— Finiamola, dico! Vi passerò qualche cosa, per ora, per poco tempo, finchè non avrete lavoro; ma a patto che ve n’andiate subito.... A voi! Eccovi intanto quattro scudi; vi serviranno per un bel pezzo.... Ma via di qua, subito! Avete capito? Mi pizzicano le mani!...[205] Non mi mettete al punto.... — E le chiudeva la bocca, respingendola, minacciando di percuoterla, facendo un viso spaventevole, sicchè la poverina vide bene che bisognava obbedire, altrimenti quell’uomo crudele avrebbe commesso qualche esorbitanza da precipitare sè e lei. E quantunque ne fosse trattata con tanta barbarie, le premeva più la di lui quiete che la propria salvezza, e si sarebbe lasciata morire in segreto di consunzione, piuttosto che vederlo per cagion sua esposto a qualche pericolo, piuttosto che ricorrere a chi si sia per farsi fare giustizia. Indi le premeva troppo di poter assistere il figliuolo, e sperava che quella sfuriata fosse per calmarsi presto, come alcune volte e nei primi tempi era intravvenuto. Raccolse silenziosa, e rattenendo a stento le lagrime, il denaro ch’egli aveva lasciato per lei sopra il letto, prese con sè alcuni pochi oggetti di valore che le erano stati donati da sua madre, chè almeno avesse modo di rimborsare la Clarice delle spese di mantenimento pel suo Pippo, e andò via immersa nel dolore, ma con la speranza di ritornare in quella casa, che sebbene fosse per lei divenuta una carcere spaventosa, tuttavia non poteva darsi pace d’esserne discacciata innocente.
Non istarò a dirvi con quanto amore la Carolina fosse ricoverata dalla Clarice, alla quale peraltro seppe nascondere con pietoso artifizio la vera cagione che la costringeva a separarsi per qualche tempo dal marito.
Le amiche la posero a dormire alla meglio nella loro camera sopra quel medesimo sacconcino che aveva servito un tempo a Giuseppe nella soffitta di maestro Nicodemo; e il ragazzo stava sopra un letticciuolo provvisorio, fatto di seggiole e messo su nella prima stanza. Sua madre aiutava la Clarice a cucire gli ombrelli; e Pippo, proseguendo a andare all’Accademia, aveva già fatto non pochi progressi nel disegno, ed era divenuto più savio dopo il rigoroso gastigo della prima scappata.
Se non fosse stato il crepacuore della separazione dal marito e della sua ostinatezza a non voler più ricevere in casa nè lei nè il figliuolo, sarebbesi detto che quei giorni per la Carolina fossero giorni di respiro e di pace, perchè viveva insieme con la sua diletta creatura e con una pietosa amica, senza il continuo timore degl’ingiusti rabbuffi e delle frequenti bastonature d’un uomo brutale.
Intanto costui viveva propriamente come una belva nella sua tana, solo premuroso di scorticare i meschini o gli scioperati, che per bisogno di denaro gli capitavano sotto le unghie; senza mai allontanarsi da casa o dalla bottega, alla quale pochi avventori capitavano perchè sviati dai suoi modi burberi e insolenti; sempre a far guardia al nascondiglio ove teneva i denari; cibandosi male per sozza spilorceria; odiato dai vicini, fastidioso a sè stesso come colui che perpetuamente si travagli per sospetti, per rimorsi, per insaziabile avidità di malvagi guadagni. Non molto dopo ch’egli ebbe scacciato di casa il figliuolo e la moglie, rimase privo anche della compagnia del suo cane, che già pareva uno scheletro: non lo vide più tornare a casa, e poi gli fu detto che era morto avvelenato in una stradella vicina. Questa perdita lo afflisse, perchè il cane non gli costava nulla per mantenerlo, ed era buona guardia allo scrigno, in specie per la notte. Certamente nessuno sarebbe potuto entrare in quella casetta senza che il cane mettesse a rumore il vicinato e s’avventasse alle gambe dell’incauto.
Una sera di carnevale, burrascosa, fuor di modo buja, mentre il temporale rumoreggiava da lontano, e il vento e la pioggia, in specie sul tardi, avevano fatta deserta la città, Giuseppe dopo aver riscontrato e riposto sotto il suo letto lo scrigno, si spogliò e spense il lume. La finestra della sua camera corrispondeva sopra un vicolo stretto e oscurissimo. Ei non aveva ancora preso sonno, che dopo lo scoppio d’un tuono udì un fischio che gli era ben noto, ma al quale da molto tempo più non pensava. Diede subito un crollo di tutta la persona che fece tremare il letto; s’ascose sotto le lenzuola, e poi si riconfortò, immaginandosi che fosse stato sogno; ma ecco un altro lampo, un altro tuono, e poi il medesimo fischio più acuto del primo, tanto acuto, che gli parve la trafitta d’uno stile da orecchio a orecchio, e non potè fare a meno di balzare a seder sul letto. Nonostante tornò ad acquattarsi ravvoltolandosi come una serpe; e allora udì chiamarsi per nome da voce nota e minacciosa, che gl’imponeva d’affacciarsi subito alla finestra. Giuseppe conoscendo l’ardire di chi lo chiamava, sapendo che la finestra era bassa e con serrature deboli, scese il letto, si coperse alla meglio, mandò un gran sospiro pensando allo scrigno, e col viso pallido e il tremito della rabbia, aperse uno spiraglio della finestra, e domandò:
— Che cosa volete?
— Con le buone, compare, aprimi; ho bisogno di ricovero.
— Non posso; abbiate pazienza.
— A questo tempo assaettato avresti coraggio di lasciarmi fuori?