— Parente no; ma i’ lo conoscevo da un pezzetto; e’ mi rattoppava le scarpe.... E’ non aveva nessuno che lo potesse assistere; e quando seppi che gli era malato allo spedale, guà! un po’ d’ajuto alla meglio.... Gli avrebbe fatto lo stesso per me....
— Dio ve ne renda merito!
— Oh, figuratevi! Un bel merito! O voi come campate? Che siete sempre nel militare, o a mestiere?
— Io?... ah!... non so che dire.... Io esco ora dal militare.... I’ non ho arte nè parte[192].... Davvero che non so ancora in che mondo mi sia.
— Le solite cose, povero giovinotto! Ho capito! Anche voi.... i meglio anni spesi male; e poi nel mezzo d’una strada.... Ma, lasciatemi pensare.... Giusto, giusto.... Un ombrellajo che dà il lavoro alla mia compagna, giorni sono cercava d’un garzone; se non l’ha trovato, la mia compagna vi potrebbe proporre; e siate certo che a lei e’ darà retta, perchè lei, oh! quella è una donna di proposito; e quando saprà di chi vo’ siete figliuolo!... Ma dite; vorrete vo’ poi adattarvi a fare il garzone d’un ombrellajo? E per pochi soldi....
— Eh! figuratevi! tanto per non morire di fame, o per non essere ridotto.... basta!...
— Povero figliuolo! Speriamo bene.
— Vo’ mi fate coraggio. —
E veramente quel giovane smarrito, senza pensiero del domani, e che sarebbesi facilmente indotto a commettere qualunque pessima azione, se a caso non avesse trovato altro modo per liberarsi dalla fame, tra l’essere stato commosso dalla morte del padre, e tra la tenerezza che gli veniva in vedere una donna misericordiosa, che con tanto amore aveva soccorso il vecchio e pensava a far del bene anche a lui, aveva incominciato ad ammansirsi, era quasi disposto a provare una vita diversa affatto da quella a cui la sciagura lo avrebbe esposto; già gli balenavano alla mente alcune idee affatto nuove, idee di riconciliazione con gli uomini, di rassegnazione, di speranza. Ei si lasciava condurre come un fanciullo da quella donna semplicetta, dimenticando anche l’osteria dov’era aspettato da un pajo di compagnacci, i quali pagandogli lo scotto e sapendo che buona lana fosse stato fino allora, avevano fatto disegno d’associarselo per commettere chi sa quali bricconate, per tenerlo sempre sulla via della galera.
Così passo passo arrivarono ad un vicoletto, ed entrarono in casa della cucitrice d’ombrelli: due stanze all’ultimo piano d’un’antica torre, d’uno di quei massicci fortilizzi dentro la città, eretti nel medio evo a tempo delle parti tra Guelfi e Ghibellini, divenuto più tardi opificio dell’arte della lana, ridotto poi a casone per albergo o ricovero di povere famiglie. Scale strette, ripide, buje e in parte a chiocciola; mura grosse, quasi tutte di macigno; finestroni spropositati con le impannate d’un secolo fa; stamberghe coi pavimenti sconquassati e le pareti stonacate;[193] freddo da agghiacciare nell’inverno, caldo afoso nell’estate, umido gocciolante da per tutto nei tempi piovosi. La prima e più vasta di queste due stanze serviva da lavoratorio e da cucina col cammino chiuso da due grandi sportelli, e accanto l’acquaio; l’altra era una camera, ma con la finestra del pozzo e lo stanzino, un bugigattolo[194] da non potervisi rinchiudere nemmeno una persona. Figuratevi che bel dormirvi tra il freddo, il bujo, e le cattive esalazioni della latrina! Scendo a queste minuzie di descrizione, per far osservare che nel nostro secolo di progressivo incivilimento, come si dice, nel centro di una città illustre, quella poteva e può tuttavia dirsi una delle migliori tra le abitazioni che toccano ai poveri, ai poveri, notate bene, che arrapinandosi[195] col lavoro dalla mattina alla sera e spesso anche la notte, raccapezzano,[196] oltre al campamento frugale, un quindici o venti scudi da pagare ogni anno la pigione. E quelle due stanze erano le migliori di tutto il casamento.