— Dunque sentiamo.
— L’abbia da sapere, che un anno, io era sempre ragazzo, l’alidore dell’estate durò tanto in questi paesi, che uomini e bestie incominciarono a patire una sete da morirne. Noi abbiamo un buon pozzo; e mio padre, la può figurarsi, lo lasciò aperto a tutti. Venivano ad attingere acqua di lontano due o tre miglia, e perfino alcuni del castelletto, perchè anche lassù, levato del pozzo dello speziale e di quello del pievano, gli altri erano asciutti; e quei due non bastavano al bisogno. L’avaro ha una gran cisterna, un buon pozzo, due vasche nel giardino; e in casa non v’è che lui, un abatino che dicono suo figliuolo o suo nipote, una donna, un servitore, e due cani per guardia. Sicchè acqua ne avevano d’avanzo, e anche la cantina molto ben provvista di vino! Ma che? sempre chiusi. I poveri assetati potevano picchiare, raccomandarsi, cadere rifiniti a piè della porta.... Se non erano suoi contadini, non potevano sperare d’avere nemmeno una stilla d’acqua. Povera gente! tra il patire che facevano e la paura dei cani, quando s’erano raccomandati perfino piangendo, ma inutilmente, se ne andavano, e allora tornavano a casa nostra, dove, finchè il pozzo ebbe un fil d’acqua, mio padre la spartì con quanti si presentavano. Tre volte almeno si calò giù ad affondarlo, levando i sassi a uno per volta, per non intorbare la poca acqua che v’era; e poi, scavando più qua e più là lungo il torrente, gli venne fatto di rinvenire due o tre polle che davano pochi sorsi in un’ora; ma sempre meglio qualche cosa che nulla. La può figurarsi le benedizioni che davano a mio padre, e le maledizioni che scagliavano contro l’avaro. Ma il babbo li riprendeva, dicendo: — Compiangetelo! egli è più infelice di noi! Non ha altro Dio che l’oro, e vive sempre col tormento della paura e del rimorso!.... — Alcuni più arditi, quando la disperazione fu al colmo, fecero udire feroci minacce.... E mio padre: — Sciagurati! colui col negare di dar da bere agli assetati commette un delitto; vorreste voi commetterne uno maggiore con usare violenza, con chiedere sangue perchè vi vien ricusata l’acqua? Se giungeste mai ad estorcerla a questo prezzo, la si convertirebbe in veleno! — Insomma si può dire ch’ei gli salvasse la vita più volte. Finalmente, vedendo la mala parata,[294] una mattina mio padre andò alla casa dell’avaro; picchiò due, tre volte; non gli volevano aprire: ma tanto fece, che giunse a parlare al padrone, e addirittura gli disse che avrebbe fatto bene a permettere che i poveri assetati attingessero acqua al suo pozzo. Colui a giurare e spergiurare che pozzo e cisterna erano più asciutti del forno. Non era vero. Mio padre con buona maniera, con pazienza, a raccomandarsi. — Se non volete gente sconosciuta per casa, date a me un barile o due dell’acqua che avete in abbondanza, lo so dicerto, e io penserò a distribuirla; e niun altri passerà la soglia di questa porta. — Il bir.... colui sempre duro. Mio padre ebbe a venir via, perchè non volle essere messo a punto di fare quello, che avrebbe biasimato se fosse stato fatto da altri. Venne via, e stette male, proprio male qualche ora, per la violenza che aveva dovuto fare a sè stesso per frenarsi. Il giorno dopo, come Dio volle, il cielo si rannuvolò, e presto una buona pioggia venne a liberarci da tante tribolazioni. Io non le so dire le feste che tutti facemmo. E questa buona gente venivano con le lagrime agli occhi a ringraziare mio padre.... Ma sa di che cosa lo ringraziavano con più fervore? Non già d’avere spartito la nostra acqua con chiunque veniva a chiederla; ma sì d’averli con tanta costanza dissuasi dal commettere un atroce delitto. Avevano patito con rassegnazione, e perciò godevano tutta intera la gioja di vedersi liberati da quel terribile flagello.
Passarono pochi giorni, e nissuno pensava quasi più alle sofferte tribolazioni, quando mio padre, verso sera, volgendo a caso gli occhi dalla parte di quel casamento, vede escire un gran fumo dal fienile: fumo e faville; si mette in sospetto; poi ode alcune grida, e in breve s’accorge che il fienile dell’avaro aveva preso fuoco; e l’incendio era tanto accosto alla casa, che senza pronto soccorso le fiamme avrebbe potuto ridurla in cenere. Subito corre con noi al borghetto, e trova lì sulla piazza gli uomini che se ne stavano impassibili a guardare il bruciamento, come se fossero stati fuochi d’artifizio. — Figliuoli, — esclama, — che cosa state a fare? Animo! Chiedono soccorso, non li sentite? Andiamo! — Ma nissuno si moveva; e vi fu chi disse: — O l’acqua che non volle dare agli assetati non l’ha? Spenga il fuoco con quella. E se vuol bruciare bruci! Noi l’abbiamo patita l’arsura della sete? Provi ora un po’ lui! — e simili altre parole. Mio padre acceso di collera: — Tacete! gridò con una voce da far paura. Vergognatevi! Chiunque si sia, è un disgraziato che chiede soccorso. Così ringraziate Dio della provvidenza che vi concede? Se non volete venire voialtri, animo ragazzi, volgendosi a noi, venite meco, faremo quel che potremo. — E via a casa a prendere l’occorrente. Che cosa vuole? Tutti ci vennero dietro, quali con bigoncioli, quali con secchie, brocche, accette, pale.... Mio padre fece prendere ai più svelti scale, funi, tutto quello che gli parve potesse abbisognare. In un attimo fummo lassù in trenta o quaranta persone; e sotto la direzione del babbo incominciammo a gettare dove acqua, dove terra, a demolire il fabbricato per troncare la strada alle fiamme. Per farla breve, in meno d’un’ora l’incendio era soffocato, e non accaddero disgrazie. Mio padre soltanto, perchè andava sempre innanzi, ne riportò alcune contusioni e bruciature, ma di poco rilievo. Colui e la sua gente s’erano rintanati in un casotto nel fondo dell’orto, tutti più morti che vivi; e sapemmo poi che avevano dovuto trascinare a forza il padrone di casa fuori del suo scrittojo, al quale senza il nostro soccorso il fuoco si sarebbe comunicato di sicuro. L’avaro avrebbe voluto piuttosto morire nelle fiamme, che lasciare il suo scrigno. Anche allora, sa ella? anche allora i nostri buoni vicini ringraziarono il babbo d’aver dato loro l’esempio, e se ne tornarono a casa, contenti d’aver fatto una buona azione.
— Va bene. Ma lo spietato avaro, — dissi io a Nanni, — sarà poi venuto a ringraziare tuo padre?
— Ei non esce mai di casa che sono molti anni, — mi rispose il giovine secco secco.
— Avrà mandato qualcuno....
— La non mi faccia dire altro.
— Ma perchè? Hai tu paura di narrarmi il resto? Che cosa avvenne? Sentiamo.
— Che cosa avvenne? — e fremeva di sdegno. — Mio padre vorrebbe che lo avessimo dimenticato: crede anzi.... Guai se sapesse che io!...
— Ma via!