Ma confortati, povero Nicodemo! il dì del riscatto suole a volte spuntare quand’uno men se lo aspetta. Lo preparano, è vero, gli eventi lontani, lo contrastano i tentativi infelici; e molti che hanno perduto nell’esilio la cara patria, nelle carceri la libertà, nelle stragi e nei supplizj la vita, non lo vedranno risplendere; ma anch’esso è pur segnato dalla mano della Provvidenza nei destini e nella vita dei popoli, e verrà, e sarà principio di novella e più felice e più gloriosa età per la nazione che lo aspetta e che ne è fatta degna dal lungo patire. Benedetti coloro che lo sperarono, che lo prepararono, che lo santificarono con le virtù cittadine, con l’eroismo, col martirio! Forse tu sei destinato a vederlo splendere dalla tua povera soffitta, prima che i tuoi occhi moribondi spremano le ultime lagrime sulla perduta sorella, sulla sventurata patria, sulle vittime invendicate. Allora tu scioglierai a parole di giubbilo e di speranza vera le labbra per tanti anni chiuse dal doloroso silenzio; allora non ti pentirai d’averlo una volta interrotto per dare utili e generosi consigli a quel giovine, che ti mostrava di non averli ascoltati invano. E tu, o madre popolana, che hai patito e pianto per sì lunghe sventure, non aver paura per la salvezza dei figliuoli ricuperati nella vecchiaja. Il giorno del riscatto spunterà sereno per la loro patria; la forza del vero otterrà alfine una vittoria tutta pacifica; e se al valor cittadino non bastasse di risorgere per trionfare, rammentati che con quel valore sta il diritto dei popoli, e che la vita spesa per la patria non è perdita, ma acquisto di gloria immacolata, fruttuosa, immortale. Anche la patria aveva smarrito, come te, i suoi figliuoli, e giaceva derelitta co’ suoi figliuoli infelici, dimentichi di lei, e il suo dolore non aveva confini! Ma quando anch’essa udì le note voci, rivide gli amati sembianti, e scòrse balenare un raggio di speranza che i suoi figliuoli tornassero a lei per salvarla, per sostenerla, sorrise allora di celeste giubbilo, si sentì rigenerata nei valorosi, e non le dolse che con una mano stringessero l’ulivo, con l’altra il ferro per compiere e assicurare la sua salvezza. Narra pur le tue gioje alle altre madri popolane che ti somigliano, mostra loro i tesori che rinvenisti, godi dei godimenti della tua nuora, delle speranze dei tuoi nipoti; ma non essere avara del tuo sangue alla patria comune quand’essa lo chiedesse per la comune salute. I piaceri domestici sono grandi, ineffabili; prima di essi vi sono i doveri dei cittadini; ma in mezzo alle tribolazioni della moltitudine derelitta perderebbero ogni dolcezza se li amareggiasse il rimorso di non aver nulla operato a sollievo dei fratelli infelici.
UNA PASSEGGIATA PEI BORGHI DI FIRENZE
I. — Il Capo d’Anno.
È capo d’anno; siamo tutti in gala. Chi torna da fare le visite di complimento, chi da portare i biglietti di visita alle case. Il viavai dei frettolosi portatori di biglietti che entrano ed escono con aria d’importanza dai palazzi, dura sempre, sebbene sia stato introdotto anche qui il lodevole uso di fare la nota del capo d’anno, e di assegnare quel denaro a benefizio dei poveri o di qualche istituzione ad essi vantaggiosa. Ma vi sono molti che non s’appagano di vedere stampato in quella nota il proprio nome, e vogliono anche far la girata e la distribuzione dei loro biglietti. Se credono speso bene il tempo e la fatica in questa faccenda, tal sia di loro. Quei bigliettini avranno l’onore di starsene dentro la cornice di uno specchio elegante, finchè a poco a poco un servo, spolverando, non li lasci cadere tra la spazzatura a guisa dei petali d’un fiore appassito, o finchè una donna gentile non ne faccia l’anima d’un gomitolino di seta. Oh quanti invidieranno questo destino più avventuroso! un bel titolo, una corona ducale sotto le nivee dita d’una donna gentile, e accuratamente riposti in una serica veste! Chi si diletta di paragoni, potrebbe mettere in campo il mirabile verme nato a formare la leggiadra farfalla e il bozzolo e la crisalide, ed eziandio le mummie d’Egitto, cose tutte che rasentano l’idea dell’immortalità, almeno di quella che può toccare alla materia. Ma lasciamo ora le splendide dimore ove le apparenti vagheggiate felicità e mille cure soavissime infiorano la vita dei mortali mollemente adagiati sul carro della fortuna.
Andiamo nei borghi della popolosa e vetusta città; andiamo in Camaldoli.[222] Ahimè, che rovescio di medaglia! Lasciamo stare che non vi possano essere gli svelti, eleganti e profumati portatori di bigliettini; ma anche senza ciò, il nome solo di questa parte della città addolora l’anima, perchè rammenta povere case e povere famiglie e dure fatiche e la penuria di lavoro e di guadagno, e gli stimoli inesorabili del bisogno, e tutte le tribolazioni dello stentato vivere di coloro che sembrano gente di un’altra e più bassa anzi infima ed abbietta sfera, caduti a caso attorno i cittadini lieti e facoltosi. Vero è che taluni asserirono, quella benedetta felicità da tutti gli uomini tanto desiderata aver più a grado l’umile casolare d’un campagnuolo o le rozze vesti d’un onesto artigiano, che i palazzi sontuosi o le ricche spoglie del fasto e dell’orgoglio; ma comunque ciò sia, fatto sta che di rado essa balena anco agli occhi di coloro che si credono averla più da presso. Nonostante giova credere che meno s’inganni chi la suppone amica della virtù e della moderazione ne’ desiderj, senza curarsi gran fatto se queste qualità sieno possedute dal ricco o dal povero. Sicchè resterebbe solamente a conoscere a quale di essi due sia più facile possederle.
Ma l’aspetto dei Camaldoli non è poi sì lurido e meschino in tutte le loro strade. Vi sono pur troppo, e dove meno si crederebbe, i tetri ripostigli in cui le più tribolate creature languiscono d’estrema povertà, e si consumano nei patimenti; ma il sentiero che ad esse conduce inspira repugnanza ad alcuni benefattori troppo delicati, e solamente quella carità misericordiosa che si copre del manto della modestia, essa sola vi sa penetrare senza ribrezzo, e tocca e solleva e conforta sul fetido giaciglio le membra dei fratelli soffrenti per infermità schifose e per difetto d’assistenza. Ma a quella carità non sempre è dato di prevenire i mali che logorano l’infima parte dell’umana famiglia; essa non può fare altro che mitigarne i dolori.
Nondimeno parrebbe che il primo giorno dell’anno un raggio di gioja dovesse spuntare per tutto. Noi rintoppiamo intanto parecchi artigiani rimpulizziti, e l’animo si riconforta sperando ch’essi godano di uno stato migliore. Oh sì! in un giorno come questo si cerca d’ornare a festa ogni cosa; oggi più facilmente si dimenticano le umane tribolazioni. Oggi tutta questa buona gente è allegra, tutta sollecita di tornare a casa per rivedere i parenti prossimi, i parenti lontani, gli amici, e per ritrovarsi qualche ora in famiglia. Oggi si rinfrescano i più teneri affetti, oggi si dissipano le inquietudini, i malumori, le ruggini.... I vezzi d’un’ingenua creaturina, la benedizione d’un vecchio venerando riconciliano quegli animi che forse erano turbati da un malinteso, da un dirizzone, da una ciarla, e spremono dolci lagrime da quegli occhi che jeri sfuggivano d’incontrarsi. I figliuoli chiedono perdono ai genitori, i mariti alle mogli; ogni rammarico è dimenticato, ogni famiglia è in tripudio.... E chi non l’ha? Oh! chi non l’ha, se la trova in quella del suo amico. E’ v’è aspettato a braccia aperte, i grandi e i piccini lo festeggiano, e tutti gli fanno animo, e dicono: — Siete nostro, siete nostro! — Poveretto! e’ s’intenerisce; anch’egli giubbila, anch’egli beve alla salute de’ suoi cari lontani, come se fossero a quella mensa d’una famiglia non sua. Lo strepito di queste vivaci, di queste schiette consolazioni che s’ode fin dalla strada, riempie l’animo di contentezza.
Vero è che anche il tripudio onesto passa talora certi limiti; oltre i quali, quando per effetto di vanità, quando per eccesso di buon cuore, diventa cagione di disordini: la è vecchia sentenza, che ogni eccesso è dannoso.
Or ecco venirsene frettoloso un falegname che oggi agli abiti ed al sussiego tu prenderesti per uno stipettajo: ha in capo lo stajo[223] nuovo e luccicante, indossa la falda nera, e una cocca del fazzoletto bianco si affaccia alla tasca. Il suo figlioletto, con la gala smerlata e la cintura di pelle fiorita, va innanzi battendo i tacchi e recando in mano un grande involto di carta. Maestro Giuseppe, che le male lingue (ve ne sono per tutto) vogliono tassare[224] d’un po’ di boria, dannosa in ciascuno e massime in un artigiano. Maestro Giuseppe sta rimpettito, e saluta a gote gonfie i vicini che gli pajono da meno di lui.... Ciò non sta bene, maestro mio, perchè si potrebbe credere che la taccia di borioso fosse fondata. — Oh! maestro Giuseppe ha comperato il pasticcio, — dice uno. — Si fa celia! — soggiunge un altro, — gli ha a desinare il Cursore del Commissariato! Chi è per lui? — Maestro Giuseppe mette la chiave nell’uscio, ordina al figliuolo che zitto zitto vada a nascondere in bottega l’involto accanto alle bottiglie comperate la sera innanzi, perchè vuol fare uno scialo, uno spolvero[225] da suo pari; e sale su.
Quanta gente! quanti evviva! Chi lo chiama cognato, chi zio, chi babbo, chi nonno, e tutti lo accerchiano e lo assordano, col suono della voce e col battere delle mani. Egli diventa due dita più alto, si rasciuga il sudore col fazzoletto bianco, sparge i confetti alla turba dei nipotini, e poi va in camera, e la moglie dietro, per ajutarlo a levarsi e ripiegare il vestito di gala.