La maestra, cucitrice d’ombrelli, stava lì a un tavolino con tre o quattro ragazzette, che andavano ad imparare il mestiere. Voglio spendere alcune parole su quella donna, perchè oltre alle buone assuefazioni, operosità, illibatezza di costumi, rettitudine, sobrietà, che sono più frequenti che non si crede in chi con molta fatica si guadagna un meschino campamento, ella aveva dei pregi particolari, e sapeva sostenere con mirabile coraggio una grande sciagura. Malata di epilessia fino da fanciulletta, contava ormai 65 anni d’infermità; erano 32 anni che stava continuamente inchiodata sopra una rozza poltrona a ruote, con la quale si faceva condurre a letto la sera e ricondurre al lavoro la mattina a levata di sole. Nondimeno difficilmente avresti trovato una donna d’umore sempre lieto e spesso faceto come il suo; linda nella persona e nelle povere vesti; di sembiante piacevole e che mostrava dover essere stato bello nella sua gioventù, ed ora in mezzo a quella serenità imperturbabile, era nel tempo stesso autorevole e venerando. Istruiva e governava le sue scolare con affetto e accortezza; e sapeva così bene destreggiarsi coi garzoni degli ombrellai che le portavano il lavoro, ragazzi o giovani spesso male educati e insolenti, che niuno ardiva mai di commettere in casa sua la minima imprudenza. Tutti le si affezionavano, e rispettavano maestra e scolare; ed alcuni usavano conversare con lei la domenica sera, trovandovi onesta gajezza e uscendone sempre migliori. La Clarice era dunque, per così dire, la buona testa del casamento e del vicinato. Se i pigionali potevano qualche volta darsi un po’ di buon tempo, andavano a veglia da lei, ed erano sicuri di ricrearsi; un dissapore che fosse nato tra loro e nella famiglia veniva subito dissipato dal senno, dalla giovialità, dalle esortazioni della Clarice; le disgrazie poi, assai più frequenti, e talvolta sola cagione dei dissapori tra i poveri, trovavano in lei efficace conforto e il più delle volte riparo. Contuttochè la guadagnasse appena da sostentare sè stessa e la sua compagna Appollonia, povera ragazza da lei accolta molti anni fa levandola da una famiglia di pigionali campagnoli che le facevano patire la fame; contuttochè la non avesse altri assegnamenti che il lavoro, nondimeno a forza di risparmi e di privazioni le riesciva soccorrere anche di qualche imprestito o di qualche elemosina i suoi amici.

Or ecco una nuova occasione d’esercitare la sua carità a pro di quel giovane ramingo, del figliuolo d’un uomo che già aveva più volte, massime nella ultima malattia, esperimentato le sue beneficenze. La notizia della morte del ciabattino l’addolorò molto; ma quando seppe chi era il giovine condotto a lei dall’Appollonia, e come egli avesse bisogno estremo d’essere assistito, subito incominciò a confortarlo; e senza cercare della sua vita passata o del perchè in quella età non avesse ancora uno stato, un mestiero, un appoggio qualunque, mossa dallo zelo di far del bene, con la fiducia di chi è avvezzo a credere onesti tutti gli uomini benchè più volte si sia trovato deluso, pensò al modo d’impiegarlo col maestro ombrellajo, che cercava un garzone. Volle che intanto Giuseppe rimanesse a mangiare un boccone da lei; e gli trovò alloggio provvisorio nel casamento.

Era tra’ suoi casigliani, ed abitava una sfasciata soffitta proprio sotto il comignolo, maestro Nicodemo, uomo stravagante, che il vicinato chiamava il filosofo spiantato, e qualche donnicciuola superstiziosa credeva uno stregone sulla fede del Bellarmino.[197] Fatto è che maestro Nicodemo da parecchio tempo si rintanava colassù in compagnia delle rondini e dei topi, ma nissuno aveva mai avuto da lagnarsi dei fatti suoi. Non parlava quasi mai, nè con altri s’era un poco addomesticato se non con la Clarice; e a lei sola era riuscito di fargli fare qualche rara volta il viso ridente. Costui campava con l’arte d’incidere in legno quelle rozze stampe che vedonsi nei libricciuoli da chiesa, nei lunari e che so io, lavorando con arnesi grossolani e con una certa disinvoltura, che non pareva suo fatto. Stava sempre lassù in quella sua soffittaccia a lavorare alla luce che veniva da un abbaìno; teneva gli arnesi dentro una sporta; uno strapunto per dormire, un tornio mezzo fracassato, due panchetti, una secchia da acqua, pochi pentoli e un visibilio di stampucce appiccicate al muro con la pasta erano le sue masserizie; e quasi tutto, meno i pentoli e la secchia, aveva fatto con le proprie mani; si cibava di pane e patate o cipolle, senza bever mai vino; aveva lunga barba, aspetto burbero, vesti grossolane, sempre le stesse; ed era magro allampanato.[198] Fin qui potevasi capire perchè i vicini lo chiamassero filosofo. L’altro soprannome poi gli veniva anco dall’essere possessore d’uno specifico stupendo per guarire il dolor dei denti; e di fatto bastava ch’ei toccasse due o tre volte con un certo liquore denso, puzzolente, più nero dell’inchiostro, le gengive di chi non aveva repugnanza o paura d’andare a farsi curare da lui, perchè il dolore sparisse affatto e per molto tempo. Nè per queste guarigioni era mai possibile fargli accettare non che denaro, la più piccola ricompensa in roba; e s’infastidiva a sentirsi ringraziare. Era poi accanto alla sua soffitta, che gli faceva da camera, da studio di artista e da infermeria pei malati di dolor di denti, una stanzuccia affatto vuota, se non che vedevasi appeso a un chiodo nella parete un ritratto femminile, parte in matita, parte in colori, che si diceva opera delle sue mani; e sapevasi che ogni giorno ei se ne stava delle ore chiuso in quella stanzuccia; ma niuno aveva potuto penetrarne il motivo.

Quando la Clarice ebbe licenziate le sue scolare e fu rimasta sola con Giuseppe e con la compagna, mandò questa a chiamar Nicodemo. Egli scese nell’atto, e vedendo quel giovine che se ne stava a sedere in un canto, tra pensieroso ed afflitto, appoggiando la guancia alla destra, gli fece subito cenno di seguirlo, e si volgeva per tornarsene indietro senza aver fatto una parola.

— Aspettate! — esclamò la Clarice.

— O non sapete che la medicina l’ho su?

— Ma questo giovinotto non ha male ai denti.

— Dunque io non gli posso far nulla; — e se ne andava.

— Anzi, voi potreste fare un gran piacere a me ed a lui. Venite qua; e’ non ha casa, nè quattrini per dormire alla locanda. Un’altra volta mi faceste la carità....

— Ho capito; venga pure.