Della pace e dell’amor.
Intanto s’accostava alla casuccia un giovine frettoloso. La fanciulla balzò alla finestra, lo riconobbe, e dopo avere avvisato la mamma, corse ad aprire. Quel giovine era più lieto del solito; ella se ne accorse appena gli ebbe rivolto un’occhiata amorosa; e battendo le mani: — Buone nuove! — disse alla mamma.
Beppe era un artigiano, non bello, ma d’aspetto sereno, piacevole, sincero e dignitoso; era vestito con semplicità e lindura. Le parole e gli atti manifestavano la bontà del cuore, un affetto virtuoso e una buona educazione. Dopo aver salutato l’inferma, zitto zitto e sorridendo prese il lume, s’accostò al letto, e si trasse di tasca una lucida medaglia. Le donne la guardarono con subita maraviglia.
— Michelangiolo! — esclamò la fanciulla, leggendo il contorno. — È il premio? Così presto! Davvero? — Beppe guardando il cielo, e accostandosi la medaglia al petto, esclamò:
— Dio m’ha assistito!
— Ma tu non me lo dicesti — soggiunse la Nina — che il giorno dei premi era così prossimo!
— Se non mi fosse toccato...! — rispose Beppe — chi sa quante ore di penosa incertezza per voi. — La povera inferma piangeva dalla consolazione, abbracciava ora il giovine, ora la figliuola, e giugnendo le mani, invocava su loro la benedizione del Cielo. Immaginiamo le venerate e severe sembianze del Buonarroti, i volti lieti, l’amore, le speranze ed il giubbilo di chi le contemplava, e lasciamo quella coppia felice a godersi i piaceri d’un amore virtuoso.
Presa la via delle mura, mi trovai alla porta delle Cascine. Vidi un chiarore insolito, e la gente accorrere ed affollarsi; e finalmente ecco le torce e la compagnia della Misericordia ed il cataletto. Portavano allo spedale un disgraziato giovine calzolajo, il quale, per ribadarsi[269] da un soldato a cavallo, che faceva largo alle corse degl’Inghilesi, era rimasto sotto una carrozza, e s’era rotto una gamba!
Il Teatro.
Era già bujo, e il cielo rannuvolato minacciava un rovescio. Passando di Via Palazzuolo, udii più qua e più là ragionare di commedia e dello Stenterello che recitava nel vicino teatro di Borgognissanti;[270] ma quasi tutti rattenuti dal cattivo tempo dicevano esser meglio di stare in casa, di risparmiare quel mezzo paolo,[271] e per minor consumo di lume, andarsene a cena e a letto. — Vi lodo; — diceva un uomo ad alcuni giovani artigiani — tanto il teatro non è necessario; e poi in oggi non rappresentano altro che scempiaggini, e si va a rischio di impararvi piuttosto il male. Lo Stenterello si butta a fare solamente scioccherie o sconcezze, e tutti spettacolacci d’assassini, di spiriti folletti.... È una vergogna. Andateci di rado, o soltanto allorchè siete certi che la commedia sia buona, non scipita nè immorale; e quando tale non fosse, meglio sarebbe sempre starsene a casa a far qualche briccica o a leggere qualche libro utile. Soprattutto poi badate bene di non vi condurre ragazzi! Lasciamo stare che le scelleratezze o le inezie indecenti, dannose a tutti, per loro sono pessime; ma la platea! Oh che poca educazione! quante magagne, che licenza, figliuoli! A tempo mio.... non dirò.... gl’imprudenti vi sono sempre; ma ora.... che si fa celia? Si parla di tutto, si sparla, si dà noja.... Insomma io sono rimasto scandalizzato.... E credo che questo dipenda appunto dalle cattive lezioni che vi si danno. Chè se la commedia fosse come m’intendo io, gli spettatori si comporterebbero altrimenti. Ma.... che cosa volete? Gli ostacoli per avere un buon teatro sono troppi! So io quel che dico.... — Pareva che quei giovani gli menassero buone le sue querele. Uno di essi che si allontanò prima degli altri, appena ebbe scantonato[272] videsi venire incontro una povera vecchierella. E’ la conosceva, e le domandò: — Come sta egli oggi Tonino?