E le medesime cose, con altre parole, ridissero più d’una volta, venendo sempre alla medesima conclusione, finchè non furono arrivati alla Lastra a Signa, dove il marito della zia, era giorno di mercato, gli aspettava, perchè maestro Cecco gli aveva già mandato scritto ogni cosa.
Sandro, con la sincera cordialità d’un onesto campagnuolo, fece ai nipoti un visibilio di feste, montò sul suo cavallo, e presero insieme la strada di Malmantile, discorrendo lietamente del più e del meno. Arrivati presto alla salita, anche l’Anna volle scendere di calesse; e allora i modi gioviali di Sandro e la vaghezza del luogo la distrassero alquanto da’ suoi dolorosi pensieri.
La strada, serpeggiando lungo un torrente, saliva su ripida ripida, framezzo ad amene collinette, in parte coltivate a vigneti, in parte rimaste selvatiche. Dopo un bel tratto di verdeggiante e popolata pianura, quel luogo svariato, un po’ solitario ed alpestre, diveniva anche più gradevole; e il cielo sereno, l’aria purissima, la fragranza delle piante aromatiche, le ginestre e le scope fiorite accrescevano la bellezza della campagna e il diletto di passeggiarvi.
Dopo aver salito alquanto, ecco l’orizzonte a poco per volta farsi più largo; e a destra, sull’opposta riva dell’Arno, sorgere in lontananza le pittoresche cime d’Artimino, di Pietramarina e di Montalbano; a sinistra i gioghi della Romola, e di faccia di quando in quando il castello di Capraja, o la veduta dell’Arno, o una porzione della pianura Empolese. Dove la campagna montuosa apparisce meno fertile e meno coltivata, in quella vece fanno più spicco le collinette scoscese, e le fettuccine di terreno verdeggiante messe a frutto più qua e più là dall’industria; e l’occhio è ricreato grandiosamente dalle vedute di molte miglia di paese lontano, dallo spettacolo delle boscaglie di pini che incoronano i monti slanciando le folte chiome nell’azzurro del cielo, e dai gioghi maestosi dell’Appennino che in maggior lontananza incorniciano il quadro.
— Beato voi, — esclamava Michele verso lo zio — beato voi che vi godete quest’ameno soggiorno lavorando la vostra terra! Noi altri sempre laggiù in quel catino, imprigionati fra le case, spesso affogati nella nebbia, e poi e poi.... non vo’ dir altro! No’ siamo proprio disgraziati!
— Eh giovanotto mio, — rispose il contadino con un sorriso — tu’ di’ bene, ma questa bell’aria costa dimolti sudori per chi deve campare della propria fatica.
— L’è la vostra salute.
— I’ vorrei che tu fossi quassù a’ solleoni per le faccende, o agli stridori del verno, o quando tira la tramontana, che ci rammonta la neve sull’uscio e ci leva di peso dal focolare.
— Vo’ ci siete avvezzi; e se vo’ aveste a lavorare la terra di un padrone, forse direi!... ma per il vostro poderetto dove nissun altro comanda, tutte le intemperie si possono tollerare più volentieri.
— O rimediala quando l’annata va a traverso! E che dopo esserci sbonzolati,[46] bestie e cristiani, su per que’ greppi, un alidore brucia le grasce in erba, o, arrivati alla falce, un diluvio ce le atterra; quando una percossa di grandine ci sperpera l’uva, o quando un turbine di vento ci porta via l’ulive bell’e annerite! Avendo da rifarsi con altre terre, pazienza; ma chi ha solamente quattro zolle?...