Cintio ebbe subito che fare con alcuni del seguito di costui; e gli parve d’esser saltato a piè pari nel paese della Cuccagna.
Un vasto palazzo, di bella architettura, casa una volta di rinomata famiglia spenta con la Repubblica,[92] bastò appena a contenere tutta quella corte babilonica; e subito sotto gli occhi dell’usuraio, che se l’era acquistato chi sa come, le pareti splendide d’antiche e di gloriose pitture, adorne di venerate immagini o d’arazzi maravigliosi furono qua e là sfondate con barbarica furia, o imbrattate coi moderni frastagliumi d’un’arte bastarda, per adattare al gusto ed agli usi del forestiere una dimora ch’egli avrebbe abitato per pochi mesi. I vecchi ma suntuosi mobili adoperati dai padri della patria, le tele che sotto la polvere de’ secoli nascondevano bellezze squisite non conosciute, le statue di maestri celebri e di scolari più celebri dei maestri, ai quali forse mancò solo il testimonio d’un artista intelligente per meritare onorato posto nelle pubbliche gallerie, le pergamene ed i libri rimasti in preda dei tarli e dei topi, ma forse ricchi di sapienza e di storia, tutto ciò insomma che vi poteva essere di più venerando fu cacciato e ricacciato alla rinfusa in oscuri ripostigli; le stanze consacrate agli affetti di famiglia divennero luogo di profanazione; e i terreni e le loggie dove un tempo il cittadino ragguardevole discuteva le pubbliche faccende sotto gli occhi del popolo, o mercatava le ricchezze dell’Oriente e dell’Occidente, furono imbrattati dalla greppia e dallo strame dei cavalli, dai covili dei cani, dalle ruote delle carrozze. Forse una zampa ferrata percoteva sciupando quel pavimento dove uno dei Ghirlandai si prostese a disegnare con la brace le prime ispirazioni dei suoi dipinti, o dove Dante sedette a colloquio, non già per servile diletto del ricco padrone, come fecero molti poeti di tempi più corrotti, ma per isvolgere ed invigorire in esso le virtù del cittadino. Così uno sbruffo d’oro gettato con alterigia nelle mani dell’ingorda ignoranza bastava a convertire in bordello un tempio, dove i secoli accumularono le reliquie della gloria nazionale. Invano ne muovon lamento o rimprovero il dotto che le tiene in venerazione conoscendone l’importanza, l’artista che sa pregiarle e valersene pe’ suoi studj, il poeta che ne trarrebbe magnanime ispirazioni: la loro voce non suona come lo scrigno impinguato dalle ricchezze d’un nuovo mondo che gl’Italiani aprirono e donarono ad altri popoli; e la santa verità degli affetti che cosa vale dirimpetto agli argomenti inumani dell’avarizia?
Uno de’ primi regali del ricco straniero fu la festa di ballo in maschera con apparecchio d’inaudito sfarzo, con profusione di rinfreschi e di vivande, e con larghissimo invito. Già gli sfaccendati che erano accorsi a strisciargli la riverenza avevano ammirato le sue carrozze, le magnifiche pariglie, i tanti servi riccamente vestiti, il perpetuo va e vieni di signori, di negozianti, d’artefici al suo palazzo; i parassiti più allupati con la consuma in corpo e l’acquolina in bocca,[93] i più solleciti ad apparecchiare su tutte le prode, facevano la posta ai cuochi sul canto di mercato, e ronzavano leccandosi le basette[94] intorno alle finestre della cucina, tirati dall’odore come i corvi alla Sardinga;[95] e insomma il negozio[96] di quella festa faceva strepito dappertutto, ed era la più valida ragione messa fuori da alcuni per dare ad intendere che la città ricavava gran guadagno dall’oro de’ forestieri. Ma le spese fatte per insulsi godimenti e per ogni altra cosa superflua non accrescono la ricchezza d’un paese, poichè allora si tratta per lo più di consumare senza conclusione, vale a dire senza riprodurre. Lasciamo stare i danni che dai lucri troppo facili e inaspettati derivano spesso alla morale degli artigiani, quando non tutti resistono alla tentazione di abusare della larghezza di chi spende, assuefacendosi così alla malafede, e sdegnando poi le mercedi moderate secondo giustizia; e alcuni dopo le furie d’un lavoro abborracciato e ricompensato profumatamente, s’infingardiscono, scialacquano, e in poco tempo, o con desiderj smoderati o con svaghi intemperanti, sciupano il loro guadagno; lasciamo stare il mal esempio che i dissipatori vanno seminando col lusso sfrenato, con le mollezze fatte palesi a chi deve scoprirne per necessità del mestiere tutti i segreti; lasciamo stare l’insolente arroganza di chi ha il solo merito del denaro in casa d’altri, chè spesso ricchezza e sopruso sono fratelli. Ma pigliando solamente ad esaminare l’uso materiale della ricchezza, vedete prima quanto tempo perduto in opere infruttifere da chi si diverte a quel modo, e da chi deve preparare que’ divertimenti! E il tempo è il capitale che ha più valore di tutti gli altri. A ogni modo i mestieranti lavorano, voi dite, e saranno pagati; ma dal lavoro che hanno fatto, che costrutto ne ricava il paese? Un bel vestito che pe’ suoi guarnimenti avrà richiesto tre o quattro giornate di lavoro, e che dopo la festa di ballo non è più portabile, gioverà egli alla prosperità dell’industria quanto un arnese perfezionato per qualche manifattura utile a tutti? Le torme de’ servitori guadagnano e consumano; ma il tempo speso nello stare in un’anticamera o dietro una carrozza, e le forze adoperate per lisciare uomini, bestie, legni e pavimenti, producono certamente meno del tempo e delle forze che il contadino spende nel lavoro della terra. I molti cavalli destinati a trascinare un uomo solo danno guadagno ai mezzani e ai mercanti che li vendono; ma le loro forze, giacchè, povere bestie, sono condannate a servirci, darebbero qualche utilità, quando piuttosto fossero moderatamente usate a movere una macchina. Nella stalla d’un ozioso vi saranno più pariglie ben pasciute e oziose come il padrone, mentre un povero somaro scoppierà dalla fatica sul podere lontano, perchè il contadino che ci somministra il vitto non può mantenere altro che un povero somaro. Le carni, le droghe, i condimenti comperati per apparecchiare un sontuoso banchetto impinguano le casse de’ macellari, de’ negozianti, de’ pizzicagnoli; ma dopo molto strazio di roba per rendere più squisiti i sapori e più sostanziosi i sughi, ne escono pochi intingoli da stuzzicare un tardo appetito, e il resto satolla l’ingordigia dell’ozio subalterno, o va nelle fogne; mentre una povera madre non potrà allattar bene il figliuolo per mancanza di nutrimento sano, o l’infermo in uno squallido tugurio morirà senza che una stilla di gelatina abbia potuto bagnarli le labbra riarse. Ecco là un branco di cani ben cibati e bene alloggiati: che ci danno forse la lana come le pecore?... Dunque su questa terra non vi sono più poveri, e potremo moltiplicare senza bisogno le razze degli animali che non producono nulla, e dare ad essi il pane e le carni avanzate alle mense? Ah! finchè le migliaja patiranno la fame ed il freddo, finchè non sapremo procacciare il lavoro a chi lo chiede, o educare al lavoro chi vi repugna, i godimenti superflui e l’impiego dei capitali in que’ godimenti saranno spese contrarie alla prosperità d’un paese, perchè, dopo aver somministrato un guadagno passeggiero, inaridiscono la sorgente de’ salari. Il cattivo uso della ricchezza è sempre un delitto contro l’umana famiglia e contro la Provvidenza divina.
Intanto e pel forestiere che dava la festa, e pel suo corteggio e per gl’invitati padroni e servitori, i negozianti, le sarte, le crestaje si prepararono a far conti e a segnare spese e fatture su’ libri; gli usurai levarono da’ nascondigli i loro sacchetti per imprestar quattrini col pegno in mano e con mallevadoria più che sicura a chi ne avesse bisogno; e un visibilio di salari, d’elemosine, di pensioni, di lavori campestri, e via discorrendo, rimasero arretrati, perchè tutti non possono fare due spese in una volta; e poi, cava e non metti ogni gran monte scema. Lo credereste? anche Cintio che aveva già tuffato il romajòlo in quel calderone, e sperava a suo tempo maggiori bocconi,[97] anche Cintio trovò il modo di condurre a una festa di ballo la povera tessitorina.
I subalterni di seconda tinta, quelli senza titolo di barone o di cavaliere, servi anch’essi del ricco forestiere, ma non di camera nè di stalla, gente insomma di confidenza minuta, senza nome e giornaliera, avendo non poco braccio nelle faccende di quella baraonda, vollero dare una festa anche per loro e pei loro amici. Presero a pigione la sala d’una locanda, e l’addobbarono con lusso; dipoi una bell’orchestra, uno squisito banchetto, e suono a raccolta di tutto il fiore del servitorame. Cintio fu tra’ primi e de’ più desiderati, perchè valente ballerino e perchè aveva da condurre una bella compagna. Così la Maria, già da lui istruita nel valzer e nella quadriglia, avrebbe potuto una volta sfogarsi. Ma al solito, bisognava che la non fosse da meno delle altre nell’eleganza del vestiario; e questa volta mancava la vincita dell’ambo. S’erano industriati, è vero, e coi numeri della gogna,[98] e con quelli de’ più accreditati autori di cabale, e col libro de’ sogni, e con le visitine alla piazza del Carmine[99], e con le fattucchierie, e coi denari presi dall’usurajo bacchettone, ma non poterono cavar costrutto da nulla. Che cosa si stilla? Nè la sarta nè la crestaja voglion più fare a credenza. Inoltre la ragazza non sarebbe andata alla festa senza la compagnia della mamma, e così cresceva la spesa per mettere in ghingheri anche la vecchia. Cintio ebbe un bel dire, e portare esempi e stampar compensi; la Maria in questo tenne fermo. Pur troppo una benda funesta le s’era messa davanti agli occhi da un pezzo! Ma il naturale sentimento della propria onestà le incuteva sempre un utile ritegno, mantenuto anche dalla presenza de’ virtuosi pigionali, da quella generosa compassione di chi non cova rancore nè pensa a vendicarsi delle ingiurie, ma invece, se non può far di meglio, le dimentica e le perdona; di chi non mortifica con disprezzo, nè ammonisce con presunzione i traviati, ma piuttosto li richiama e li commove con l’esempio. La virtù dell’Anna era per la Maria un modello divenuto ormai troppo difficile ad imitare; ma avendolo sempre davanti, non poteva fare a meno di conoscerne la bellezza. Così il rozzo montanaro, che anch’esso ha avuto dalla natura occhi e affetto per ammirare la perfezione delle sue opere, sebbene gli manchi l’arte per ricopiarle, pur le contempla volentieri sulle tele e ne’ marmi, e gode in segreto che altri ve le abbia sapute ritrarre sì bene. Forse talvolta la Maria tornata in sè con lucido intervallo, ponendo il proprio stato a paragone di quello dell’Anna, e travedendo i pericoli a’ quali era esposta, si sarà abbandonata a quello scoraggiamento che ci fa dire: — Ormai non v’è rimedio; non si torna più indietro; nasca quel che sa nascere,[100] i’ voglio andar sino in fondo; — ma a vedere che i pigionali incontrandola a caso, non la scansavano con dispetto sprezzante nè con alterigia, le tornava allora un po’ di forza per cercare di ravvedersi. Spesso l’intolleranza che pretende distruggere il vizio a furia di flagelli non produce altro che dispetto e ostinazione, come quel maestro di scuola che volendo educare con la sferza i discepoli, provoca l’audacia ribellantesi apertamente contro ogni legge, o suscita l’ipocrisia peggior d’ogni vizio. Ma invece, quante volte un colpevole, volgendo lo sguardo, nella quiete d’una notte serena, alle maraviglie del firmamento, si sarà inginocchiato da sè nella polvere per adorare uno Dio misericordioso, e chiedergli perdono con le lacrime del contrito!
Nondimeno il parrucchiere venne a capo di far fare alla Maria e alla Lisabetta un altro passo falso. La vecchia aveva ancora un vezzo di perle scaramazze,[101] il miglior capo del suo corredo, il solo assegnamento che le fosse rimasto per dare un po’ di dote alla figliuola. Cintio lo sapeva, e cominciò a dire che le perle non usavano più, che quelle essendo così disunite e anche giallognole, non erano da mettersi al collo d’una sposa giovane, d’una sposa cittadina; che quanto a lui sarebbe stato inutile di serbarle;.... e, per fare il discorso corto, quel vezzo fu bacchettato nell’atto, e convertito in tante calìe[102] nè più nè meno come i quattrini dell’ambo.
Così la vigilia della festa la fanciulla era all’ordine per andarvi abbigliata di tutto punto, quand’ecco un altr’inciampo inaspettato; perchè la Lisabetta, che già pativa d’alcuni dolorucci reumatici, peggiorò a un tratto per la rigidezza della stagione, e in guisa da non potersi reggere in gambe. Allora la ciarla del parrucchiere fece nuovi sforzi per ismovere la Maria dal proposito di restare in casa.
— Non dobbiamo noi essere marito e moglie? Per una volta, che male sarà uscir fuori senza lo strascico[102a] della mamma? Riguardatevi, Lisabetta, riguardatevi a questi stridori di freddo. Io.... come si fa egli? Ormai ho promesso. No’ abbiamo speso.... Voi non avete bisogno di nulla; basta che stiate calda; domani non sarà altro. —
E seguitando di questo passo, egli arrivò perfino alle minacce di piantar la ragazza, se non facevano a modo suo. Che cosa volete ch’i’ vi dica? A queste minaccie la povera vecchia s’arrese, e gli sposi andarono da sè soli.
Per la Maria, che non aveva mai veduto una festa di ballo in una gran sala, con profusione di addobbi, di lumi, di rinfreschi, tra una matta allegria, in mezzo allo strepito dell’orchestra, poco ci volle perchè si abbandonasse tutta al suo brio spensierato. Cintio a metter su e dirigere le quadriglie, ballerino agile, elegante, fanatico, faceva la prima figura tra i giovani; e pensate voi se mancarono adulazioni a lei, sempre bella, in gran gala, pettinata stupendamente dalle mani di Cintio, e presto sfranchita nel ballo per la sveltezza e la grazia del personale! Quella festa e quella gozzoviglia durarono fino a tardi; gli sposi furono degli ultimi a uscire; e la Maria, che per la novità dello svago non aveva potuto scorgere quanta licenza vi fosse, andò via desiderando nell’anima che le si desse presto l’occasione di ritornarvi.