Ragionando lietamente di ciò che avevano visto e di quanto s’erano divertiti, giunsero sul Prato, apersero l’uscio, salirono le scale, e costì fecero adagio per non isvegliare la vecchia, immaginandosi che fosse a letto. Ma appena messo piede sulla soglia, sentirono una zaffata puzzolente che pareva sito di cenci bruciati. Ratta la Maria corre in camera: un denso fumo annebbiava la fiaccolina del lume a mano: il fetore mozzava il fiato. — Vergine santa! Dov’è la mamma? — La povera vecchia era sdrajata sopra una seggiola, era basita[103] da quel fumo, da quella peste.[104] Guardano meglio, e s’avvedono che il veggio aveva dato fuoco alla sottana, e su su, fino a bruciare le carni. Il riscontro dell’uscio aperto fece rilevare la fiamma! La Maria, forsennata, perso il lume degli occhi, tremando tutta, si dà a scoter la mamma e a urlare quanto n’avea nella canna:
— Oh Dio! è morta! —
A quelle grida i pigionali si svegliano, e senza metter tempo in mezzo scendono giù. Per buona sorte v’era anche Michele. Vista la disgrazia, manda l’Anna a prendere olio, lardo, cotone; fa correr Cintio in cerca d’un medico, e insieme col babbo si mette a spogliare, e a stracciare le vesti di dosso alla vecchia; poi sdruce la materassa, per adoperarne in compenso la lana, e versato sulla carne l’olio del lume a mano, comincia a ungere e a coprire le bruciature; piglia il cotone del baulino dove pochi giorni avanti stava il vezzo di perle, poi adopera quello che l’Anna era corsa a prendere in casa, e prosegue a spalmare con olio e con lardo e a metter cotone finchè bisogna. Allora fece aprir la finestra, e la sventurata incominciò a dar segno di vita. L’Anna assisteva la Maria, che pel disperato dolore s’era svenuta. Il medico venne subito, esaminò lo stato della malata, conobbe che Michele aveva fatto quel meglio che si poteva; ma ci volle anche una cavata di sangue. Dopo due ore di terribile ansietà, poterono avere un po’ di speranza. Ma le bruciature erano affondate e si distendevano per tutta la gamba e fin sopra il ginocchio. Se il soccorso avesse indugiato, chi sa? e’ l’avrebbero trovata stecchita. Dopo la partenza del medico la Maria sciolse un pianto dirotto e convulso, e ci volle tutta la pietosa misericordia dell’Anna per racchetarla. Cintio se n’andò avvilito e confuso. Maestro Cecco e Michele vegliarono in sala tutto il rimanente di quella notte, e l’Anna non uscì di camera.
La medicatura richiedeva molta diligenza e molta pratica, e la guardaroba ben provvista. Michele esperto infermiere si pose spontaneamente ad ajutare il medico; e l’Anna.... Che cosa volete? le cencerìe[105] di moda che la Maria possedeva non erano neanche buone per far le fasce; e avendo strutto nel lusso tutti i quattrini, non le era riuscito ancora di mettere insieme un correduccio di biancheria; sicchè l’Anna che lo aveva bell’e preparato da un pezzo, chiese e ottenne dal babbo il permesso di adoperarlo in servizio della povera Lisabetta. Allora dovè rifarsi da una parte, e ogni giorno bisognava dar sotto a qualche capo di roba; ogni giorno la Maria, maravigliata di tanta generosità, diceva e diceva.
— Ma zitta! — rispondeva l’Anna, — non ci pensare; lo fo volontieri, sai? Non siamo amiche? non siamo prossimo? Sì, quando potrai, penseremo a rimettere in essere il consumato. Po’ poi tu avresti fatto lo stesso con me.... —
E maestro Cecco e Michele ripetevano su per giù le medesime cose, con quella sincera benevolenza che non umilia chi ha bisogno del soccorso degli altri.
Ma alla mancanza di guadagno per aver trasandato il lavoro, alla pigione, ai debiti.... a tutto questo i pigionali non potevano riparare. Allora Cintio, che non sapeva più dove si battere il capo, consigliò la Maria a mettere in ipoteca que’ ciondoli di valore che erano stati comperati a contanti. Un usurajo de’ più sordidi fu subito pronto, uno di quelli che appena si contentano di prendere un quattrino il giorno sopra ogni francescone,[106] prestando la quarta parte del valsente del pegno, e facendo anche con orribile sacrilegio qualche pia invocazione, per battezzare quale atto di carità l’assassinio. Portati a costui gli orecchini, la collana, gli smanigli, a stento s’appagò di quelle minuzzaglie costose per la fattura e di poco valore intrinseco; ma lo scioperato parrucchiere stretto dal bisogno si lasciò sgozzar dall’usura come chi piglia un cavallo morto oggi per rendere un barbero a San Giovanni.[107] Così la Maria si trovò presto spogliata, e quasi senza costrutto, di tutte quelle cose che non s’addicevano al suo stato. Ma questo non le importava, purchè la mamma guarisse. E infatti per le sue cure e per quelle de’ pigionali, la povera vecchia a poco a poco si riebbe e andò migliorando.
Intanto s’appressava quel giorno nero in cui non vi sarebbe più stato nulla da mettere in pegno; e per soprappiù era imminente il mese della pigione. Cintio, curandosi poco di queste angustie, faceva l’uomo franco, e al solito metteva in campo la sue speranze spallate[108] per tirare in lungo più che e’ poteva. Ma le chiacchiere e le apparenze co’ padroni di casa non contan nulla; e appunto avevano da fare con un uomo che già li minacciava di spogliarli di tutto, e di non aver compassione della povera vecchia inferma, pur di non perdere neanche un picciolo: sicchè o l’anticipato o la disdetta. L’Anna se ne accorse, ne tenne discorso col babbo e col fratello, i quali erano pronti a fare tutto quel bene che avessero potuto, e poi trovatasi da sola a sola con l’amica:
— Maria, — le disse — tu m’avevi dato parola di confidarmi ogni cosa; ma ho paura che tu non voglia farlo quando sarebbe forse più necessario. No’ siamo amiche; le disgrazie non fanno vergogna....
— Credi tu ch’i’ non m’accorga che le mie son disgrazie meritate?