Mia madre mi partorì dunque nell'esilio, e in quel remoto e povero castello di Montalto, ove mio padre aveva trovato rifugio, ed ove, industriandosi anche lì con la mercatura, sapeva alla meglio provvedere al nostro campamento. Io era pervenuto all'età di dodici anni; mio padre m'aveva istruito da sè nel leggere, nello scrivere, nell'abbaco e nel disegno, e mi faceva imparare l'arte del tornitore, nella quale si era molto impratichito da giovine ma per semplice passatempo. Io però doveva impararla per trarne guadagno ed ajutare i miei genitori, e o fosse questo pensiero o una inclinazione particolare a tale arte, io divenni presto abile, e già qualche mio lavoruccio andava in opera, essendomi posto come lavorante apprendista nella bottega dello stipettaio del paese. Il nostro stato era divenuto a poco a poco meno misero, quando mio padre fu colto dalle febbri perniciose che predominano nella Maremma, e lo travagliarono con tanta nerezza, che nè l'assistenza indefessa di mia madre nè quella del medico poterono salvarlo. In poco tempo io restai orfano di padre; la nostra desolazione fu estrema, e poco mancò che mia madre, per l'acerbo dolore e per gli strapazzi, non andasse con lui nel sepolcro. Forse l'affetto materno le diede la forza di sopravvivere a tanta sciagura. Appena che si fu un poco rimessa, volle venir via da Montalto, ove niuna ragione aveva per rimanere, ma invece molte per andarsene.

Temeva che io potessi venire assalito dalla stessa malattia di mio padre, ed io aveva il medesimo timore per lei: e quando avessimo consumato ogni nostro avere, già nella massima parte diminuito dalle spese di quella infermità che fu per noi sì funesta, come avremmo noi fatto a campare? Il mio guadagno era meschino, nè in quel paese sarebbe stato possibile cavarne di più dall'arte del tornitore; inoltre sperava che tornando vedova a casa sua, i parenti l'avrebbero, com'era lor dovere, soccorsa. Dunque ci preparammo a lasciare Montalto innanzi che venissero a mancarci anco i denari pel viaggio, e i preparativi furono prestamente fatti.

Un rozzo barroccio, forse migliore che si potesse noleggiare nel paese, doveva condurci in una giornata di viaggio a Orbetello nella Toscana. Con un buon calesse ci saremmo andati in cinque o sei ore, ma noi non potevamo spendere che pel baroccio. In Orbetello mia madre si sarebbe riposata un giorno o due per andar poi a Grosseto.

Voi potete immaginarvi quanto fosse dolorosa la nostra partenza. Le ossa dello sventurato mio padre rimanevano nel cimitero di Montalto, nella terra dell'esilio! La povertà ci aveva impedito d'onorarle, come i ricchi far sogliono, e di mandarle a seppellire nel paese nativo. Non bastò che io suggerissi al vetturale di prendere una strada traversa, perchè mia madre non avesse a passare in tanta vicinanza del campo santo. Appena che fu salita nel baroccio incominciò a lacrimare occultamente; e più che si allontanava dal paese, più la sua afflizione cresceva. Nemmeno io potei alla fine reprimere il pianto, io che mi era proposto di confortarla. Deserto, incolto, squallido e insalubre era, ed è sempre, ma in quel tempo assai più che ora, il paese da noi percorso; e nulla mai s'incontrava che potesse con gradevole veduta distrarci alcun poco dal nostro dolore. Pareva che la natura medesima si rattristasse con noi. Eravamo di settembre: le nebbie coprivano la vasta pianura, e i pochi alberi che s'incontravano di rado, erano già nudi delle loro foglie. Il barocciaio colle sue cantilene che parevano ululati, non ci ricreava dicerto. Per molte miglia non trovammo nè case nè terre coltivate, ma solo due o tre capanne in sfacelo, dove, se la pioggia ci avesse sorpresi, non avremmo potuto trovare alcun ricovero. La pioggia non venne, ma fummo molestati dall'umido diaccio della nebbia che il sole non potè dissipare prima del mezzodì. Mia madre di quando in quando era assalita da brividi violenti, e io temeva molto per la sua debole salute.

Allorchè qualche raggio di sole ebbe incominciato a risplendere, noi dovemmo perderne la vista e il calore per entrare in una boscaglia folta, vasta, solitaria, più malinconica assai della campagna aperta. Allora il barocciaio sferzò il cavallo per farlo andare più lesto, poichè, quantunque non lo dicesse, io ben m'accorsi che v'era da temere qualche sinistro incontro: e il moto più rapido del baroccio sopra una strada ineguale e fangosa riusciva maggiormente incomodo alla mia povera madre. Ma come fare? bisognava sollecitarsi perchè l'oscurità della sera non ci sorprendesse nel folto della macchia.

Eravamo appunto nella boscaglia, allorchè voltando in un luogo ove la strada fa gomito, ci trovammo incontro, alla distanza di pochi passi, una frotta di gente che se ne veniva a piedi e silenziosa. Sulle prime rimasi un po' sconcertato, essendomi parso di vedervi due uomini col fucile sopra la spalla, e domandai subito sotto voce al barocciaio: Chi sono? — Una famiglia di tribolati vagabondi, — mi rispose con aspetto accigliato; e guardò subito la legatura dei fagotti, inalberò la frusta, e tirò da un lato il cavallo. Il modo della risposta e tutte queste cautele mi fecero specie; ma poi, guardando meglio, mi accorsi che gli uomini invece di fucile avevano bastoni con un fardelletto infilato, e che le altre persone erano due donne con bambini in collo e per la mano; e tutta questa povera gente era cenciosa, sparuta, col viso giallo, rifinita dalla stanchezza, sicchè più che paura svegliava compassione. Le donne e i bambini vennero attorno a chiederci con supplichevoli grida un po' d'elemosina, e gli uomini passarono oltre a capo basso senza fiatare. Noi avevamo portato un grosso pane, un boccone di carne e una fiaschetta di vino per ristorarci a mezza strada. Ma l'appetito mancava affatto a mia madre; io aveva appena spelluzzicato il pane, e il barocciaio s'era provvisto di suo. Sicchè io, col consenso della mamma, diedi a quelle donne quasi tutto il pane e tutta la carne, e vuotai il vino in una delle loro scodellette di legno. Esse ci lasciarono con mille benedizioni, e volgendomi vidi che corsero a portare il vino agli uomini e spezzarono il pane ai figliuoli che subito si posero a divorarlo come se fossero stati digiuni da due giorni. Mentre io, confrontando col nostro stato la miseria di quegli accattoni, rifletteva che pur troppo non si danno sciagure, comunque grandi, che non possano essere sempre superate da maggiori disgrazie, udii che il barocciaio brontolava tra sè e sè guardandosi sospettoso ai lati e alle spalle: — Andatevene chiotti quanto volete, ma io vi conosco. Se non si fosse di giorno e vicini all'aperto, non vi sareste contentati del pane. Animo! — e sferzava il povero cavallo già stanco, — noi l'abbiamo scampata bella! Un'altra mezz'ora di viaggio, e poi me la rido di tutti i malandrini che infestano questo maledetto paese! —

Io non so esprimere quanto crescesse la mia mestizia a pensare che sotto le spoglie di così luttuosa miseria potesse occultarsi la malvagità, e che quegli accattoni così umili potessero a tempo e luogo presentarsi in aspetto di masnadieri. La compassione cede il luogo al ribrezzo, e andava cercando con l'animo contristato da cupi pensieri quali sciagurati avvenimenti potessero aver ridotto coloro in così lacrimevole condizione. Che ciò dipendesse dalla sola povertà io non poteva darmene pace; forse l'ineducazione, l'ignoranza, il cattivo esempio che i figliuoli ricevono dai genitori bighelloni.... Ed allora.... ah! l'acerbo destino di quegl'innocenti ch'io vedeva camminare a stento aggrappati alle gonnelle, o ciondolare sonnacchiosi la testolina sul seno delle loro madri, mi fece rabbrividire assai più che la brezza gelata della sera avvicinantesi al tramonto.

Io avrei interrogato il barocciaio per sapere se propriamente quel ch'egli aveva detto fra' denti era vero, o non piuttosto una delle solite esagerazioni della paura.... Ma non volli che le sue risposte avessero a cagionare maggior malinconia a mia madre, la quale sebbene mi paresse addormentata, e anche per questo io me ne stava in silenzio, pure poteva darsi che si covasse in segreto il suo dolore e i patimenti di quel disastroso viaggio. No, io non credeva possibile il suo dormire a quelle continue scosse del baroccio. Infatti, me lo disse molto tempo dopo, ella taceva, non si lamentava, non sospirava per non affliggermi; ma soffriva di molto, ed erale già entrato addosso quel male che poi la costrinse a fermarsi più giorni in Orbetello.

Mezz'ora dopo l'incontro degli accattoni, come il barocciaio aveva detto, noi uscimmo dalla macchia; e quando fummo in capo a un'erta mi si piegò a un tratto dalla sinistra l'immensa veduta del mare, e il sublime spettacolo del sole che s'ascondeva dietro l'orizzonte delle acque dipingendo a colori di fuoco le nubi. Io mi sentii subito sollevato, e non potei trattenermi dall'esclamare: «Oh bello!» Anche mia madre guardò, e mi parve alquanto rasserenata; ma dopo un poco, tornando a sdraiarsi, con un sospiro disse: «Ti ricordi tu, eh? Anche tuo padre si rallegrava tutto alla vista dei bei tramonti. Ah! per lui il sole non si leva più, nè più tramonta!» Che mestizia in quelle parole e nel mio animo! Pel rimanente del viaggio io e mia madre restammo tutti muti, e le lacrime scorrevano sopra le nostre gote. Arrivammo a Orbetello un'ora dopo il tramonto, e ci fermammo ad un albergo; credo anzi al solo albergo che allora si trovasse in quella città singolare.

In Orbetello.