La Maria piangeva; un nodo le serrava la gola...

— Ma ho capito tutto; e so io come regolarmi. Se la mamma dorme, ci vorrà pazienza; la sveglierò. — E indispettito si moveva per entrare in camera.

La ragazza, non potendo articolar parola, tanto era lo spasimo de’ singhiozzi, gli si messe davanti ginocchioni per trattenerlo. Cintio, o che ne fosse davvero intenerito, o che fingesse; — Sta’ zitta! — disse con dolcezza, rizzandola. — I’ non posso patire che tu pianga per cagion mia. Quel che t’avrai fatto tu, starà tutto bene. Sì, ringraziamo la Provvidenza. E anch’io, vedi tu? appunto venivo per combinare qualche cosa del nostro matrimonio, perchè, com’i’ ho detto, da qui innanzi le mie faccende spero che piglieranno buona piega. Bisognava levar di mezzo questa seccata della pigione; e giacchè non ci devo pensare, tanto meglio! Allora lasciamola dormire. Ci rivedremo stasera. — E con simulata dolcezza e serenità se n’andò via, lanciandole uno di quelli sguardi che l’avevano ammaliata. La Maria non ebbe tempo di trattenerlo; non ebbe ardire d’insistere nelle sue domande; e pigliando per sincera quell’espansione di cuore, tornò a rinvigorirsi nell’affetto per lui, si scordò di tutta l’amarezza del discorso tenuto innanzi, e non le rimase altro pensiero che quello di poter concludere presto il matrimonio.

Nella sera medesima l’Anna, parlando con Michele fece cascare il discorso sulla Maria, e gli raccontò l’accaduto della mattina.

— E’ mi pare un buon principio, io l’ho detto sempre; il ravvedimento è sicuro; sta’ a vedere com’e’ si regola quell’altro. — Michele stava zitto e sopra pensiero, baloccandosi con un rocchetto che aveva lì tra’ piedi. Poi disse:

— Non andar tanto in là con le congetture.

— Che ti dispiacerebbe?

— No! gli è forse il troppo desiderio, che non mi lascia dar la via alla speranza.

— Ma a pensare al peggio v’è sempre tempo.

— Anche l’ingannarsi riesce duro; e tu lo sai quanto me.