— Dunque, con te sarà un’altra cosa.
— Eppure qualche volta brontola anche con me.... Io non credo di dargli motivo; e mi studio di far sempre il mio dovere; ma vo’ lo sapete.... È fatto così: e’ piglia fuoco per un’inezia. Nonostante, figuratevi! non ci penso nemmeno. Cioè.... per un verso mi dispiace, perchè quando s’accorge d’avere sbagliato, mi chiede scusa; mi fa piangere di tenerezza.... Insomma si piange tutt’e due, e bell’e finita. Allora mi vuol più bene di prima. —
Dopo questi discorsi, la Maria che scodellava la minestra, e s’era tutta consolata a udire i padroni lodarsi di lei col figliuolo, esclamò: — A tavola, a tavola! La minestra si fredda.
— Evviva la Maria! — disse Nisio facendole festa. — Te ne farò onore davvero! —
Ecco un altro desinare; ma quanto diverso da quello di maestro Giuseppe! Un buon lesso ed un bel cappone, pane e vino quanto volete, e la contentezza nell’anima. Esempio della frugalità degli antichi artigiani fiorentini, di quelli stessi che allora erano popolo, e fecero inalzare la cupola di Brunellesco.
II. — Il giorno dopo Capo d’Anno.
Il giorno dopo, maestro Giuseppe alle nove precise era nell’anticamera del Commissario.[231] Il suo stesso cognato cursore, il quale jeri s’era lautamente pasciuto in casa sua, per vendicare la sorella di certe busse toccate dal marito la sera del banchetto, aveva staccato e portato da sè medesimo il precetto.[232]
Il falegname aspettò due ore prima di poter passare. Sventuratamente accade che nei giorni i quali precedono le solennità si trova, per cagione dei vanesj e degl’intemperanti, maggior folla nei botteghini del giuoco, ai fondachi, ai vinaj, ai pasticcieri, e nei giorni susseguenti sono piene le udienze dei commissarj e le carceri: gli effetti tengono sempre dietro alle cagioni. Ma il povero maestro Giuseppe che aveva sempre la testa invasata dal vino, con una bella dormita si liberò dalla noja dell’aspettare. Finalmente fu svegliato, andò a udienza, vide l’aspetto minaccioso del Commissario, udì le accuse, i rabuffi, e.... per mala sorte, scordandosi dove e con chi era, rispose a traverso, volle fare alto là, e la cosa divenne seria. Il pasticcio e le bottiglie, come potete immaginarvi, erano stati la pietra dello scandalo; ma non potendosi mettere in carcere nè i pasticci nè le bottiglie, toccò a lui ad andarsene in gabbia. Se avesse avuto il tempo di smaltire la balla,[233] questo non sarebbe accaduto; ma il cognato fu troppo sollecito, e il Commissario non sapeva o non pensava di parlare con un fiasco e non col cervello d’un uomo.
Quando la moglie seppe che il marito era al bujo,[234] disperata e invelenita venne ad aspra contesa col fratello; e dopo un casa del diavolo da non si dire, non fu cercato altro ripiego che quello d’ungere il chiavistello della segreta, supponendo che si potesse aprire innanzi il tempo senza fare strepito.[235] Ma ancora che questa supposizione fosse stata ragionevole, non si trovò chi potesse prestare un soldo; tutti s’erano ridotti al verde. Il povero maestro Giuseppe dovè battere i denti tutta la nottata; la moglie abortì pel rimescolamento e per l’arrabbiatura; il figliuolo ebbe una colica d’indigestione e una malattia di venti giorni; i creditori, dubitando che lo sventurato falegname navigasse per perso, vollero esser pagati addirittura per non rimanere al naufragio; sicchè il cappello nuovo, la giubba, e inclusive certe poche masserizie di casa andarono in fumo. Dopo qualche mese la disgraziata moglie aveva preso il suo posto a chiedere l’elemosina sotto le loggie dell’Annunziata, e Giuseppe, di maestro divenuto garzone, stentava un meschino salario.
Dalla casa di faccia ecco uscire il giovine Nisio, e i suoi vecchi e la Maria dirgli addio anche dalla finestra.