La frasca inalberata per insegna d'osteria a quell'albergo era molto lunga e ramosa, e trovammo l'uscio spalancato, ma niuno si fece vivo alla nostra venuta. Non bastò che il barocciaio facesse schioccare la frusta, e chiamasse ad alta voce: Oste! Matteo! Teresa! e prorompesse in bestemmie e in ingiurie, perchè gli premeva anco di riporre subito nella stalla il cavallo stracco e sudato. Io smontai dal baroccio, salii due scale sudice, buie e sconquassate, girai due o tre stanze che parevano porcili; chiamai, e sempre invano; giunsi in una cucina che aveva il focolare spento, e quivi trovai due bambini sudici e sdraiati per terra, i quali al mio comparire mi guardarono maravigliati, poi si diedero carponi a fuggire, strepitando come se avessero visto il lupo. Scesi giù sconfortato, con la intenzione di farci condurre altrove; ma appunto allora comparve l'oste, così almeno lo chiamò il barocciaio, benchè a me paresse ciabattino, avendo egli il grembiule di pelle e le mani impeciate.... Era oste e ciabattino nel tempo stesso; e si preparava a dar di braccio a mia madre per farla scendere dal baroccio. Io gli domandai se avesse avuto una buona camera e un buon letto, e se fosse stato possibile preparar subito una zuppa, un cordiale.... A tutte le quali domande l'oste-ciabattino rispose con tanta prontezza che pareva fossimo capitati in un palazzo principesco e nel paese dell'abbondanza. Dunque, dissi tra me, io aveva sbagliato scale. Ma sventuratamente, poichè mia madre con molto patire fu scesa da quel baroccio, e appoggiandosi a me ebbe messo in casa i piedi vacillanti, l'oste-ciabattino c'invitò a salire quelle medesime scale, c'introdusse in quelle medesime stanze, e ci mostrò la miglior camera che, secondo lui, fosse in tutto il paese, ed in cui, per ultimo, non so qual principessa, a dir suo, aveva alloggiato più settimane. Mia madre, poveretta, non aveva fiato di parlare; Matteo ci lasciò soli per correre in cerca della moglie e farle accendere il fuoco; io dovei esaminare ben bene tutte le scranne nella camera, prima di trovarne una su cui mia madre avesse potuto sedersi senza rischio di cadere per terra. Tutto il suo corpo era indolenzito dalle scosse del duro baroccio; aveva la voce fioca e tremula, il viso pallido, e le mani le scottavano. Avrei voluto che si stendesse sul letto; ma vidi bene che per quanto anch'ella ne sentisse il bisogno, pure vi repugnava con ragione, perchè il sozzume e il puzzo di quel canile non erano da comportare.
Passò quasi mezz'ora senza che altri comparisse; e in quel tempo mia madre peggiorò a segno che giudicai fosse necessario mandare in cerca del medico; e appena che l'oste fu tornato col lume ad annunziarci che l'ostessa sua moglie era in cucina per mettere al fuoco la pentola, io lo condussi in disparte e lo pregai di correre immediatamente pel medico. Intanto andai in cucina; vidi l'ostessa in faccende attorno al focolare; mi parve una buona donna, un po' meno sudicia del marito, ma assai impicciata. Allora le diedi mano io perchè assettasse uno scaldaletto, e preparasse l'occorrente pei panni caldi e per mettere a sfumare le lenzuola. Tornai da mia madre, e la trovai sempre in peggiore stato. Non istò a dirvi quanta fosse la mia afflizione. In quel tempo il barocciaio portava su i nostri fagotti; e mi disse che un signore del paese, avendo saputo da lui il nostro casato, e dicendo d'essere stato amico di mio padre, chiedeva di visitare la mamma.
Mentre che io andava pensando se convenisse farle ricevere questa visita a motivo dello stato in cui era, il signor Damiano entrò francamente in camera, si diresse a mia madre che voleva alzarsi per riverirlo, e impedendole di far cerimonie le disse con garbatezza: «Scusi se mi son fatto avanti: ma io non posso permettere che venendo lei a Orbetello s'abbia a fermare a un albergo. Ho ricevuto più volte ospitalità in casa sua, e non foss'altro per ricambio, ella deve ora accettarla da me. Vetturino, portate subito la roba della signora in casa mia, e dite al mio figliuolo che attacchi il calesse coperto e venga qui. È vero, siamo vicini; Orbetello non è Firenze; ma lei dev'essere stracca, e bisogna coprirsi bene perchè è notte; con quest'aria non si scherza.»
La cortesia e la risolutezza del signor Damiano non ammettevano replica. È vero quel ch'egli aveva detto, d'essere stato più volte in casa nostra, ed io sono persuaso che anche senza questo e' ci avrebbe voluto ospitare. Nella provincia, e in specie nella Maremma, dove n'è maggiore il bisogno, questi uffici scambievoli sono comuni. Ecco perchè, io rifletteva, gli alberghi son così rari e meschini, e servono soltanto a quella povera gente che non ha conoscenze nel paese, e a qualche principessa, come quella citata dall'oste-ciabattino, perchè a motivo della gran distanza tra personaggi titolati e semplici provinciali, si trovano questi in tal soggezione da non arrischiarsi ad offerire ad essi i loro servigi.
L'oste rimase un poco impermalito allorchè, tornando a dirmi che il medico non poteva venir subito, si accorse dalla sola presenza del signor Damiano che noi non avremmo più avuto bisogno del suo magnifico albergo; e a dir vero anch'io rimasi afflitto per lui, ma più assai per l'indugio del medico. Il disappunto dell'oste potè essere, almeno in parte, rimediato facilmente col pagargli, come feci, l'alloggio di un giorno e il costo di quella cena che egli mi disse d'averci provvista e quasimente allestita. Quanto al medico io mi feci animo a dire al signor Damiano, dopo che la mamma fu salita nel suo calesse e mentre noi la seguivamo a piedi: «Io mi approfitterò della sua bontà verso di noi per dirle che la mia povera madre ha bisogno più che altro di un medico.» — «Pareva anche a me che la soffrisse più di quello che non mi sarei immaginato, e perciò ho voluto che il mio figliuolo venisse a prenderla col calesse. Ora subito, lasci fare, vado io....» — «L'ho già mandato a chiamar per l'oste; ma dice che ora non può....» — «Eh! che discorsi! non risponderà così a me. Vada col calesse, e non dubiti.» — Ciò detto s'incamminò sollecitamente per una stradella traversa; e, non senza mia sorpresa, quando fummo arrivati alla sua abitazione (il cavallo andava di passo ed era costretto a serpeggiare a motivo delle buche profonde e frequenti in quella strada che pareva il letto d'un torrente) io lo vidi raggiungerci in compagnia d'un'altra persona; e al gesto ch'ei mi fece quando ci riunimmo per dar di braccio a mia madre, potei capire che il suo compagno era il medico. Seppi di poi, ma per caso, che quel signor dottore, buona persona quanto al resto, era tanto viziato nel giuoco della tavola-reale, che spesso per non lasciare a mezzo la partita non rispondeva alle chiamate dei malati con quella sollecitudine che il suo dovere avrebbe voluto. Se per altro l'invito gli veniva da un benestante e non da un povero, allora lasciava subito il giuoco ancorchè fosse in vincita.... E qui sta il peggio; perchè tanto il povero che il ricco devono essere soccorsi con la stessa prontezza.
Scesero ad incontrarci la moglie del signor Damiano con due fanciulle, che erano le sue figliuole, e una donna che le precedeva col lume; e fummo accolti da quella buona famiglia come se fossimo stati propriamente di casa. Per lo che io mi sentii cotanto sollevato da dimenticare quasi affatto i disagi del viaggio.
Anche mia madre parve un poco riavuta; ma era uno sforzo, poveretta, uno sforzo ch'ella faceva per corrispondere alle amorevolezze dei nostri ospiti. Ma il signor Damiano procurò accortamente che le prime accoglienze fossero brevi.
Fummo condotti dalla sua moglie nella camera destinata a mia madre; e nel tempo che la donna di servizio preparava il letto, il medico venne a fare la sua visita. Dopo l'esame de' polsi giudicò che mia madre avesse la febbre. A questa parola per noi così tremenda, io mi turbai subito, e non potei reprimere un sospiro doloroso: ma il medico, il quale si accorse di tutto, soggiunse subito: «Badiamo, non trovo indizi di febbre pericolosa; questa mi pare semplice alterazione momentanea, cagionata da debolezza e dallo strapazzo del viaggio.... Il letto caldo, i senapismi, qualche ristorativo leggiero la faranno migliorar presto. Al più al più io dubiterei d'una costipazione che il riguardo scioglierà facilmente. La signora deve stare di buon animo e riposarsi: il riposo, il riposo farà meglio di tutto. Qui ella è come in casa sua. Noialtri maremmani, lo sa, formiamo tutti una famiglia. Dunque entri in letto, beva qualche sudorifero, e più tardi, se sarà sveglia, tornerò a visitarla; se no, domattina; e poi, a qualunque ora, son qui vicino ai suoi comandi.»
Se io dovessi narrarvi tutte le attenzioni che fin d'allora furono fatte a mia madre dall'egregia famiglia del signor Damiano e dal medico, scriverei un capitolo sterminato. Vollero che io mi refocillassi cenando alla loro tavola, e inghiottii qualche boccone più per compiacenza che per bisogno che ne sentissi. Mi destinarono una cameretta accanto a quella di mia madre; e la moglie del signor Damiano s'accingeva a vegliare nella stanza contigua per farle da infermiera.
Non dirò che questo fosse troppo quanto alla padrona di casa, perchè mia madre nella medesima congiuntura avrebbe fatto lo stesso; ma io conobbi bene che la ne sarebbe rimasta mortificata e fors'anche impensierita, dubitando che il suo male fosse maggiore di quello che il medico aveva detto. Dunque io posi arditamente in campo questa ragione, e la signora Beatrice ne restò persuasa; e quando fu fatto tutto ciò che il medico aveva ordinato e parve che la mamma incominciasse a chiudere gli occhi al sonno, io rimasi solo con lei, dopo aver dovuto promettere peraltro di chiamare pel più leggiero motivo.