incominciò a dolere il capo e a venire freddo. Nondimeno, a costo di qualunque patimento, io la vinsi, e non chiusi mai gli occhi. Per buona sorte fu inutile quanto alla mamma, perchè dormì bene per tre o quatr'ore, e nel rimanente della nottata non ebbe bisogno d'assistenza. Quanto a me poi, essendomi posto a pensare, ora seduto ora in piedi, a' casi nostri, che è il migliore espediente per vincere il sonno, ricavai dalla veglia molto vantaggio; e quella lunga meditazione mi premunì forse contro qualche futura inconsideratezza giovanile.
Benchè la mamma non fosse gravemente malata, pure il medico annunziò che la guarigione sarebbe stata assai lenta, e non volle udir parlare di viaggio. Quello già fatto, comunque breve, l'aveva posta in un gran rischio, e le forze per continuarlo, secondo lui, non le potevano ritornare che tra un mese. Quest'indugio accorava mia madre; ma il signor Damiano trovò nuovi argomenti e invigorì quelli del medico per esortarla a sospenderlo quanto occorreva e per mettere un po' in quiete il suo animo.
Il signor Damiano era stato amico di mio padre, e ben conosceva il nostro stato. Offerse dunque la sua intromissione. Come non poteva ella essere accettata? Fu deciso intanto di scrivere a Firenze ai parenti della mamma; ma a due o tre lettere scritte da lei medesima non giunse risposta. Allora il signor Damiano chiese notizie ad un suo amico, e da questo potemmo ricavare che appunto in quei giorni era morta una vecchia zia di mia madre. Questa donna le aveva sempre voluto bene, ed era stata sola a non disapprovare la partenza della nipote in compagnia del marito sventurato. Essa era piuttosto facoltosa, e mia madre avrebbe avuto diritto a ereditare una parte dei suoi averi. Ecco dunque una forte ragione per sollecitare il nostro viaggio; ma non conveniva mettere a repentaglio la salute di mia madre.
Mentre essa e il signor Damiano andavano ricercando quale fosse il miglior partito da prendere, mi venne la ispirazione di metter bocca, dicendo: «Se andassi io a Firenze potrei far nulla di buono?» — «Anzi, disse subito il signor Damiano, Giulio è franco, è avveduto, io credo che sarebbe capacissimo; lo raccomanderei a questo mio amico.... senz'altro mi sembra cosa fattibile....» Io guardava mia madre; e vidi subito che in lei combattevano, com'era naturale, due opposti pensieri: il desiderio di darmi un segno di fiducia col permettere che io ponessi a prova in questo frangente la mia capacità, e il dolore di doverci separare per molti giorni e di vedermi esposto così solo e giovinetto ai rischi d'un lungo viaggio. L'affetto e la trepidanza di una tenera madre prevalsero in principio a tutte le riflessioni; ma poi si lasciarono vincere dalla speranza che questo tentativo potesse in conclusione essere più utile a me che a lei, col somministrarmi gli aiuti dei quali io avevo bisogno. Essa non manifestò chiaramente questo pensiero, ma io lo lessi nel suo animo e nei suoi sguardi. Fu stabilito dunque che io mi sarei incamminato quanto prima per Firenze; e il signor Damiano prese sopra di sè ogni cura perchè la mia gita avesse buon esito.
La mamma peraltro non seppe che io dovevo andarvi per mare; il suo timore si sarebbe troppo accresciuto. Il signor Damiano, che sapeva essere nel porto S. Stefano una nave preparata a portare un carico di legname da costruzione a Livorno, giudicò che per quella via mi sarei potuto sollecitare maggiormente; ed essendo egli amico del capitano, mi dava così un compagno fidato fino a Livorno.
Innanzi di narrarvi la mia prima spedizione marittima, concedete che un viaggiatore in erba vi parli alquanto del luogo dov'ei si trovava quando fu preso il partito per lui memorabile d'esporlo a un viaggio di più che cento miglia sul mare.
Orbetello è una piccola città che risiede in mezzo a uno stagno marino. Lo stagno è chiuso da due anguste lingue di terra che si prolungano in mare e si congiungono al Monte Argentario; il quale senza di esse sarebbe isola; ma essendo così riunito alla terraferma, si può chiamare piuttosto penisola o promontorio. Una terza lingua si parte dalla terraferma tramezzo alle due laterali, ma non si prolunga fino all'Argentario; e sulla sua estremità è fabbricata Orbetello[30].