Dopo due o tre mesi intravvenne che fossero arrestati alcuni borsajuoli i quali commettevano vari furti per la città, ora nelle botteghe, ora nelle case, e per molti indizi, e fors’anco per le rivelazioni d’uno di quei malandrini, la polizia entrò in sospetto che anche Giuseppe fosse della brigata. Per farla breve, ei si trovò compreso nel processo, e dovè toccare la carcere. La Carolina a questa notizia rimase come colpita dal fulmine; e ricordandosi delle assenze notturne, di certe parole tronche, non potè fare a meno di dubitare che davvero lo sciagurato fosse stato condotto dalla passione del giuoco a commettere quei delitti. Ma le prove per dichiararlo reo mancavano, e l’avvocato seppe farlo assolvere compiutamente; ma questa faccenda gli costò quasi la metà della sua vincita. E il peggio fu per la Carolina e pel suo figliuolo, perchè fin d’allora Giuseppe divenne più disamorato, più burbero, collerico fuor di modo.

Intanto, col capitale rimasto, gli riuscì d’ottenere la patente per aprir bottega di tabaccajo, subentrando nelle ragioni d’un suo conoscente che era fallito. Seppe condurre bene innanzi quel trafficuccio; e poi si pose in sul risparmio rigoroso, o per meglio dire divenne avaro, usurajo, e tanto peggiorava quanto gli crescevano i guadagni; e così per un verso o per l’altro la vita della Carolina era continuamente piena di tribolazioni.

II.

La sola contentezza che dopo molti dolori fosse data da Giuseppe alla Carolina fu la risoluzione inaspettata di mandare il figliuolo alle scuole dell’Accademia. Le pareva proprio un prodigio; e si figurava che Pippo dovesse divenire qualche gran cosa, riflettendo all’inclinazione ch’ei mostrava al disegno. Pensate poi se ne fu allegro il fanciullo! E il suo giubbilo accresceva quello della madre. Peraltro quando Pippo si vide porre davanti occhi, nasi, bocche ed orecchi, e non potè scorgere nella scuola nè disegni, nè quadri di paese, restò maravigliato e sconfortato. Ei s’immaginava che dovessero ammaestrarlo secondo il suo genio. Ma tanta era la smania d’imparare il disegno, ch’ei si adattò a copiare nasi, occhi, bocche ed orecchi, invece di alberi case e montagne, naturalmente riflettendo che per popolare i quadri di paese bisogna anche saper ritrarre le figure degli animali. Avrebbe incominciato più volentieri dallo studio degli oggetti inanimati secondo gli dettava il suo genio; ma non per questo si pose con meno ardore a quello che gli fu imposto. Egli era tra i pochissimi scolari studiosi e diligenti; e si mantenne in sulle prime piuttosto savio, perchè aveva propriamente vocazione al disegno, e sapeva il perchè fosse andato a quella scuola; ma a poco per volta il cattivo esempio degli scioperati, la poca vigilanza dei maestri e la incuria del padre, che dopo averlo fatto ammettere all’Accademia, non si dava altro pensiero, fecero divenire un po’ monello anche lui. Un giorno fra gli altri, nell’uscire di scuola, ei prese parte in una baruffa dei suoi condiscepoli. Quasi tutti ragazzuoli senza educazione, tenuti in quella numerosa scuola con poca disciplina, presto vi si avvezzavano male guastandosi l’un l’altro, e imparando piuttosto a sciupare la carta e le tavolette che a disegnare. Cosa rara che qualche garzoncello ne uscisse con amor vero dell’arte, e si dedicasse a studiarla di proposito sugli originali dei buoni maestri sparsi per le chiese, pei chiostri, per le gallerie, certo migliore scuola che quella dell’Accademia, e sapesse poi esercitarla con qualche decoro. La baruffa era incominciata in scuola fra tre o quattro per insolenze fattesi tra di loro; i pochi trovarono fautori; la scolaresca si divise in due schiere di combattenti, le quali andarono lungo le mura della città, e quivi si guerreggiarono alquanto a pugni e a sassate. Alla fine comparvero alcuni famigli,[204] e tutti quei mariuoli dandosi a fuga precipitosa, e scagliando contro i famigli i sassi che ancora si ritrovavano in mano, sparirono in un attimo. Pippo era stato dei più fieri nella baruffa, e ne usciva con una ferita nel capo e con una manica del corpetto tutta strappata. Guai se suo padre l’avesse visto così malconcio! E come rimediarvi? Col non tornare a casa. O non sarà peggio? Ma intanto la paura delle busse presenti la vinceva su quella delle future, e lo teneva lontano da casa. Dopo essere andato ramingando un’oretta per certe strade remote finchè la ferita non ebbe cessato di filar sangue, incominciò a sentire un appetito prepotente, e gli venne in animo di salire in casa della Clarice per farsi alla meglio rassettare la manica e chieder consiglio o protezione, e quel che più gli premeva allora, un tozzo di pane. Ei conosceva la Clarice, perchè sua madre andandovi qualche volta di soppiatto al marito lo aveva condotto seco; e quella buona creatura, compiangendo la Carolina per la cattiva riuscita di Giuseppe, quasi accusando sè stessa di aver data occasione a quel matrimonio malaugurato, sebbene non sapesse ogni cosa, perchè la Carolina sopportava il peggio in silenzio con mirabile rassegnazione, aveva posto grandissimo affetto in quel fanciullo, e avrebbe dato la propria vita per levare d’angustie la madre.

Pippo fu dunque ricevuto con grande amore dalla cucitrice; narrò schiettamente quello che gli era accaduto, si fece rassettare il corpetto, mangiò, e chiese d’essere accompagnato a casa dall’Appollonia. Intanto sua madre s’era già posta in gran pensiero per l’indugio; ed il marito accorgendosene aveva preso a beffarla, dicendo: — Non torni più quel monello, non me n’importa; e se tornasse, voi lo sapete che cosa gli avrei preparato.

— Almeno lasciatemi andare a cercarlo. Potrebbe essergli accaduta qualche disgrazia....

— Volete girare tutta la città, consumare un pajo di scarpe senza conclusione?

— Eppure è vostro figliuolo! — e piangeva.

Giuseppe nojato del piagnisteo, alla fine disse: — Uscitemi di tomo; andate dove volete, purchè quel monello non metta più piede in casa. Badate bene! io non lo voglio più tra’ piedi; ch’ei provveda a sè come può. Voi sapete che quando ho detto una cosa non mi rimuovo. —

E pur troppo era vero! Sicchè la Carolina, con l’animo pieno di grande afflizione, andò in traccia del figliuolo, prima all’Accademia, ma era tutto chiuso, poi nelle strade circonvicine, domandando a questo e a quello ma invano; e finalmente le venne la ispirazione di ricorrere alla Clarice, quando appunto l’Appollonia con Pippo erano in procinto di uscir di casa. Vedere il figliuolo e correre ad abbracciarlo con tutta la tenerezza materna fu un punto solo; poi si pose alquanto in sul serio domandandogli la cagione dell’assenza, e avendola saputa ne lo rimproverò con dolore. Dissegli come suo padre fosse sdegnato, e per ora non convenisse tornare a casa. La Clarice propose tosto di tenerlo con sè quant’occorreva, e la Carolina dovè rassegnarsi a non aver più sempre con sè il suo caro figliuolo. E ciò dispiacque assai anche a Pippo, che a dir vero le voleva un gran bene, ad anche a patto d’essere ogni giorno percosso dal padre, avrebbe preferito di non si separare mai dalla madre. Questa tentò più volte d’intercedergli perdono da Giuseppe, e d’ottenere di riprenderlo; ma egli, inflessibile sempre, senza curarsi di mai più rivederlo, non voleva nemmeno sentirne parlare. Già era divenuto più burbero, più collerico e più avaro di prima. Basta dire che in casa sua non si accendeva più fuoco, avendo costretto anche la moglie a contentarsi di cibi grossolani presi in qualche meschina bettola del mercato; e il motivo principale per cui non voleva più in casa il figliuolo era quello di non aver così il pensiero di fargli le spese. Temeva inoltre che quel ragazzo gli dovesse carpire di soppiatto o roba o denari: e questa medesima diffidenza incominciò ad avere verso la moglie, in specie riflettendo che da qualche parte doveva uscire il mantenimento del figliuolo fuori di casa. Forse egli aveva dimenticato la caritatevole generosità della Clarice, o più non credeva che potessero esservi persone capaci di assistere senza interesse gli sventurati. E certo l’essersi posto da lungo tempo a far l’usurajo con ogni più turpe rapina, doveva avergli distrutto qualunque sentimento d’umanità. Per farla breve, lo sciagurato, che ormai stava di continuo in sospetto di tutti e di tutto, incominciò a brontolare per le visite della moglie al figliuolo in casa della Clarice, le quali non erano nemmeno così frequenti come la povera madre avrebbe voluto, perchè appunto sapeva quanto egli le vedesse di mal occhio: e un bel giorno che la Carolina gli chiedeva con supplichevole sommessione la licenza di andar fuori al solito per via del figliuolo, addirittura le disse: