— Ragazze, non pensate a male. Io credo ch’e’ sian quattrini del lotto.

— Bene spesi davvero!

— Questo gli è un altro conto. —

E lì, e più lontano, il bisbiglìo e il cinguettìo durarono un pezzo. Una vecchia strucia,[78] più meschina e più tribolata di quante ve n’erano sulle case-nuove, che seminava cirindelli[79] da tutte le parti, che non s’arrischiava a mescolarsi nel cicaleccio con le altre, che sapeva pur troppo, per propria e dolorosa esperienza, a qual misero fine conducano gli spropositi della gioventù inesperta, guardò con lungo sospiro la coppia baldanzosa; e zitta zitta tentennando la testa si pose a passeggiare sotto gli alberi del prato.[80] L’Anna in quel tempo era a vespro, e pregava Dio per la prosperità del padre e del fratello.

Ora non vi starò a raccontare se la pappata dei servitori fu riboccante di squisite vivande! proprio da far gola ai più ghiotti parassiti dei loro padroni. Avevano fissato di gozzovigliare a bocca e borsa;[81] ma il vincitore dell’ambo volle metterci di suo la coda, una coda più lunga di quante e’ n’aveva pettinate a’ suoi giorni.

Dopo avere speso l’osso del collo, dopo essersi impinguati d’intingoli e di boria, tutta roba troppo indigesta, massime per chi non ci è avvezzo, i nostri amanti finirono la loro comparsa sull’imbrunire della sera. Vi sarebbe stata la voglia di far la chiusa col teatro o col ballo; ma era giocoforza sottomettersi ai doveri del proprio stato. E Cintio doveva lasciare la bella nella casipola del telaio, e levarsi i guanti bianchi per impugnare il pettine in un palazzo o in una locanda, e lisciare con la pomata i fintini delle signore anziane o le trecce delle novizie; gli altri erano aspettati chi dalla spazzola in guardaroba, chi dai cavalli nella scuderia. Già se la Maria avesse dovuto rimanere più a lungo striminzita[82] nel busto e fra i gangheri, si sarebbe svenuta. Inoltre le vivande rimpasticciate, i vini forestieri e artefatti, il caldo della stagione e la polvere avevano fatto impallidire il suo incarnato, e messole un’arsione da aver la lingua a mezzo la gola, con un frizzìo doloroso negli occhi. La vecchia.... Oh meschina! portatela a letto; vo’ non vedete come l’è sbalordita e rifinita dalla strepitosa scorpacciata? E poi nella quiete della sua cameretta nessuno vada a vederla quando non sia per porgerle assistenza, chè se lo strapazzo della gioventù malcapitata riempie l’anima di mestizia, la vecchiaia che si lascia trascinare dove non è chi sappia rispettarla, diviene anche ributtante. Dopochè la fanciulla si fu sciolta di quelle pastoie, ebbe bisogno di sdraiarsi sopra una seggiola. Costì fu presto travagliata dai languori di stomaco, da lunghi sbadigli, da giramenti di capo, e poi assalita da sonnacchioso sbalordimento; e allora le sopravvenne una confusa ricordanza dell’accaduto: messa da parte l’ambizione di comparire insignorita agli occhi delle vicine, e di esser da più delle commensali, la ritornò con la fantasia agli atti e ai discorsi di Cintio e dei servitori. Le sue orecchie avevano sentito come venisse straziato da costoro il dolce linguaggio nativo, e la verecondia le aveva fatto salire spesso sul volto le vampe del rossore. Per lungo tempo fu un delirio tra la sorpresa e il pentimento, un chieder perdono a Dio dell’aver sorriso come gli altri alle bestemmie, agli sfacciati equivoci, agli osceni racconti di quanto può inventare la feccia d’ogni paese a scapito dell’onestà e della modestia. E sempre più la postema cresceva! La non ebbe neanche fiato di moversi dalla seggiola; e il sonno era interrotto, soffocante, convulso, pieno di spasimi e di visioni. Ora le pareva di veder Cintio, con la faccia strafigurita e con orrido ghigno pigliarsi gusto di strapazzarla e d’incolpare lei sola de’ suoi proprj traviamenti; ora di comparire dinanzi a uno specchio e di ritrovarsi scarna, lividosa e nuda bruca mendicando misericordia in mezzo a una strada, senza potersi scansare dalle ruote di una carrozza o dalle zampe dei cavalli, e senza un filo di voce per chiedere soccorso. In quelle smanie una sola apparizione pietosa veniva di quando in quando a sorreggerla: il personale e i modi parevano quelli dell’Anna; ma il viso era coperto da un velo bianco, e se spirava un alito di vento per sollevarlo, i suoi occhi non potevano stare aperti: ma intanto l’enorme peso che le piombava sullo stomaco diveniva più leggiero, la saliva era meno amara, il respiro non tanto affannoso. In questo modo passò tutta la notte quant’ella fu lunga senza trovar mai pace di sè, e allo svegliarsi era pallida, rifinita, milensa. La fiaccona e la svogliatezza durarono più giorni; il buon umore, le ciarle e i progetti di Cintio non bastavano a darle sollievo; ma cominciando egli a mostrarsene infastidito ed a rampognarla, bisognò che almeno la facesse le viste d’essere allegra. Col fingere, a poco per volta la riprese il solito brio, e la giovinezza le tornò a rifiorire le gote.

Del resticciòlo della vincita non ne fu fatto quell’uso che la vecchia e la Maria s’erano figurate. Chi si mette addosso gli ori e la seta non la finisce più; improvvisamente scappa fuori il bisogno di tante altre brìcciche[83] da far seguito; chè dopo la prima spesaccia non siamo a nulla. Come quello che principia a murare in sull’angolo d’una casa: È stato fatto il più; si può fare il meno, e spesso il meno, alla fin de’ conti, viene a costare il doppio del più. — Ormai il vestito c’è: che s’ha a buttar via? L’ho portato una volta che non ha a veder più lume? E’ direbbero ch’e’ non era mio, o che non l’avessi pagato, o che il Presto[84] ci servisse di guardaroba. Dunque tiriamo via. Quel che ci va ci vuole; e’ s’intende! la casa coll’orto.[85] — Ma il più essenziale, che sarebbe il giudizio, non è mai messo in capo di lista: e’ viene in ballo al tirar delle tende, quando s’arriva all’ergo di pagare; ma allora è tardi, ed è seguito dal pentimento che è una compagnia bella e buona per chi può scialare, non già per quelli che non hanno da rifarsi. Nello stesso tempo la fanciulla, per quell’impasto di vanità, di buon cuore e d’inesperienza che l’aveva fatta capitar male, s’assuefece a vedere con meno ripugnanza i compagnoni di Cintio. Inoltre quelle persone che a prima vista non ci vanno a’ versi, a forza di machia,[86] di baciabassi,[87] di studiate cortesie, di sfrontatezza e d’elogi smaccati, adagio adagio entrano in grazia a chi non ha esperienza de’ loro costumi e a chi si lascia infinocchiare da’ loro ammennicoli. E poi, lasciate fare alla servitù vagabonda di certi forestieri libertini ed oziosi, che si danno l’aria di signori splendidi e ragguardevoli scialacquando nei vizi i doni della Provvidenza; che presumono d’arricchire un paese spargendovi oro, mal esempio e debiti! Questa servitù, con l’arroganza dello schiavo che si rende necessario al padrone e che si sottomette volontariamente a’ suoi capricci, con la finzione che pare sincerità, con certa insensibilità ciarliera che passa per tenerezza di cuore, s’invernicia l’anima come le scarpe dall’aver di continuo sott’occhio quell’artefatta gentilezza, colla quale sanno mascherarsi i padroni per usurpare la stima dovuta al merito di coloro, chè senza dubbio ve ne sono, i quali anche fuor di patria sanno farsi onorevoli con la virtù, con l’ingegno e col buon uso della ricchezza. Chè anzi la povera Maria, credula alle immaginazioni di Cintio, il quale si figurava di doversi acquistare riputazione e ricchezza bazzicando le locande e stando dietro ai servitori di piazza, si compiaceva di quest’abiezione del suo amante. Nello stesso modo la vanità e la bassezza d’animo conducon talora anche le persone, così dette, d’alta sfera,[88] a passar coi forestieri i limiti dell’ospitalità doverosa, corteggiandone l’albagía ruvida o raffinata, imitandoli a guisa di scimmie in tutto e per tutto, rinnegando perfino i costumi, le inclinazioni e la lingua del proprio paese, quasichè si vergognino d’appartenere a una patria, della quale, operando così, senza dubbio diventano indegni.

Questa correntezza trascinò la sconsigliata tessitorina sull’orlo d’un precipizio, dal quale per buona sorte scampò come per miracolo, senza che la s’accorgesse nè punto nè poco della grandezza del rischio. Più di tutti gli altri faceva premure, feste e finezze tragrandi agli amanti un certo cameriere, non saprei di qual nazione, perchè taluni a forza di mutar padroni e usanze e paesi perdono ogni vestigio della loro origine. Costui era uomo di età matura, si dava l’aria di protettore e d’uomo che la sa lunga, aveva sempre in bocca il risettino obbligato, era il caporione e l’oracolo d’ogni comitiva, e pareva un fior di senno; vestito con molta lindura, in giubba nera e in corvattone: anelli massicci alle dita, catena d’oro, ripetizione e occhialetto; e sempre gaia la borsa, da fare alla palla delle monete.

Il suo linguaggio era un guazzabuglio di parole prese da un visibilio di paesi, ricucite a modo suo, da muovere spesso alle risa o piuttosto a dispetto; sgranava una guardatura fissa e penetrante, ma sempre a sghimbescio, e gli atti poi erano melati, svenevoli, seducenti, come di coloro che si pigliano gusto di mostrar la luna nel pozzo a’ gonzi. Un giorno volle regalare alla Maria due paia di guanti sopraffini. La non gli avrebbe voluti; ma Cintio, considerando a parer suo che si trattava d’un uomo di proposito, non ci trovò alcun male, e la obbligò a prenderli; e così d’alcune altre bazzecole di minor conto. Parlavano con lui del loro futuro matrimonio, ed egli voleva esser uno dei testimoni, far tutte le carte, e con un sorriso misterioso dava a divedere che avrebbe preparato un regalo co’ fiocchi. Venne il tempo delle corse degl’Inglesi alle Cascine. L’espettativa e i preparativi dei forestieri e de’ giovani eleganti del paese per quello spettacolo, il chiacchierìo che ne facevano i servitori e i cocchieri degli uni e degli altri, la curiosità degli sfaccendati e del popolo invogliarono anche la Maria ad andarvi; e il cameriere, come se avesse indovinato il suo desiderio, non richiesto le portò due nomine per salire col damo sopra un palco. Ma come fare ad approfittarsene senza potervi condurre la Lisabetta? Inoltre, e per l’appunto quel giorno, Cintio aveva avuto una chiamata da una signora forestiera in campagna, tre miglia fuor di porta. V’erano anche delle altre difficoltà, perchè la Maria non aveva così subito la roba da rivestirsi di tutto punto.... Insomma il donativo delle nomine riesciva inutile. Allora il cameriere messe innanzi un ripiego. E’ doveva condurre a veder le corse una sua zia, donna rispettabile al servizio d’una gran signora; e avrebbe avuto il comodo della carrozza. Dunque ecco la compagnia per la fanciulla, ecco levato di mezzo il maggiore intoppo. Pel vestiario ci voleva poco: la stagione permetteva un abbigliamento semplice; con piccola spesa e in un batter d’occhio era provvisto a ogni cosa. La Maria, sebbene smaniosa di veder quelle corse, nondimeno aveva una certa repugnanza a cedere a questi accordi. Ma Cintio messe in campo tante ragioni, che gli riuscì di persuaderla a fare a modo suo e dell’amico. Quindi se n’andò in campagna che già la fanciulla era vestita, e aspettava il cameriere con la zia e con la carrozza. Ma aspetta aspetta, nissun venne. Passò un’infinità di carrozze, di gente a cavallo, di curiosi; furon fatte le corse, tutti tornarono dalle Cascine; e infine anche Cintio tornò dalla sua gita in campagna. Appena la Maria e la Lisabetta gli ebbero fatto sapere come colui avesse mancato di parola, Cintio che era trafelato, e aveva un diavolo per capello, raccontò come dopo aver fatto a gambe tre buone miglia fuori di porta, e aver girato non so quanto per que’ dintorni in cerca della villa, nissun gliel’avesse saputa insegnare, e alcuni a vederlo così sperso, sbalordito, come uno venuto di Val di Strulla,[89] e con quella eleganza tutta malconcia dalla polvere e dal sudore, avessero malignamente preso a canzonarlo. E come raccapezzarsi in questa faccenda? Il parrucchiere andò subito alla locanda, e seppe allora che quel cameriere ed il suo padrone erano spariti, e che la polizia era in cerca di loro, ma troppo tardi; e correva voce che nella notte passata, in un palazzo dove si teneva occultamente un gioco rovinoso, quello stesso forestiere avesse fatto una vincita esorbitante e sospetta. Cintio sbigottito cercò di mostrare indifferenza a questa notizia, perchè altri non ricavasse cattive induzioni dalla sua amicizia col cameriere; ma almeno qualche beffa anche per questo gli venne addosso. Poi ripensando tra sè e sè ai regali, alla villa negli spazj immaginarj, alla finta zia, alle corse, dubitò dell’orribile tradimento che gli poteva essere stato tramato da quel ciurmadore, se la necessità di affrettare una fuga non l’avesse per avventura mandato a vuoto; e gli convenne intanto almanaccare una filastrocca di fandonie per levar di sospetto la Maria. Il giorno dopo ne seppe dell’altre, che gli fecero conoscere con più evidenza il pericolo che aveva corso; ma credete voi che questa lezione gli servisse? Ahimè! Diciotto di vino,[90] diceva il lanzo:[91] e quand’uno ha perduto la bussola e s’è lasciato abbacinare gli occhi dalle apparenze, è molto difficile che si ravveda. Infatti presto dimenticò l’accaduto; proseguì a praticare i soliti gabbatori, che per lo meno si burlavano poi della sua vanità e delle sue baggianate; e intanto veniva l’inverno e crescevano le conoscenze per l’aumentata affluenza degli stranieri, e con esse le occasioni di nuovi spassi e di nuove spese, prima ch’egli avesse pensato con fondamento a metter su bottega e ad accasarsi, non ostante le esortazioni della giovane e della vecchia. E’ badava a traccheggiare e a mandarla in lungo con un’infinità d’inciampi inventati, di pretesti, di scuse; e assicurandosi sempre sopra mille speranze senza fondamento, gli riusciva di trattenere la loro impazienza e di far chetare la Lisabetta quando voleva dir qualche cosa fuor de’ denti.

Tra’ signori arrivati a Firenze da ogni parte della terra in quell’anno, ve ne fu uno spropositatamente ricco, e quanto mai si può dire pazzamente prodigo e dissipato. Costui mutando in veleno per gli altri i doni gettati nelle sue mani dalla fortuna, conduceva seco per istrascico una ciurma di mangiapani, un branco di bestie e di servitori d’ogni razza e d’ogni paese, come quando il turbine mena seco la spazzatura a mulinello ne’ crocicchi delle strade. Qualche migliaio di poveri schiavi s’arrapinava tutte le ore del giorno in mezzo agli stenti per riempirgli ogni mese lo scrigno, e cento paia di granfie di libertini tornavano ogni mese a vuotarlo. — Ecco una provvidenza, — dicevano coloro che vivendo la maggior parte dell’anno in ozio vituperevole aspettano il tempo dei facili e spesso illeciti guadagni.... — Beata la città che gode di queste grasse entrate! — Ma Giotto, Brunellesco, Michelagnolo e cento poi, non crearono tante maraviglie di belle arti perchè i posteri ne facessero mercimonio col mostrarle ai vagabondi che non le intendono o che le sbeffano; bensì le lasciarono a testimonianza della magnanimità d’un popolo libero e vigoroso, che sapeva arricchirsi con nobili industrie, onorare di generosa ospitalità gli stranieri amici, e difendere i costumi e le mura di casa sua dalle pessime usanze o dalla mala signoria de’ nemici. Nè voi, patrie colline, di tanta vaghezza vi rivestite sotto l’azzurro d’un cielo sereno per divenire raddotti di lascivie per lo straniero!