— A tutto ci vuole il suo tempo.

— Naturale![155]

— I’ te lo dico, perchè, non lo prendere in mala parte, ma i’ t’ho conosciuto qualche volta un po’ troppo precipitoso.

— Va bene! e io ti davo la quadra[156] per la tu’ flemma; gnorsì, me ne ricordo. Ma ora gli è un altro par di maniche. Gli anni e l’esperienza ci mettono i piè di piombo, fratello mio!

— A te non tanto!

— E bada a battere![157] Bisognerebbe che tu avessi sentito il discorso ch’i’ feci a quel figliuolo!

— Bene, via! Uomo avvisato è mezzo salvo. Zitto, finch’i’ non ti do una risposta.

— Non si moverà foglia senza di voi. — E con una stretta di mano lasciò maestro Cecco, sgambettando lesto lesto, benchè più vecchio di lui, fino a bottega, dove chi l’avesse visto lavorare, comandare a’ garzoni e dirigere i lavori, l’avrebbe preso per un giovinotto, o per un uomo, come si suol dire, di ferro. I molti anni non l’avevano fatto incurvare nè ammencire:[158] diritto come un fuso, impresciuttito, ferrigno; con poche grinzoline tirate sulla faccia rubizza, coi capelli proprio d’argento e con l’occhio sempre vivace. E il figliuolo tirava da lui. Un giovinotto svelto, di temperamento sanguigno, di bella presenza, tutto fuoco nelle parole e negli occhi. Ma nel tempo stesso non v’era pericolo che l’ardore della gioventù gli facesse commettere un’imprudenza. In una congiuntura poi tanto seria come quella, sebbene tutt’e due fossero smaniosi di vederne la fine, pur seppero contenersi in tal modo, che per loro, bisogna dirlo, v’era dell’eroismo.

Intanto maestro Cecco, sempre avvezzo a andar cauto, per non avere a rifare la strada due volte, e nondimeno, tanto è vero che la prudenza non è mai troppa! s’era trovato a sbagliarla con Cintio, volle prima avvisarne Michele per maturare insieme il disegno; e com’era naturale, si trovarono presto d’accordo nel riconoscerne la bontà; se non che avevano ragionevolmente paura che l’Anna, quando anco lo sposo le andasse a genio, non si volesse risolvere con quella sollecitudine che gli altri desideravamo.

In que’ giorni l’Accademia delle Belle Arti era aperta al pubblico per l’esposizione dei quadri, delle sculture e delle opere dell’industria. Maestro Cecco e Michele vi condussero l’Anna, e dopo avere ammirato i dipinti e le statue, passarono nella stanza delle manifatture. Quivi l’artigiano che vedeva i prodotti della sua fatica accolti ed esposti nello stesso luogo in cui il genio delle arti faceva di sè bella mostra, si sentiva crescere l’amor del lavoro e il coraggio, e meglio riconosceva la dignità del proprio stato. Ed è ben giusto che il grembiule sia onorato al pari della tavolozza e dello scarpello; essendochè il sudore sparso dall’uomo nelle officine giova alla prosperità della patria, come alla sua gloria provvedono le opere degli artisti eccellenti. Perciò tu vedevi più che altrove affollati in quelle stanze i buoni artigiani, giovani e vecchi, a esaminare e giudicare con lieta compiacenza i più bei lavori de’ loro compagni; e faceva consolazione il sentire le schiette lodi, che senza ombra d’invidia distribuivano a questo e quello. La maggior parte degl’intelligenti ammirava certi serrami da usci e da finestre immaginati con nuovo congegno, con molta semplicità, con eleganza, e condotti a pulimento stupendamente, sicchè per tutti questi pregi il manifattore aveva meritato il premio della medaglia d’oro.