— Donna. — E Michele si sentì un’altra stretta al cuore; s’alzò sollecito come se volesse accorrere a preparare qualche cosa, ma piuttosto per distrarsi da un abbattimento maggiore del solito; e l’altro: — Non c’è furia veh! Benchè gli abbiano a andare sulla piazza della Nunziata, se il male dice davvero bisognerà ch’e’ camminino come le formicole. — Il tempo che passò tra questi discorsi e l’arrivo della malata parve eterno a Michele. Infine ecco lo scoroncìo,[173] ecco il servo colle facciòle, ecco le vesti nere ed il cataletto; e subito la poverina più morta che viva fu posta in un letto caldo, e visitata dal medico astante. Ma pur troppo v’era da ordinar poco!

— Che cosa volete voi medicare, se l’è moribonda? — diceva sottovoce l’astante. — Una servente e il cappuccino.

— La servente eccola qua, — soggiunse un giovane praticante accennandola, e facendo posto anco ad una suora misericordiosa che era di guardia; e in quel mentre scòrse Michele appoggiato a un letto vicino, e quasi privo di sensi. Nel volto cadaverico dell’inferma egli aveva riconosciuto la povera Maria! Il giovine che si accòrse del suo abbattimento:

— Oh — disse forte ridendo — se ci fosse bisogno di medicine, lo speziale ci darebbe un bell’ajuto e non fo celia! E’ non ne può più dal sonno, e si direbbe che ci volesse l’olio santo anche per lui!

— Chetati! — esclamò allora Michele con sdegno represso; e ripigliando tutta la sua presenza di spirito: — Qui non v’è da ridere! Pensa a dare gli ordini per quello che occorre, e io saprò obbedire. — E si collocò a piè del letto di quella disgraziata.

— Corbezzole! — soggiunse l’altro sfuggendo lo sguardo fulminante di Michele, e andandosene con affettata indifferenza. Quindi s’allontanò anche il medico, dopo aver fatto quel più che v’era da fare in un caso disperato. Poco dopo venne il cappuccino coi soccorsi della religione. Anch’egli, quand’ebbe esaminato ben bene l’inferma, abbassò il capo sul petto, e si pose in orazione, aspettando che la si riavesse col riposo e coi ristorativi che le erano stati somministrati. Tanto il cappuccino che la suora erano rimasti uno di qua e uno di là al capezzale, finchè trascorsa una mezz’ora l’inferma aperse gli occhi a guisa di chi si sveglia da lungo sonno, si guardò attorno, ed esclamò delirando: — Dove sono?... Dov’è la mia creatura?... Rendetemi la mia creatura!

— Sì, poveretta! — disse subito il cappuccino. — Come vi sentite?

— Sto bene io; ma la mia creatura! Per l’amor di Dio, rendetemela subito! Non voglio, non posso morire senza rivederla!

— Ditemi dov’è? Chi ve l’ha presa? — esclamò Michele accostandosi e chinando il volto su lei. A quella voce la Maria rimase come impietrita, spalancò gli occhi, fece uno sforzo per alzarsi, ma ricadde subito, proferendo a mezza voce il nome di Michele! Quello sforzo cagionò un altro getto terribile che la ridusse agli estremi. Allora Michele, percotendosi la fronte, si buttò ginocchioni come forsennato, mentre il cappuccino le raccomandava l’anima. Pochi minuti d’agonia, e la sventurata era morta!

Michele non fu più in grado di rimanere nello spedale; si sentiva rodere il cuore dalla gran passione, e dall’impazienza di saper qualche cosa della creaturina che la moribonda chiedeva di rivedere. Uscì ratto ratto, e diviato sulla Piazza dell’Annunziata, e a girare in quei contorni, non sapendo che cosa si pensare, nè dove rivolgersi. Corse alla polizia, fece un visibilio d’interrogazioni, e non ebbe risposte che gli potessero dare qualche lume. Ma la mattina gli venne un pensiero. Corse di nuovo sulla Piazza dell’Annunziata; entrò nello Spedale degl’Innocenti, e a forza d’indagini gli venne fatto di raccapezzare l’origine della disgrazia. Un’ora prima che suonasse la campana della Misericordia era stato abbandonato nel finestrino de’ Nocentini[174] un lattante di pochi mesi; aveva al collo una crocellina involtata in un foglio. Michele riconobbe la crocellina che era stata un regalo dell’Anna all’amica, e lesse nel foglio il nome di Maria.