— Oh sì, voi avete una bella paura del tempo cattivo! Anzi, questo per voi è il tempo buono. Alle corte: se avete bisogno di qualche cosa.... vedremo.... Ma aprire, non posso.
— Dunque tu mi discacci; tu non ti ricordi di nulla? Nel tempo che quello di fuori lo teneva così a bada, Giuseppe fu riscosso da un beve rumore dietro di sè; volse l’occhio atterrito, e gli balenò alle spalle un raggio di luce, che parve riflesso da una lama di coltello. Era per cacciare un urlo, quando si sentì chiudere la bocca, afferrare per le braccia, e trarre a forza nel mezzo di camera; una mano a lui invisibile richiuse la finestra; anche colui che era fuori in un salto salì le scale, e fu in camera; e Giuseppe, al fioco lume d’una lanterna si vide nelle mani di tre robusti malandrini mascherati, ma che non stentò ad accorgersi che erano antichi suoi conoscenti ch’ei già credeva condannati a marcire nelle galere con la catena ai piedi per tutta la vita. Lo spavento di quella visita inaspettata fu tale, che sulle prime non ebbe fiato di mandare una voce nè di muovere un passo. Allora lo stesso compare che lo aveva chiamato dalla finestra gl’intimò, con argomenti ai quali bisognava obbedire, che non facesse il menomo strepito. — Noi siamo qui senza che anima viva lo sappia: le chiavi false, il carnevale e il buon tempo, come tu hai detto, ci hanno favorito; e se vuoi, faremo le cose da buoni compari, benchè tu ci abbia trattato perfidamente....
— Io.... che colpa ne ho io?...
— A voce bassa; e lascia prima dir me, chè faremo più presto. Discolpe non ne hai. Tu non sei stato ai patti. Appena che la fortuna t’ebbe assistito, rompesti lega. Pazienza che tu non fossi più venuto con noi a provvedere il conquibus[206] per giocare; ma le vincite, secondo i patti giurati della nostra società, dovevano essere spartite.... E tu no! sapesti ingannarci; e poi quando il bargello[207] ci pose addosso le mani, tu avesti da pagare bene l’avvocato, e la passasti liscia. Noi si sarebbe potuto.... tu lo sai.... Ma si volle fare un’altra prova. Giuseppe, disse uno, se gli preme la pelle, ci ajuterà a svignare di carcere, o ci manderà almeno qualche soccorso; ha quattrini, e sa che con noi non si scherza. Prima o poi!... E ora, tu lo vedi.... Gnornò! scordarsi d’ogni cosa... affatto affatto! E tu non pensavi, balordo, che una volta fatta lega per quelle faccende, o con noi o col boja? Ma.... ormai, quello che è stato è stato. Ora sappiamo che tu hai scrigno, a forza d’usura e di avarizia.... E ti sei levato di torno la moglie e il figliuolo.... O che cosa vuoi tu farne di tanti quattrini riposti? Chi avrebbe mai creduto che il tamburino dovesse diventare spilorcio? Accomodiamole dunque ora le nostre partite, giacchè siamo in tempo. Dov’è il morto?[208] — E si dava a cercare per la stanza, e si chinava sotto il letto. Giuseppe, con un fremito di rabbia, col viso che schizzava fuoco, con la voce rantolosa voleva raccomandarsi, svincolarsi.... Ma le solite minacce e la custodia dei due lo costrinsero a lasciar fare. Il malandrino trovò presto quel che cercava, e fece presto pulito intascandosi l’oro e l’argento, che in tutto sarà stato circa un migliajo di scudi. Se non che, guardando la faccia spaurita e convulsa di Giuseppe, e mostrando un sentimento di compassione, non già per lui ma per la sua famiglia, riversò una manciata di monete nello scrigno, con dire: — Noi vogliamo essere umani: tu hai cacciato di casa la moglie e il figliuolo; non è giusto che quei disgraziati rimangano senza assegnamenti. Eccoti qui un resto dei tuoi denari, a patto che tu gli assista, altrimenti noi ti promettiamo una seconda visita; e sta’ certo che potremo mantenere la promessa, perchè ora stiamo bene col bargello, sai tu? ferri di bottega, hai capito? Che se ti venisse la tentazione d’accusarci, bada bene a quel che tu fai; tu ne anderesti a capo rotto dicerto.... — Ma volgendosi ai compagni, e dopo aver meglio squadrato[209] la faccia di Giuseppe: — Io dico che possiamo andarcene senza sospetto, perchè, a quanto mi pare, costui ha più bisogno del prete che delle funi. Lasciamolo qui sul letto. Noi non gli abbiamo torto un capello, a buon conto; e qui tutto è al suo posto. Partiamo. — E di fatto, i malandrini lo lasciarono, che quasi non dava alcun segno di vita; e così com’erano venuti, se n’andarono impunemente, almeno per quella volta, dopo aver commesso l’audace assassinio.
Lo sciagurato Giuseppe era già nelle strette d’un colpo di apoplessia. Lo avevano messo lì a sponda di letto; un piccolo movimento convulso bastò per farlo stramazzare a terra; percosse una tempia nella panchetta di ferro, e in poco tempo spirò, immerso nel proprio sangue.
La mattina i vicini non lo videro aprir bottega; guardarono le finestre di casa, ed erano sempre serrate. Uno andò in cerca della sua moglie per avvisarla di questa novità. La poverina corse a casa, ma non aveva le chiavi; e intanto la polizia avvisata da altri, si preparava ad entrare a forza: la moglie volle ad ogni costo esser la prima: e appena veduto quello spettacolo miserando, svenne sulle braccia d’un famiglio. Fu chiamato un medico per assister lei e per riconoscere la cagione di quella morte; nè altra cagione potè assegnarsi che un colpo d’apoplessia. Un merciaio che aveva bottega in quella strada, uomo d’illibata riputazione e che meglio degli altri conosceva i casi della infelice, la fece ricondurre a proprie spese in carrozza e in compagnia della sua moglie a casa della Clarice, e provvide a quant’altro occorreva in così disgraziata avventura. Tal fine ebbe la vita di un uomo, che sebbene si fosse ritrovato sulla via della galera, aveva saputo schermirsene, ma non tanto che la funesta passione del giuoco del lotto non lo facesse poi capitare anche peggio.
La Carolina, dopochè si fu riavuta dallo svenimento, si trovò in preda al delirio e ad una febbre maligna, che pose la sua vita a repentaglio per molti giorni; ma superata avendo una lunga malattia potè risanare, benchè ne rimanesse rifinita e malinconica.
Il buon merciajo che aveva preso a cuore i suoi negozj le fece avere il denaro e la roba che a lei appartenevano, e subentrò nel possesso della bottega, dandole in cambio un assegnamento giornaliero, che bastasse a farla campare alla meglio insieme col figliuolo.
La spensieratezza d’un giovinetto di quattordici anni bene spesso si corregge alla scuola delle disgrazie, e tanto più alla vista del dolore che esse cagionano ai suoi più cari. Pippo rimase sbigottito dalla tragica morte del padre; rimase accorato dalla grave malattia della mamma; e la vedeva sempre ormai afflitta. Più volte si diede a riflettere sull’accaduto. Chi sa, diceva tra sè, che la mia scappata per cagion della quale mi ritrovai fuori di casa, e alla mamma per amor mio intravvenne lo stesso, chi sa che non avesse molta parte nelle nostre disgrazie? E ora che davvero siamo poveri, come potrò io continuare i miei studi di disegno senza sottoporre mia madre a dei sacrifizi troppo superiori alle sue forze? Sarebbe anzi necessario che io guadagnassi per assisterla.... Ah sì, è meglio che io mi metta a un mestiere. Le speranze che mi dà il professore, la smania di farmi un nome nell’arte, sono incentivi grandi, sì, grandi assai, e mi parrebbe di non potervi resistere; starei a patto piuttosto di nutricarmi solamente con un tozzo di pane.... Ma! e mia madre? È egli giusto che l’abbia ad essere sempre povera per cagion mia? E se poi le mie speranze non riuscissero a nulla? Sciagurato! Avrei fatto la sua rovina e la mia! — E ruminando queste riflessioni, ei faceva proposito d’andar subito ad offerire i suoi servigi in qualche bottega per guadagnare intanto la meschina giornata d’un fattorino. Ma poi alla vista della sua cartella da disegno, a sentirsi ribollire nell’animo gli elogi e i conforti del maestro, quei proponimenti vacillavano, e a poco a poco si riducevano in un — Aspettiamo dell’altro a risolvere. —
Intanto la madre che conosceva il suo amore per lo studio del disegno, che lo vedeva indefesso al lavoro, che sapeva essere egli uno dei migliori scolari dell’Accademia, non si sarebbe nemmeno sognata di levarlo da quell’avviamento, ed era disposta a privarsi anche del necessario, purchè ei potesse un tempo divenire artista e raccogliere il frutto dei suoi sudori; e s’ella ne avesse conosciuto le dubbiezze, le avrebbe subito vinte con esortarlo a proseguire, a non pensare a lei, a rivolgere liberamente all’arte ogni sua premura. Poveretta! Nella sua inesperienza non sapeva quanti fossero i mediocri, e peggio che mediocri, ridotti a strapparsi un pane meschino, a spengere ogni scintilla di genio copiando i quadri delle gallerie, invidiandosi lavorucci meschini, prostituendo l’arte alle bizzarrie della moda, ai capricci dei forestieri, alle spilorcerie di mecenati in miniatura, capaci soltanto di alimentare una caterva d’artisti in miniatura; non poteva riflettere che il saper disegnare, fosse anche abilmente, non bastava a fare stato prospero e a dar nome celebre senza una educazione accurata del gusto, senza una compiuta istruzione della storia e dei costumi dei popoli, senza un genio straordinario da superare l’infinito numero degli emuli. L’amor materno in lei teneva luogo di tutto, e contro di quello niuna considerazione sarebbe stata bastante a farle prendere un partito, che avesse potuto credere dispiacente pel suo Pippo. Pochi soldi bastavano a farli campare ambedue: con pochi soldi pagava una stanzetta rimasta spigionata nel casamento; e siccome quella stanzetta era interna e buja, così la Clarice aveva ottenuto da Nicodemo che Pippo studiasse qualche ora del giorno nella sua soffitta più ariosa.