— Niente paura! Dopo il cattivo ne viene il buono. Un’annata d’abbondanza vale per tre di penuria.

— Ma voialtri non avete questi timori: il lavoro a chi sa fare e a chi ha voglia non manca mai; ed ogni sabato vi viene snocciolato il vostro salario.

— S’i’ mi lamentassi per me, mi parrebbe di mormorare della Provvidenza; ma gli è anche vero che la legatura perpetua non conferisce, e dà più fastidio di tutte le stravaganze delle stagioni. Io, vedete, i’ starei a patto di non toccar mai la palla d’un quattrino,[47] purchè la zappa e la vanga mi dassero il campamento all’aria aperta.

— Vuo’ tu fare a baratto?...

— Insomma, — interruppe l’Anna ridendo — vo’ mi volete far credere anche voialtri che in questo mondo non ci sia bene per nessuno. Io poi, ve l’ho a dire? mi ricordo delle parole del babbo: Chi si contenta del proprio stato sta bene per tutto.

— E ha ragione! — risposero gli altri ad una voce.

Del resto, nessuno de’ due interlocutori era indiscreto, nè avrebbe osato rammaricarsi sul serio. Ma è troppo naturale al cittadino innamorarsi delle bellezze campestri, e al campagnuolo vagheggiare i comodi della città; perchè, lasciando stare tante altre ragioni, chi visita per poco o quella o questa, ne vede solamente il meglio. Nondimeno i’ mi sarei messo dalla parte di Michele a preferire la campagna e l’agricoltura. La semplicità del vivere che molto giova ai buoni costumi, per dirne una, vale assai più di tutte le agiatezze cittadinesche che sì facilmente li depravano.

Già erano pervenuti i nostri viaggiatori sotto la diroccata bicocca di Malmantile, resa tanto celebre da quel bizzarro ingegno del Lippi,[48] quando videro venirsi incontro tutte giulive la moglie di Sandro e le sue figliolette. Figuratevi le accoglienze amorose, gli amplessi ed i baci! Le donne non s’erano viste da molto tempo, e quello sfogo d’affetti veniva propriamente dal cuore. Attraversando alcuni campi, giunsero a casa dov’era già apparecchiata la mensa. Michele si trattenne quanto occorreva per rifocillarsi e per far riposare il cavallo, e poi gli convenne tornare sollecitamente a Firenze. Nè le istanze di tutti, perchè si trattenesse dell’altro, nè le seducenti bellezze della campagna, valsero a fargli scordare il proprio dovere.

In quel luogo ameno e tranquillo, in compagnia di gente proba, lieta, operosa, l’Anna avrebbe potuto riaversi; e chi l’avesse vista corrispondere con serenità alle attenzioni degli zii e delle cugine, avrebbe creduto che il suo animo fosse privo d’afflizioni. Ma vo’ potete immaginarvi se v’era da starsene alle apparenze! Come dimenticare così subito un affetto nutrito per lungo tempo, sebbene la cagione di levarselo dal cuore così all’improvviso non fosse stata sua? E quante dolci speranze perdute a un tratto? E che rammarico doloroso d’un inganno durato tanto! Poi la passione de’ pericoli ai quali si trovava esposta la sconsigliata amica, e più che altro il considerare il dispiacere del fratello che vedeva andare in fumo una cara speranza. Che anzi le bellezze della campagna, la contentezza che traspariva dai volti de’ parenti affettuosi, e la grata vista d’una famiglia governata dall’amore, e nella quale la temperanza, la semplicità e la voglia di lavorare producevano beni molto preferibili alle ricchezze; tutto ciò produceva nell’Anna un doloroso contrasto col suo stato presente. Quante volte la s’era figurata anch’essa di dover godere della medesima pace, di vedersi crescere d’intorno una famigliuola sua propria, e d’accogliere in seno affetti nuovi e puri e soavi e costanti!

Ora non più! Tutto sparito come sogno. Sicchè dopo i lavori e le ricreazioni della giornata, quando la rimaneva sola nella sua cameretta, affacciandosi alla finestra per godere la vista del firmamento, le venivano giù in gran copia le lagrime, rattenute a forza per tante ore; ed il sonno non era più un dolce riposo per lei, ma il languido assopimento di chi è stanco di soffrire.